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Stefano Bollani: Il Gioco Della Vita

Paolo Marra By

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In Jesus Christ Superstar senti una spinta in avanti che ti incoraggia a fare qualcosa di tuo
Con istrionico disincanto Stefano Bollani rilegge, in una personale versione in Piano Solo, una delle opere rock più famose di sempre, "Jesus Christ Superstar," nel cinquantesimo anno dalla sua uscita. Il pianista in questo ultimo lavoro dal titolo Piano Variations on Jesus Christ Superstar, uscito il 3 aprile, si diverte a giocare con la materia musicale plasmandola intorno al suo tocco unico intriso di ironia e humour, con una particolare attenzione alle melodie lasciate intatte rispetto al resto del corpus della partitura dell'album scritta da Andrew Lloyd Webber, con i testi di Tim Rice, nel 1970 poi diventato un musical teatrale e una trasposizione cinematografica entrambi di enorme successo.

Nel disco il pianista si cimenta anche nel canto, altra passione del nostro, nel brano Superstar penultima traccia del disco, accompagnato da un coro formato "dalle donne della sua vita": la moglie Valentina Cenni, che ha curato anche la grafica del disco, la figlia Frida e la sorella Manuela. Un finale inaspettato di un lavoro forgiato sulle diverse identità artistiche di Stefano Bollani messe con rispetto, ma con quella giocosità che da sempre lo contraddistingue, a disposizione di una libera interpretazione che richiama lo spirito rivoluzionario di un'opera senza tempo.

All About Jazz: Qual è stata la genesi di questo disco in cui rivisiti l'opera di "Jesus Christ Superstar"?

Stefano Bollani: L'anno scorso mi è venuta in mente l'idea di incidere una versione intima, in solo, di "Jesus Christ Superstar," un'opera che invece in origine era colossale, composta da un gruppo rock, orchestra sinfonica e cantanti. Però in realtà è un amore che mi porto dietro da quando avevo 14 anni, quando per la prima volta ho visto il film in tv; una folgorazione che ho avuto vedendo apparire Gesù e poi apparire gli aerei e i carri armati e i protagonisti che non smettevano più di cantare. Io all'epoca ero cattolico ed era fantastico perché Gesù era finalmente emotivo: lo vedevo mentre scacciava i mercanti dal Tempio, mentre aveva paura nell'ultima Cena e in più provavo empatia per Giuda, e tutto questo era accompagnato da una musica meravigliosa. Non sapevo cosa fosse, ma per me era un'opera misteriosa e un capolavoro assoluto. D'allora l'ho imparata a memoria arrivando al punto in un occasione di nascondermi in un coro, in una produzione di Jesus Christ Superstar, per poter stare sul palco e cantarla. È un'opera che mi è entrata dentro, sotto la pelle.

AAJ: Da che cosa è stata dettata la scelta di fare una versione dell'album originale in Piano Solo piuttosto che con una formazione in trio o in quartetto?

SB: La voglia di farne una versione dove potersi specchiare, più intima. La voglia di puntare l'attenzione alla musica improvvisandoci da solo sopra, perché è una storia di amore fra me e questo musical, ed è molto forte. Chiunque avessi chiamato a partecipare al disco non avrebbe avuto la stessa intenzione che ci mettevo io.

AAJ: Dopo il disco dedicato al provocatore per eccellenza del rock Frank Zappa con Sheik Yer Zappa del 2014, un altro lavoro dedicato a un' opera controversa che all'uscita provocò dibattiti, polemiche e addirittura divieti.

SB: A me piacciono gli eretici, cioè tutti quelli che hanno dei punti di vista inediti. Io adoro informarmi e l'informazione secondo quello che dicono i neuro scienziati è la novità che ti arriva, non il "mondo dell'informazione," come spesso la chiamiamo noi, che ripete sempre le stesse cose. A me piace la novità perciò devo andare a cercare gli eretici perché ammiro la creazione. Non è la provocazione, anche se capisco che Zappa sia stato provocatorio, ma l'ascoltare qualcosa di molto personale, di forte e convinto. Ci vuole coraggio, a ventidue anni, per raccontare la Passione di Cristo mettendoci il rock. Senti in Jesus Christ Superstar una forza avanti, che è quella dei Beatles nello stesso periodo, che ti spinge a fare qualcosa di tuo partendo proprio da lì. È in realtà una forma di ringraziamento per Andrew Lloyd Webber.

