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Siena Jazz 2007 [Parte 1]
Come si fa a raccontare un evento unico nel suo genere come Siena Jazz? Come si fa a restituire il clima che si respira nella città di Duccio e Simone Martini durante le settimane dei mitici seminari? Il brulicare degli studenti per le vie del centro storico e nel cortile dell’imponente Fortezza Medicea; le custodie degli strumenti appoggiate ai muretti o momentaneamente abbandonate nelle aiuole; i fogli degli spartiti disposti sulle ginocchia mentre un sassofonista dagli occhi a mandorla ripassa mentalmente “Take the A Train” o “Blue Monk”; i crocchi appassionati di chitarristi che discutono dell’ultimo concerto visto o dell’ultima lezione a cui hanno partecipato; un contrabbassista in erba che segue con gli occhi sgranati un solo di Furio di Castri, ripetendosi mentalmente che mai e poi mai riuscirà a suonare in quel modo (glielo si legge in faccia); formazioni che nascono e si sciolgono nel giro di un’ora; una coppia di batteristi siciliani visibilmente scossi dalla vista di Roberto Dani impegnato a scandire il tempo con una tazza rossa e un piatto rotto; orecchie sprovvedute di giovani talenti che incontrano per la prima volta l’immortale bellezza di “Ko-Ko” di Duke Ellington o “West End Blues” di Louis Armstrong; turisti curiosi e ignari che si soffermano accanto alle finestre aperte, attratti dallo scalpitio di una batteria, dal trillo di una tromba, dall’argentina voce di un vibrafono: tutto questo, e molto altro ancora, è Siena Jazz.
Ma, ahimé, la scrittura impone limiti ben precisi, e a chi non sa e non ha visto resta solo la possibilità di provare a immaginare. A me, invece, il compito di descrivere, o almeno tentare, quanto accaduto sui palchi del festival che scorre parallelo alle attività dei seminari (da 37 anni un punto di riferimento per la musica improvvisata made in Italy e autentica fucina di valenti musicisti). Un festival, come al solito, pensato e organizzato dalla benemerita fondazione Siena Jazz che, evento nell’evento, proprio nel 2007 celebra il trentennale dalla nascita.
Non mancavano, dunque, i motivi per festeggiare al concerto inaugurale di martedì 24 nell’affollata piazza Del Campo. Sul palco, allestito di fronte al Palazzo Pubblico e all’ombra della Torre del Mangia, due formazioni di primissimo livello: il sestetto di Stefano Battaglia e il quartetto del chitarrista John Abercrombie. Il gruppo guidato dal pianista italiano ha presentato un repertorio di brani tratti dall’incantevole e corposo Re: Pasolini, pubblicato di recente sotto la prestigiosa egida ECM: musica atmosferica, fortemente suggestiva, ricca di stimoli cinematografici, intessuta di gustosi orientalismi, preziosamente ordita e finemente cesellata. Particolarmente ispirati il clarinetto di Mirco Mariottini, il contrabbasso scuro di Salvatore Maiore, l’eclettico violoncello di Aya Shimura e l’imprevedibile batteria di Roberto Dani; un pizzico più defilato, invece, il ruolo della tromba di Michael Gassman. Un esibizione a tratti emozionante, guidata dal pianismo sobrio e toccante del leader, anche se, bisogna ammetterlo, un contesto più raccolto e meno dispersivo avrebbe certamente giovato.
Decisamente più tradizionale il set inscenato dall’all star quartet di John Abercrombie (completato dal pianista Marc Copland, dal bassista Drew Gress e dal batterista Billy Hart). Musica di gran classe, certo, che ha riservato passaggi autenticamente magistrali (non finirò mai di stupirmi del drumming camaleontico di Hart), ma che alla lunga è caduta in una sorta di gelido clichè, quell’algido perfezionismo che lascia sempre un po’ di amaro in bocca: impeccabile routine, ma pur sempre routine.
Per le quattro serate successive il festival si è trasferito all’interno dell’Enoteca Italiana, allocata in un bastione della Fortezza Medicea. Cambiato il contesto, cambiata l’atmosfera e, soprattutto, cambiato il pubblico (costituito in larga parte dagli studenti), gli appuntamenti dell’Enoteca Jazz Club (al 13° anno di collaborazione con la fondazione Siena Jazz) sono stati riservati alle formazioni guidate dagli insegnanti dei seminari. È toccato a Paolino Dalla Porta e Bebo Ferra rompere il proverbiale ghiaccio, con una serie di composizioni tratte dai due dischi pubblicati dalla rodata coppia (Bagatelle e Aria): piccoli quadretti d’autore deliziosamente interpretati, schizzi folk e visioni mediterranee restituite con trasporto e passione, acquarelli delicati in cui chitarra e contrabbasso si sono rincorsi, corteggiati e attorcigliati con sapiente senso della misura. Da segnalare un’incantevole rilettura della gershwiniana “My Man’s Gone Now” e una “Bagatella Mediterranea” dal gusto solare e danzante.
Secondo set affidato al quartetto del sassofonista Mario Raja, formazione che ha proposto un mainstream gradevole e non banale, forse un pizzico lezioso e patinato, ma senza dubbio di ottima fattura. Rivelazione della serata il chitarrista Enrico Bracco, musicista intelligente e compositore raffinato (suo un omaggio alla Norvegia - non chiedetemi di riportarvi l’impronunciabile titolo - che non avrebbe sfigurato in un disco di Jan Garbarek degli anni Settanta).
