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New Conversations - Vicenza Jazz 2006
Nell'edizione che è appena terminata un altro filone rilevante riguardava la scuola dell'avanguardia storica inglese (Evan Parker, Stan Tracey, John Surman, Norma Winstone, Don Weller e il sudafricano Louis Moholo, parte integrante di quell'universo) ma non meno interessante era il percorso sulla voce femminile (Maria Pia De Vito, Janis Siegel, Annette Peacock, Norma Winstone, Diane Schuur) o quello sui gruppi italiani (il quartetto di D'Andrea, il trio di Petrella, quello di Paolo Birro ospitante Julian Arguelles, il progetto "Kind of Blue" di Rosario Giuliani e quelli di Paolo Fresu su "Birth of the Cool" e "Porgy and Bess").
In un cartellone così nutrito (ancora Andrew Hill, Brad Mehldau, Archie Shepp ecc...) che si dispiegava dal primo pomeriggio fino a notte fonda, molte cose si perdono e questa recensione è inevitabilmente parziale.
Il primo concerto di cui parliamo è quello che caratterizzava la sera del 14 maggio, con il nuovo quintetto di Andrew Hill ed il duo tra John Surman e John Taylor.
Annunciato con la formazione che ha inciso il recente e magnifico Time Lines, il quintetto del pianista chicagoano (qualcuno continua a parlare di Haiti ma, come si sa, è una leggenda) s'è presentato col trombettista Byron Wallen, il sassofonista Jason Yarde (entrambi virgulti della scena britannica) e la consueta ritmica comprendente John Hebert al contrabbasso ed Eric McPherson alla batteria.
Pur senza Charles Tolliver ed afflitto da seri problemi di salute, Andrew Hill ha confermato la sua ardita cifra stilistica, dando vita ad un intenso e libero interplay collettivo dove le sue composizioni irregolari e iterative passavano dalla veemenza del free storico ad intensi contenuti lirici. Una sorta di free controllato in costante in equilibrio tra forma e astrazione. Di particolare interesse è apparsa la relazione tra l'estroverso drumming di McPherson e la poetica astratta del pianoforte. Due piani in continua tensione in cui s'inserivano gli ottimi interventi dolphiani di Yarde al contralto e quelli lirici di Wallen.
Il secondo set ha presentato il pianista John Taylor e il sassofonista John Surman in una musica inventiva e variopinta, intrisa di un'ironia tipicamente british.
E' stato un'incontro tra due giganti del jazz europeo che hanno dialogato con passione e generosità, regalando fantasiose rivisitazioni di loro brani e di qualche classico, come "'Round Midnight". La formidabile sapienza armonica e ritmica di Taylor e la magniloquenza timbrica del baritono di Surman, hanno coinvolto e appassionato il numeroso pubblico in sala.
Meno coinvolgente per il sottoscritto (ma il pubblico ha mostrato di gradire) la serata del 17 maggio, con il duo Fred Hersch - Norma Winstone ed il quartetto di Janis Siegel.
Nonostante l'intima cornice del teatro Olimpico, solo in pochi momenti la cantante e il pianista hanno ricreato la lirica magìa che prevale in Songs & Lullabies, il loro album del 2003. La Winstone è apparsa incerta tra ambizioni sperimentali e abbandoni lirici con un canto spesso uniforme e poco coinvolgente. Esclusivamente al suo servizio, Hersch ha sacrificato le sue intense doti espressive, apparse solo a tratti. Meno ambizioso ma più attraente è stato il set della Siegel, che ha coinvolto il pubblico con la presenza scenica e la smagliante forma vocale che conosciamo. Sostenuta da un vivace quartetto con Edsel Gomez al piano, Darek Oles al basso e il sorprendente Steve Hass alla batteria, la componente dei Manhattan Transfer ha sfoggiato la sua inclinazione verso gli esuberanti climi latini in brani come "Hidden Place" o "The Suitcase Song" ma non ha sfigurato nelle ballad ("Did You See The Moon Tonight?"), nei temi appena moderati ("A Thousand Beautiful Things" di Annie Lennox) o lo swingante "People Make the World Go Round".
