Home » Articoli » Live Review » Progetto Jazz 2006 - Cremona
Progetto Jazz 2006 - Cremona
L’ottimo debutto del Sansa Quartet di Roberto Cipelli, l’esibizione al piano solo di Django Bates tra poesia e colpi di genio, la debordante
energia dei Pink Freud, formazione polacca che combina con giovanile irriverenza stili e generi musicali differenti, hanno traghettato la XIII edizione di Progetto Jazz, rassegna curata da Manuela Casale svoltasi presso il Teatro Ponchielli di Cremona, verso le due attese serate finali.
Quella di sabato ha avuto come protagonisti Rez Abbasi e Trilok Gurtu, due musicisti di origine indiana che, ciascuno a proprio modo, integrano la musica della loro terra con colori e rumori di viaggi attorno al mondo. Non del tutto convincente è parsa la proposta del chitarrista, da anni residente in California e di quella effervescente scena musicale protagonista apprezzato. Il suo gruppo Snake Chambers, alla prima esibizione italiana, palesa un solido interplay, una decisa identità stilistica grazie al grande lavoro di Ben Stivers alle tastiere dalla sonorità vintage molto interessante, e al drumming propulsivo, rock-oriented di Sunny Jain. La chitarra del leader possiede a sua volta fluidità in abbondanza, un fraseggio articolato e ritmicamente
incisivo, le composizioni hanno un fascino sottile per quel mix di oriente e occidente realizzato con buon gusto; ma la musica, pur piacevole, scivola via un po’ innocua e timbricamente impastata, senza quelle zampate e quel mordente presenti nell’omonimo cd uscito nel 2005.
Più riuscito ci è parso il secondo connubio, quello tra le percussioni di Trilok Gurtu e le corde dell’Arkè String Quartet: funziona benissimo il contrasto tra il tentacolare ritmo dell’ex percussionista di Don Cherry, Ian Garbarek, e Mahavishnu Orchestra, e le trame ora contrappuntistiche ora risolte in dinamici fondali di violini e contrabbasso. Gurtu possiede il dono di recuperare suoni e generare ritmo da oggetti e materiali insoliti, mentre l’Arkè ha grande elasticità e si disimpegna con disinvoltura tra stili e generi differenti attraverso un uso spesso non convenzionale degli strumenti (pizzicati, strofinati, percossi, soffiati, accarezzati).
La serata conclusiva è stata all’insegna della delicatezza, dei colori sfumati, dell’intimità, della prevalenza di atmosfere cameristiche. Il set iniziale ha visto all’opera Greg Burk, giovane pianista nordamericano da due anni residente a Roma, che ha presentato alcuni brani del suo disco solo intitolato The Way In. Burk ha spaziato tra composizioni originali dalla pacata vena riflessiva, richiami classicheggianti con citazioni di Bach, blues asimmetrici giocati sugli effetti del piano preparato, dimostrando sensibilità di tocco e finezza interpretativa. Il suo pianismo è inevitabilmente debitore di maestri come Bill Evans e Paul Bley ma piace la curiosità che anima le sue improvvisazioni così in bilico tra scrittura e improvvisazione.
Il secondo set ha visto all’opera il quartetto della cantante olandese Susanne Abbuehl che ha diffuso un alone di magia tra i velluti e gli stucchi dello storico Teatro Ponchielli. Presentando per la prima volta dal vivo il recente Compass, pubblicato dall’ECM, non solo Abbuehl ha ricreato sul palco, con assoluta disinvoltura, la perfezione sonora che caratterizza le incisioni dell’etichetta tedesca, ma è riuscita ad aggiungere una profondità espressiva ed una tensione emotiva che hanno reso magistrale il concerto. Susanne adora le parole, non solo come espressione dell’anima ma anche come grimaldello fonetico per scardinare le barriere del silenzio e trasformarlo in vitale protagonista del suo mondo musicale. Che siano quelle inimitabili del Finnegans Wake di James Joyce o quelle misconosciute del poeta Feng Meng-Lung, le parole cantate, sussurrate, recitate da Susanne diventano familiari perché arrivano dritte al cuore, toccando le corde emotive più profonde. Una versione da brividi di “Where Flamingos Fly“, che ha ricordato per intensità e drammaticità la storica “Strange Fruit“ di Billie Holiday e un dolcissimo dialogo con l’eccellente Stephane Oliva al pianoforte sulle note di “What a Wonderful World“, hanno sigillato un concerto impeccabile, senza sbavature e dalle intense emozioni.
Foto di Danilo Codazzi [ulteriori immagini tratte da questo festival sono disponibili nelle gallerie dei concerti di Susanne Abbuehl e Trilok Gurtu]
FOLLOW AAJ Italy Staff
and get notified whenever a new article published.
Designated author for the AAJ Italy archive.
Tags
PREVIOUS / NEXT
Become a Sustaining Member
Since 1995, All About Jazz has championed jazz as an art form and supported the musicians who create it. Over three decades, it has grown into one of the world's leading jazz resources, serving hundreds of thousands of readers, musicians, presenters and industry professionals each month.
Help Build the Future of All About Jazz
Your support helps us continue building All About Jazz for the next generation—expanding our editorial coverage, preserving jazz history, developing new community features and creating better ways to discover the music and the people behind it.
Become a sustaining member for as little as $20 per year and you'll immediately enjoy an ad-free experience along with access to subscriber features and future articles for a full year.
Together, we're not simply sustaining All About Jazz—we're building its future. Thank you for being part of the journey.