AAJ: A proposito secondo te c'è ancora lo spirito rivoluzionario nella musica di oggi della coppia di autori Andrew Lloyd Webber/Tim Rice?

SB: Sicuramente sì, sono magari solo un po' sopiti. Questo periodo che stiamo vivendo li potrebbe tirare fuori. Questo è un cambiamento tale che ogni ipotesi è ben accetta. Quindi è bene che gli eretici parlino e che dicano come vedono le cose. Ci sarà un rifiorire delle arti e questo vale anche per la musica. Tutti avranno da dire cose nuove perché ognuno di noi ha riflettuto su temi molto importanti. Emergeremo da questo spartiacque storico più forti, intelligenti e spero più spirituali. Ed è meraviglioso perché dipende da ognuno di noi.

AAJ: L'opera ha diversi riferimenti alla musica classica e operistica che è stata fondamentale nel tuo percorso artistico: qual è la chiave per creare il giusto equilibrio tra il bagaglio classico e il jazz per l'approccio a una partitura non originale come questa?

SB: Non saper distinguere da parte mia quali cose vengono dal bagaglio classico o da quello jazzistico ma chiamarle "pianismo." E quindi faccio in realtà quello che mi viene in mente: ho preso quest'opera e per la prima volta l'ho guardata nei dettagli e ne ho trovati diversi che mi incuriosivano e che avevo voglia di ampliare con la tecnica del cut up, strofa in fondo e ritornello prima: per esempio il brano "Gethsemane (I Only Want to Say)" inizia con un intro che in realtà richiama il ritornello che invece arriverà molto dopo, oppure la parte di Giuda, che sembra una danza dell'est perché è in 7, io la rendo più ampia improvvisandoci sopra. Quindi prendo delle cose che mi stimolano a fare delle divagazioni, per questo il disco si intitola Piano Variations on Jesus Christ Superstar. L'approccio è sempre lo stesso: c'è qualcosa che mi piace molto , mi viene voglia di smontarlo e una volta smontato mi viene voglia di rimontarlo in un altro modo. Questo vuol dire che posso prendere da chi mi pare senza offendere nessuno perché penso che sia sempre una forma di ringraziamento o di omaggio. Nel momento che suono un pezzo di Ravel o di Jimi Hendrix sto evocando lo spirito di questi artisti riportandolo ai giorni nostri. Ci metto del mio, e questa musica rimane viva perché si trasforma continuamente.

AAJ: L'ironia è una della caratteristiche sia come intrattenitore che come pianista che ti contraddistinguono: un modo per essere rivoluzionari senza prendersi troppo sul serio?

SB: La vita è un gioco. Noi in italiano abbiamo diviso la questione, in altre lingue come l'inglese i termini suonare, giocare e recitare vengono indicati dallo stesso verbo "to play." La commedia si chiama "a play," "un gioco di William Shakespeare," invece noi traduciamo "un dramma di William Shakespeare." Ogni volta che metto le mani sul pianoforte sto giocando, anche se sto studiando la tecnica. L'atteggiamento che amo avere è "adesso gioco a fare il pianista e vediamo se mi applaudono..."

AAJ: Infatti nel disco hai "giocato" anche con la voce, cantando nel brano "Superstar" con un timbro inaspettato, quasi baritonale.

SB: Il cantato dell'attore Carl Anderson nella trasposizione cinematografica era più sparata ed era talmente fantastica che ho cercato di giocarmela diversamente andando verso l'intimità. Nell'originale nella parte finale Giuda è attorniato da cori, orchestra e invece io sono andato verso l'idea che Giuda sussurasse queste parole a Gesù nell'ultima Cena. Ed è per questo che ho scelto un sussurro baritonale.

AAJ: "Jesus Christ Superstar" è stato uno degli ascolti giovanili che hanno segnato la tua crescita artistica: quali sono gli altri che hanno avuto un significato particolare per te?

SB: C'era tanto altro e ogni cosa mi dava un informazione diversa. Nello stesso periodo c'era Art Blakey con i dischi A Night at Birdland Vol. 1, Vol. 2, Bud Powell, Oscar Peterson e Art Tatum, quindi lo stride-piano, poi c'era la scoperta della musica brasiliana verso i 15 anni con Joao Gilberto e Stan Getz; sono impazzito e sono andato a caccia dei dischi di Caetano Veloso e Gilberto Gil. In più iniziavo ad interessarmi ai compositori classici, intravedevo la luce nella musica francese del primo novecento che è stata la mia prima passione: Ravel, Satie, Milhaud, Poulenc e Debussy, un mondo interessante anche dal punto di vista letterario e filosofico.