Austerità, sapienza concertistica e lunghe costruzioni melodiche su ostinati giochi di basso, hanno caratterizzato il piano solo di Brad Mehldau, venerdì 19, in un teatro Olimpico al completo. In questo contesto espressivo il pianista continua a lavorare sugli stessi brani, cercando nuove modalità per svelarne l'intima essenza. Forse la maestosità del teatro Olimpico ha contribuito ad accentuare la componente austera del suo stile, che nella parte centrale del concerto è apparsa un po' eccessiva (ad esempio nel lunghissimo "Zingaro"). Oltre ai memorabili "Think of One", "On the Street Where You Live" e "Paranoid Android" la sintesi più equilibrata è giunta nei bis (addirittura quattro!) comprendenti un incisivo "Cry Me a River" ed un etereo "Mother Nature's Son", dall'ormai consueto songbook beatlesiano.
Le serate dedicata al jazz britannico (continuate giovedì 18 coi gruppi di Stan Tracey e di Don Weller e la notte del 19 con un altro organico del pianista, l'Hexad) hanno avuto un magnifico epilogo il pomeriggio di sabato 20 nel Salone degli Zavatteri, in piazza dei Signori. Abbiamo infatti ascoltato il duo di Tracey con Evan Parker, quello con Louis Moholo e la solo performance di Annette Peacock.
La performance tra l'ottantenne pianista londinese e il sassofonista tenore (che sul palco ha definito Tracey "The inspiration of my life") va ricordata come uno dei momenti più alti del festival.
I due hanno già stabilito una specifica partnership (come testimoniano gli album Suspensions and Anticipations del 2003 e Crevulations del 2004) ma non ricordo altre esibizioni in Italia.
Il loro set s'è svolto all'insegna della libera improvvisazione ma il condiviso senso della forma li ha portati a toccare momenti melodici quasi tradizionali. Evan Parker ha suonato lunghe parentesi in respirazione circolare coniugandosi con gli accordi dissonanti e martellanti (Monk in lontananza) e la grande libertà ritmica di Tracey. Una musica esemplare capace di coniugare profondità d'esplorazione e ricchezza poetica.
Diverso ovviamente nelle dinamiche il duo con l'esuberante e fantasioso Moholo, spesso focalizzato sulla dimensione ritmico-percussiva dei due strumenti, in un gioco di cangianti relazioni reciproche.
Ogni set di Annette Peacock è qualcosa di unico e imprevedibile ed anche stavolta la cantante-pianista non s'è smentita.
In questa tappa del suo mini tour italiano, la Peacock s'è esibita da sola al piano, cantando con il suo stile inconfondibile, sullo sfondo di basi sintetizzate. Melodie di grande fascino, distillate con la solita apparente indolenza dove ricercatezza e dissonanza convivono in simbiosi. Dopo poche canzoni, Evan Parker è salito sul palco per un inatteso duo che la cantante ha così gradito da non voler aggiungere altro. Solo le insistenza del suo manager l'hanno convinta a ritornare sul palco, per un solo brano.
Gran finale del festival sabato 20, in un teatro Olimpico esaurito da settimane, per l'omaggio di Paolo Fresu a due classici dischi di Miles Davis: Birth of the Cool e Porgy and Bess. In quest'ultima opera l'accompagnava l'orchestra jazz della Sardegna al completo mentre nella prima era ricostruita la celebre strumentazione della tuba band. Cosa dire? Non nascondo la mia freddezza per operazioni filologiche di questo tipo. Per quanto riuscite tecnicamente lasciano sempre un sapore d'inutilità, a meno che l'opera non venga ricostruita a fondo, cogliendone l'essenza in una diversa forma. Ma gli esempi sono rari. Paolo Fresu è stato bravissimo ma, soprattutto in Birth of the Cool, aveva poche opportunità di offrire un'impronta personale. Ogni brano è stato eseguito nel pieno rispetto delle partiture originali e gli spazi per i suoi assoli erano limitati. Il collettivo ha svolto le parti con perizia ma qualche solista evidenziava limiti negli interventi in solo. Più interessante l'esecuzione di "Porgy and Bess", grazie alla maggiore libertà offerta al trombettista. L'opera di Davis ed Evans è stata eseguita nella sua interezza, con un bis tratto da Miles Ahead, "My Ship". Tra i due set del concerto s'è avuta la sorpresa di rivedere sul palco Stan Tracey, vera stella del festival, per un inatteso e affascinante duo con Fresu sulle note di "'Round Midnight".
Foto di Claudio Casanova
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