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Pasquale Mirra e Hamid Drake al Roma Jazz Festival

Photo credit: Adriano Bellucci

Serena Antinucci By

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Roma Jazz Festival
Auditorium Parco della Musica
Roma
12.11.2020

Camminando nei corridoi dell'Auditorium Parco della Musica c'è un silenzio anomalo, mai provato prima. Nella sala Petrassi, per il concerto di Pasquale Mirra e Hamid Drake, in diretta streaming sulla piattaforma Live Now, ci sono solo gli addetti ai lavori. L'incontro tra i due artisti è casuale, perché sul palco del Roma Jazz Festival, che quest'anno dedica il suo tema al cambiamento, ci sarebbe dovuto essere il pianista inglese Alexander Hawkins, ma, causa covid, non è riuscito ad esserci. Gli spettatori da casa appaiono pochi minuti prima del live, proiettati tutti sul grande schermo, dentro piccoli riquadri l'uno accanto all'altro. Applaudono, li vediamo, ma non li sentiamo. In sala, invece, si respira un'aria diversa, mai straniante. Non c'è il pubblico naturalmente ma, superato il disagio della pandemia, avverto quella strana sensazione che si prova quando si conquista uno spazio nuovo, quella sensazione infantile per cui quello che hai intorno può essere solo tuo, per un momento. Ma non sento il privilegio di quella conquista, bensì la solitudine che ne deriva. È comunque vero che la solitudine può essere trascesa, se si vuole. La musica ha questo potere e l'incredibile duo Pasquale Mirra e Hamid Drake ci riesce completamente.

Suonano insieme da quasi dieci anni e si percepisce dai sorrisi complici che si scambiano, dalla loro capacità di stupirsi ogni volta, dallo stesso modo di "essere dentro il tempo." Nonostante l'assenza degli spettatori, entrare nel mondo del vibrafonista italiano e del batterista americano annulla qualsiasi distanza sociale. In quell'ora di pura trascendenza si aprono le porte di una realtà quasi irreale e ci si dimentica del tutto della straordinarietà dell'evento. Difficile definirli, categorizzarli, perché non appartengono solo ad un genere e, durante il live, dimostrano con quanta maestria e naturalezza ci si possa spostare (anche nel giro di poche frasi) da una cultura musicale all'altra (dall'Africa alla Giamaica), senza mai creare delle rotture. Pasquale Mirra, originario di Ravello, è considerato uno dei più interessanti e talentuosi vibrafonisti della scena jazz italiana e non solo. Hamid Drake, originario della Louisiana, è stato uno dei protagonisti della scena di Chicago, incredibile batterista del jazz contemporaneo, accanto a Don Cherry dal 1978 fino alla sua scomparsa nel 1995.

L'atmosfera in sala è di estasi pura. Le composizioni estemporanee sembrano piuttosto riti magici e Drake a volte veste i panni di un griot carico di euforia mistica (come nel brano "Two in Three"). Un certo tipo di sensibilità e spiritualità rivive nelle poliritmie travolgenti del batterista, contrapposte al suono caldo del vibrafono di Mirra. Ci sono momenti di meditazione ipnotica. Il contatto sensoriale inizia dal basso, dai piedi nudi, passa per le braccia, i gomiti e dalle mani verso le bacchette di Hamid Drake, che ad occhi chiusi, improvvisa griglie ritmiche sempre diverse, in cui si incastrano i suoni a volte più metallici di Mirra, prodotti da fogli di carta argentata distesi sulle barre del vibrafono. Niente è definito, ma tutto nasce all'improvviso e progressivamente diventa elettrico, acrobatico, anti virtuosistico, in favore dell'evocazione di mondi ancestrali (Sun Ra in "Love in Outer Space") e del richiamo a stili esotici. Don Cherry è tra noi, e lo riconosciamo in brani come "Togo," o "Brown Rice."

Il flusso musicale è continuo, come l'emozione che prova l'ascoltatore. Durante le composizioni originali di Mirra ("Equilibrista" o "Dialoghi Annodati"), i musicisti sembrano rincorrersi, parlarsi, prima di scoprirsi completamente negli sviluppi. Verso la fine ringraziano, ma ammettono la triste assenza di un pubblico reale, l'unico in grado di creare quell'energia viva, coinvolgente. Il concerto lo dedicano a Basilio Sulis, direttore artistico del Sant'Anna Arresi Jazz Festival, recentemente scomparso, che entrambi conoscevano molto bene. Proprio in suo onore, Hamid Drake prende il tamburo a cornice e ci saluta con una preghiera, un canto curativo di memoria, che consola anche noi, i pochi presenti nella sala deserta. In quell'ora di trascendenza è stato come esser tornati ad un indefinito grado zero della musica. Chissà, forse è l'inizio di un cambiamento, o solo la sopravvivenza di ciò che era prima. Sta di fatto che tornare di fronte alla musica mi ha permesso di dimenticare tutto il resto.

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