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Ravenna Jazz 2011

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Teatro Alighieri - Ravenna - 28-30.10.2011

«Non credo che sarei lo stesso musicista se non avessi conosciuto Miles Davis e respirato la sua essenza sonora che riempie il corpo e la mente». Con queste parole Paolo Fresu inizia il capitolo dedicato al trombettista americano nel suo "Musica dentro" (Feltrinelli, 2010). Parole che potrebbero appartene a tantissimi altri musicisti, per via della grande influenza che Miles ha avuto sul mondo della musica fino agli ultimi giorni della sua vita. Una figura imprescindibile alla quale gli organizzatori del Ravenna Jazz 2011 hanno voluto dedicare i due concerti della serata inaugurale del Festival (28 ottobre), mentre il resto del programma (29 e 30 ottobre) è stato incentrato su un'altra figura fondamentale della musica del Novecento come Nino Rota. Sei concerti in tutto, escluse le esibizioni che hanno animato alcuni locali nel centro storico della città nel pomeriggio e around midnight, nei quali si è potuto assistere a una scelta stilistica varia e a una diversa inquadratura dei medesimi obiettivi tematici.

Fresu, si diceva. Il trombettista sardo si è misurato ancora una volta con la suite "Porgy and Bess" (nella versione Davis & Gil Evans, of course), accompagnato per l'occasione dall'Orchestra Jazz della Sardegna, in quella che è sembrata un'esibizione svolta senza fatica dal leader, ormai pienamente a proprio agio in una partitura con la quale in passato si è dovuto scontrare più volte, proprio per la difficoltà di riproporre un qualcosa di noto rimanendo se stesso, cercando di emanare una rilettura personale senza snaturare il senso e il fascino di un'opera di infinita bellezza. Fresu riesce a prendersi alcune licenze che rendono al meglio il suo stile, la sua personale inclinazione nello scolpire musica senza mai eccedere nei modi. Di buon umore - si concede qualche battuta di spirito nella presentazione dei bis - e sempre attento alle oscillazioni dell'orchestra, firma una pagina intensa e garbata.

Di tutt'altra natura l'omaggio davisiano realizzato da Martux_m con il suo progetto di musica elettronica "About a Silent Way". Miles, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo o, per meglio dire, di diverso, ha rappresentato l'incrocio tra generi per eccellenza. Così la band capitanata da Martusciello miscela, in un intento lodevole e per certi versi coraggioso, le sonorità acustiche di Fabrizio Bosso e Francesco Bearzatti (anche se il suono del suo sax è stato per lunghi tratti caratterizzato da effetti) con le rasoiate elettriche del chitarrista Eivind Aarset, il contrabbasso grintoso di Aldo Vigorito e il fiume sintetico che fuoriesce dal laptop del leader. In questa situazione Miles è preso a pretesto per erigere un muro sonoro che non si sposa a perfezione con il pubblico comodamente seduto sulle poltrone del Teatro Alighieri. Forse sarebbe stato più opportuno proporre un progetto simile con un dancefloor a disposizione e con un altro tipo di audience.

Contesto che invece ha fatto da ottima cornice ai due piano solo presenti in cartellone, entrambi incentrati sulla musica di Nino Rota: Uri Caine e Danilo Rea. Quest'ultimo ha prodotto un set densissimo, fatto di pura ispirazione creativa, trasporto totale, dedizione estrema verso una musica capace di concedere innumerevoli tangenti melodiche e spazi improvvisativi. Il pianista vicentino ha voluto rivolgere il suo concerto verso la parte più poetica, languida e romantica del songbook di Rota, cosicchè ne è scaturito un flusso sonoro di grande trasporto emotivo che ha raccolto, dopo quaranta minuti di musica continua, una bordata d'appausi sinceri, forse la più fragorosa dell'intera rassegna. Più ragionato, ma anche più vario e meno serioso, il percorso affrontato da Uri Caine, il quale per l'occasione ha dato prova (l'ennesima) di grande cultura e padronanza assoluta dello strumento, divertendosi - o almeno è quello che si evince dalla sua smorfia, quasi beffarda - a costruire dei piccoli labirinti tra lui e la risoluzione dei temi, che poi arrivano a illuminare la scena forti di una lucentezza melodica dal respiro immenso, dall'impatto immediato.

Nella stessa serata Caine si è seduto al piano vicino a Giovanni Guidi per il bis del concerto di Gianluca Petrella, che ha presentato insieme al I-Jazz Ensemble 2011 il progetto denominato "Il Bidone". Il trombonista ha svolto un lungo lavoro di ricerca per dar forma alla sua personale visione della musica di Nino Rota, andando per lo più a pescare nelle colonne sonore dei film di Fellini, per poi plasmare il tutto con un taglio - visionario, illusorio, fantasioso - di sicuro interesse. Sul palco si è distinto il cantante John De Leo (ex-Quintorigo) per il suo utilizzo della voce, capace di sparigliare qualsiasi aspettativa, qualsiasi prevedibile sviluppo di un sound che non è rimasto mai fermo, che spiazza e disorienta chi l'ascolta proprio perché in linea con i tratti somatici del band leader. Inoltre ha destato non poca curiosità lo strumento suonato da Andrea Sartori, il sartofono, una specie di asta metallica flessibile alla quale sono applicati dei sensori in grado di produrre un suono molto particolare. Quella prodotta da Sartori è un'elettronica applicata con dedizione, senza strafare, spesso a supporto di una prima linea espressiva completata da Beppe Scardino, per una performance ampiamente apprezzabile.

La 38^ edizione del festival ravennate si è conclusa con un'esibizione dalla grande caratura, sia visiva che emozionale. Fabrizio Bosso ha presentato, insieme alla I-Orchestra diretta da Stefano Fonzi e una ritmica jazz composta da Claudio Filippini (pianoforte), Rosario Bonaccorso (contrabbasso) e Lorenzo Tucci (batteria), il suo ambizioso "Enchantment - l'incantesimo di Nino Rota". Ambizione che ha già preso forma agli Air Studios di Londra, dove il trombettista ha registrato insieme alla London Symphony Orchestra quella che probabilmente diventerà un'incisione di prossima pubblicazione per la Rearward. Lo spettacolo, al di là della bravura dei musicisti, della grande flessibilità melodica dimostrata da Bosso, della bellezza del repertorio affrontato, ha riscosso grandi consensi per le buonissime idee d'arrangiamento di Fonzi, il quale ha saputo cucire un vestito su misura sia per lo swingante andamento del jazz quartet che per l'eleganza e la raffinatezza classica prodotta dai movimenti dell'orchestra. Un'altalena stilistica piacevole, di raro buon gusto, che è riuscita a produrre brividi addosso agli spettatori malgrado l'insolita afa che ha caratterizzato le giornate della rassegna. Da rimarcare i passaggi melodici tra la tromba solista e i violini, nei quali è sembrato di vedere il passaggio tra due trapezzisti senza rete di protezione, perfettamente in equilibrio su una musica dal fascino estremo.

Tutte le foto a colori sono di Eleonora Sole Travagli.

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