AAJ: E Renato Carosone invece che parte ha avuto in tutto questo?

SB: A 11 anni mi sono innamorato di Carosone, gli ho scritto una lettera mandandogli una cassetta con tutte le sue canzoni fatte da me e lui mi ha risposto consigliandomi di studiare il blues perché è la base di tutto. Io sono uscito di casa e mi sono detto "che cos'è il blues?." Ho iniziato a cercare i dischi di jazz e ho preso lezioni da Luca Flores, che veniva a casa mia a farmi lezione con il motorino. Si è aperto un mondo per me anche se nel frattempo studiavo pianoforte in Conservatorio. La spinta in avanti me l'ha data Carosone, avrei incontrato il jazz forse più tardi, invece grazie a lui ci sono caduto dentro a 15 anni.

AAJ: Però ancora non ti sei cimentato in un vero e proprio omaggio a Renato Carosone.

SB: Ho fatto un disco nel 2016 dal titolo Napoli Trip in cui c'era un pezzo di Carosone e poi finalmente quest'anno mi sono deciso, forse perché è l'anno dove devo affrontare i miei miti di sempre, a fare un concerto dedicato interamente a Carosone in Piazza del Plebiscito a Napoli. Un disco per ora ancora non l'ho realizzato, però chi sa. Quest'anno è anche il centenario della sua nascita, sarebbe bello pensare a qualcosa, hai ragione...

AAJ: Possiamo dire che questo lavoro racchiude le tue diverse identità artistiche?

SB: L'impressione che ho da dentro è che sto mettendo tutto me stesso in quello che faccio in questo momento, quindi in questo disco c'è tutto, ma c'era anche a teatro come nel programma in tv. Poi è ovvio che qualcuno dall'esterno ci veda più anime e lo ringrazio perché mi rende multiplo. In realtà a me sembra di essere sempre lo stesso, con lo stesso atteggiamento con cui gioco: letteratura, arte e musica o altro sono semplicemente regole del gioco diverse che una volta imparate vanno dimenticate per divertirsi.

AAJ: Ci sono diversi punti di vista da parte degli artisti dell'approccio da avere nell'affrontare questo difficile momento che stiamo vivendo. Qual è la tua idea al riguardo?

SB: Nella pratica mi sono lanciato nelle dirette instagram e questo è molto bello per me perché posso rimanere in contatto con le persone che ascoltano la musica, ed io ricevo in questo modo in uno scambio alle pari. In generale in questo periodo, come tutti, sono davanti a un mistero, una cosa enorme che si è spalancata davanti a noi, però è un mistero e non un abisso e come tale possiamo abbracciarlo. Perciò come ho abbracciato le dirette instagram scoprendo che sono belle anche da questa esperienza possiamo imparare molto. È una forza evolutiva che ci spinge per far balzare in avanti l'umanità. È una grande occasione che non ci è mai stata nella storia per fare delle importanti riflessioni su tutti gli ambiti sociali, economici, sanitari, artistici e spirituali anche perché l'universo cospira a nostro favore, non perché voglio essere ottimista a tutti i costi, ma perché io ho un corpo che tutti i giorni fa delle cose fantastiche senza che io debba mandare l'ordine e posso occuparmi di tutt'altro, di che cosa altro abbiamo bisogno? Il genere umano è costruito da un Dio o da non si sa chi in un modo tale da poter fare delle cose meravigliose, infatti ne abbiamo fatte già moltissime, allora avanti... noi stiamo chiusi in casa e abbiamo una grande opportunità perché fuori c'è gente che dà il suo meglio facendo il medico, io devo dare il meglio facendo l'essere umano. L'arte nel dopoguerra è sempre rifiorita e questa è una guerra. La gente non vedrà l'ora di condividere la musica perché ne hanno scoperto il valore, però ognuno per conto proprio. Ascoltarla tutti insieme davanti a uno sciamano che sul palco suona, questa condivisione che esiste dell'alba dei tempi di mettersi intorno a un fuoco non la perderemo, anzi sarà arricchita perché ne siamo stati privati, tutti ne sentiranno l'esigenza. Non so quando ma sarà un'epoca fantastica, non ci sarà più tempo di perdere tempo per le cose importanti ed qui che dovrebbe venire in mente a qualcuno di scrivere un'opera rock su Gesù e tirare giù qualcosa di veramente importante.

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