Dopo il cortese e filologico omaggio a Duke Ellington allestito dal quintetto dello smagliante cornettista Giampaolo Casati (con alla batteria Tony Mann, storico accompagnatore di Barney Kessel), la serata di giovedì 26 ha riservato uno dei momenti migliori dell’intera rassegna: sul palco il trio composto da Furio Di Castri, Emanuele Cisi e Fabrizio Sferra. La formazione guidata dal contrabbassista milanese ha dato vita a un concerto memorabile e incendiario, spaziando dal free al bop con disarmante disinvoltura, dimostrando un affiatamento telepatico e confermando a pieno la caratura indiscutibile dei propri componenti. Dei tre affermati improvvisatori ormai si è già scritto tutto il bene possibile, ma concedeteci almeno di celebrare la maestria umorale di Cisi: sospeso tra Sonny Rollins e Joe Henderson al tenore, audace terrorista sonoro quando ha imbracciato il tagliente mezzo-soprano, il barbuto musicista ha incantato e scosso, scaldato i cuori e straziato le budella dei rapiti spettatori.
Di altissimo livello (a parere di chi scrive la migliore esibizione vista in quel di Siena) anche la prova del gruppo allestito da Achille Succi, con Beppe Caruso al trombone e tuba, Salvatore Maiore al contrabbasso e Roberto Dani alla batteria-percussioni. Reduce dalla pubblicazione dell’eccellente Terra, il quartetto è stato protagonista di una performance entusiasmante, un free fascinoso e suadente, vagamente ammiccante a certe atmosfere folk e a certe rimembranze etniche. Il clarinetto basso di Succi ha raggiunto vette espressive impensabili fino a qualche anno fa (Dolphy e Sclavis con un pizzico di Broetzmann); il contributo di Caruso è stato fondamentale in chiave ironicamente luciferina e umoristica (nel finale Beppe si è messo pure a suonare una conchiglia); Dani ha confermato la propria imprevedibile sapienza, ricorrendo a svariate cianfrusaglie e sfoderando un tocco salacemente albionico (Lytton, Oxley e Prévost stanno a guardare); inappuntabile, come al solito, al contrabbasso di Maiore è toccato il compito di ancorare gli svolazzi dei compagni con un suono oscuro, terroso e sanguigno. Non è mancato nemmeno un tocco di autentico cabaret, quando Succi ha introdotto con irresistibile accento emiliano una mini-suite in due parti dedicata ad un ansiolitico: “Tavor il magnifico” e, ovviamente dopo l’assunzione, “Nel regno di Tavor il magnifico”.
L’onere di succedere a cotanta grazia è stato assolto con successo dalla nuova formazione allestita dal clarinettista Mauro Negri. È piaciuta la proposta del musicista mantovano, destinata a breve a concretizzarsi in una pubblicazione (Liquid Places). Sono piaciute le sfuriate spiazzanti al clarino, hanno convinto i passaggi in punta di contralto (con una dedica alla figlia che potrebbe essere uscita dalla penna del migliore Bobby Watson), ha funzionato alla grande l’intesa tra il basso di Riccardo Fioravanti e la batteria esagitata di Max Furian (a volte un po’ troppo esagitata), ha entusiasmato, infine, il pianoforte di Giovanni Guidi (recentemente protagonista del sorprendente Indian Summer): spigoloso, trasversale, coraggiosamente percussivo, in alcuni passaggi si è intravista la sagoma di Cecil Taylor, il giovane fenomeno - classe ’85 - ha catalizzato l’attenzione con interventi piccanti e diabolicamente obliqui. Un po’ meno convincente, e francamente ingenuo, il reiterato ricorso all’elettronica applicata al clarinetto.
Serata di chiusura dell’Enoteca Jazz Club all’insegna delle sei corde. Il primo a salire sul palco è stato il quartetto Egg di Roberto Nannetti (con Mirco Mariottini al clarinetto, Franco Fabbrini al contrabbasso e Francesco Petreni alla batteria), che si è esibito in un set dai due volti: piuttosto prevedibile la prima parte, a cavallo tra post-bop e jazz-rock, decisamente accattivante la seconda, folk da maestro e pennellate alla chitarra acustica da autentico virtuoso, con il clarinetto di Mariottini nel ruolo di suadente sirena.
Ultimo appuntamento di questa prima parte del Siena Jazz (il festival proseguirà fino al 7 agosto con performance dislocate in provincia e nelle contrade - a breve la recensione) affidato al quartetto di Pietro Condorelli, con Gianluigi Guglia al basso elettrico, Francesco Nastro al pianoforte e Gaetano Fasano alla batteria. Chitarrista funambolico dotato di una tecnica smagliante e di un fraseggio incredibilmente preciso, Condorelli ha tuttavia battuto territori fin troppo esplorati, muovendosi lungo coordinate hard-bop decisamente risapute. Opinabile anche la scelta di ricorrere ai servigi del basso elettrico, che spesso si è rivelato inutile doppione della chitarra. Nel finale ospite a sorpresa Claudio Fasoli, autore di un solo al soprano davvero esemplare nella sua dolente espressività.
Foto di Claudio Palagini
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