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Steve Swallow & Ohad Talmor Sextet
Gli ultimi due concerti tenuti al teatro Manzoni di Milano ci hanno permesso di apprezzare la figura dell’arrangiatore che, se nell’era d’oro del jazz godeva di una rilevanza perlomeno pari a quella del leader del gruppo o dell’orchestra, nel corso degli anni è andata via via perdendo d’importanza, salvo rivalutarsi successivamente grazie ad una schiera di grandi arrangiatori quali, Henry Threadgill, Butch Morris, Steve Coleman, Maria Schneider, per citarne alcuni.
Nella covata di nuove leve che stanno prepotentemente emergendo nell’attuale panorama jazzistico spicca la figura del sassofonista israeliano Ohad Talmor. Se con il Lee Konitz New Nonet, Talmor aveva esibito una serie meravigliosa di architetture sonore, nell’esibizione con il sestetto co-diretto insieme a Steve Swallow, pur mettendo in luce tutta la propria abilità nel fornire una cornice coerente ad un materiale compositivo complesso, ha ottenuto un risultato che ci è parso meno brillante.
L’idea di Swallow di arrangiare in forma cameristica alcune delle sue composizioni all’interno di una suite intitolata "L’Histoire du Clochard", con chiaro riferimento all’Histoire du Soldat di Stravinkij, è sicuramente non sospetta, né soggetta a mode di mercato dettate da etichette di tendenza. C’è la storia musicale di Swallow a testimoniarlo, a cominciare dal leggendario trio con Jimmy Giuffrè e Paul Bley, forse la formazione che più di ogni altra è riuscita a trovare un miracoloso equilibrio tra la forma e la rigorosità della musica accademica con le libertà espressive della musica improvvisata.
Per l’occasione Swallow raduna un ensemble di musicisti bianchi, privo della canonica sezione ritmica, la chitarra basso del leader svolge un ruolo che va ben oltre la funzione di time-keeper, e arricchito della presenza di un strumento classico per eccellenza come il violino. Ma l’operazione si rivela complessivamente un po’ pretenziosa e solo parzialmente riuscita. Soprattutto la prima parte del concerto soffre di una certa fissità nell’atmosfere e di monotonia timbrica e dinamica eccessive. Per fortuna quando il climax sembra raggiungere un grado di sonnolenta catalessi, ecco che il genio di Swallow scolpisce una linea di basso micidiale e prende il via un groove inatteso, da jam session. Gli strumenti si liberano, finalmente, da un aplomb eccessivo e le dinamiche più decise pompano energia in una musica un po’ troppo asfittica.
Subito dopo, ancora Swallow introduce con maestria un blues ritmicamente atipico, omaggia Carla Bley con uno splendido duetto ingaggiato con il tenore di Talmod, davvero interessante la sua sonorità tersa e diafana, sollecita la violinista Meg Okura ad interventi di grande maestria tecnica ma soprattutto di notevole sensibilità e fantasia esecutiva.
E proprio questi, i dialoghi e gli intrecci ad organico ridotto, sono sembrati i momenti migliori di un concerto non sempre all’altezza delle aspettative.
Foto di Roberto Cifarelli [ulteriori immagini di questo concerto sono disponibili nella galleria immagini]
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