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Musica Insieme a Bologna: da Cristina Zavalloni a Django Bates, dal Brodsky Quartet a Evelyn Glennie.
MICO 2009, aperta a fine gennaio dalla Kremerata Baltica di Gidon Kremer, ha proposto un concerto di Cristina Zavalloni, Gabriele Mirabassi e Andrea Rebaudengo, incentrato su autori americani e tanto impegnativo sulla carta quanto variato e imprevedibile alla prova dei fatti. La scaletta dei brani, secondo l'ordine proposto, si è rivelato davvero ragionato e funzionale. Dopo un'apertura nel segno di un'enigmatica evanescenza con "The Wonderful Widow of Eighteen Springs" di John Cage, per voce e pianoforte chiuso, la Zavalloni e Rebaudengo hanno virato verso altri umori con lavori di Leonard Bernstein: "La bonne cuisine," quattro ricette per voce e pianoforte, venate dell'ironia più surreale, "I Am Easely Assimilated," in cui la pronuncia storpiata della lingua americana da parte degli immigrati subisce una forzatura grottesca, ed il più leggiadro e sognante "I Feel Pretty," tratto da West Side Story. Il duetto ha operato un'ulteriore cambio di direzione recuperando quattro diafane e aforistiche Songs di Charles Ives, la cui struggente nostalgia, già preannunciata dai titoli ("Rememberance," "Serenity," "The Housatonic at Stockbridge" e "Songs My Mother Taught Me"), è stata interpretata con accorata compostezza dalla cantante.
È poi entrato in scena Mirabassi, che, dialogando con Rebaudengo nella "Sonata per clarinetto e pianoforte" di Aaron Copland, ha confermato la sua tecnica sublime soprattutto negli attacchi impercettibili e nei pianissimo previsti all'inizio e alla fine della partitura. Il pianista ha invece avuto modo di esporre tutta la sua preparazione e capacità interpretativa nel solitario "American Berserk" di John Adams, una composizione dal dinamismo contrastato e martellante, tutto sommato vicino allo spirito di certo jazz contemporaneo.
Infine il trio al completo ha affrontato in prima esecuzione assoluta "Nueva York" di Carlo Boccadoro, il cui tortuoso percorso si snoda fra drammatiche enfasi e ripensamenti, picchi acuminati e plaghe melmose.
Il concerto, così come previsto dal programma di sala, è stato interpretato dai tre musicisti con duttilità e indubbio gusto, variate inflessioni e teatralità commisurata alle partiture. Ma sono stati i bis a fare la differenza: "Solitude" di Duke Ellington, un choro scritto dalla Zavalloni, e un brano di Egberto Gismonti hanno dato il via a infinite sorprese, a una grande spigliatezza interpretativa, a un fantastico interplay su ritmi mozzafiato. Si è trattato di un'esplicita dichiarazione che la musica non ha confini di generi, che la cesura fra compositore e interprete non ha più motivo di essere sottolineata, che la compartecipazione creativa, la gioia e il divertimento non possono raggiungere il pubblico se non accomunano in primo luogo i musicisti che agiscono sul palco. In definitiva, la cantante bolognese e compagni non hanno voluto, né potuto, rinnegare quella componente jazzistica che alimenta, oggi come in passato, il loro approccio musicale.
Lo staff di Musica Insieme fornisce inoltre la consulenza artistica e organizzativa di "Musica in Santa Cristina," manifestazione a totale carico della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna. Dal novembre 2008 al maggio 2009 la sua seconda edizione offre concerti gratuiti nella restaurata chiesa di Santa Cristina della Fondazza, articolandosi in tre diverse rassegne: "Šostakovic ritratto d'artista," che propone l'integrale dei quartetti per archi del compositore russo, "Il gesto e il suono: l'energia della musica," titolo già di per sé significativo, e "Primo piano," che, in collaborazione con l'Accademia Pianistica Internazionale di Imola, fra aprile e maggio presenterà quattro pianisti emergenti.
"Il gesto e il suono," dopo il concerto inaugurale di Giovanni Sollima e Monika Leskovar, ha previsto a metà gennaio una delle rare apparizioni italiane di Django Bates. La sua solo performance, costruita sul filo conduttore tematico dell'acqua, superato un inizio piuttosto debole ha poi avuto sviluppi altalenanti, comunque di una certa coerenza e originalità, ma risultando tutto sommato deludente. Intrecciando composizione e improvvisazione, citazioni e cliché, egli si è alternato al piano, al canto e al corno con indubbia abilità; ma quelli che un tempo erano i caratteri distintivi della sua musica (una verve trasgressiva, un dinamismo carico di sorprese, capace di riciclare e rigenerare vari generi e forme musicali) sembrano essersi sterilizzati in una formula ripetitiva, a tratti quasi introspettiva e malinconica.
Di particolare interesse è la serie di concerti dedicati ai quartetti per archi di Šostakovic, tutti interpretati dal Brodsky Quartet. Il Primo Quartetto, in do maggiore op. 49, è del 1938, quando il compositore era poco più che trentenne; il Quindicesimo e ultimo, in mi bemolle minore op. 144, è stato scritto da Šostakovic nel 1974 in ospedale, circa un anno prima di morire. Avere l'opportunità di ascoltarli tutti in sequenza, anche se a distanza di settimane, significa assistere all'evoluzione stilistica del compositore nell'affrontare questa forma musicale, cogliere le diverse combinazioni nel modo di accostare i vari movimenti secondo un'interna logica espressiva. Ne emerge quindi "l'estrema ricchezza di umori contrastanti e a volte enigmatici," come ha avuto modo di affermare Franco Pulcini in uno degli interventi affidati di volta in volta a diversi esperti e opportunamente inseriti a metà concerto.
L'esecuzione di tutti i quartetti di Šostakovic ha permesso inoltre di ripercorrere, da un'ottica del tutto parziale, quasi un quarantennio di storia dell'Unione Sovietica, nel senso che non si sono potute ignorare le varie fasi del contrastato rapporto che il compositore ha intrattenuto col potere politico.
A questa varietà di soluzioni formali e anche di motivi ispiratori, oscillanti fra la sfera privata e quella pubblica, il Brodsky Quartet (Daniel Rowland e Ian Belton violini, Paul Cassidy viola e Jaqueline Thomas Violoncello) ha dato un'interpretazione autentica e di straordinaria forza espressiva. Il loro virtuosismo tecnico e la profonda conoscenza della musica del compositore russo sono stati trascesi da una partecipazione e una fusione esemplari, fino a raggiungere momenti di trasfigurazione visionaria: è appunto quello che la vera interpretazione dovrebbe sempre perseguire, ma che non sempre riesce a realizzare.
Per concludere, è il caso di segnalare almeno le più importanti delle prossime date di Musica Insieme a Bologna. Da non perdere, il 2 marzo a Santa Cristina, l'ultimo appuntamento dell'integrale dei quartetti per archi di Šostakovic, con il Brodsky Quartet impegnato nei Quartetti Tredicesimo, Quattordicesimo e Quindicesimo. Sempre a Santa Cristina, l'11 marzo per la rassegna "Il gesto e il suono," il concerto della percussionista inglese Evelyn Glennie accosterà Johann Sebastian Bach a Steve Reich, ad autori nati negli anni Cinquanta e meno noti.
All'interno di MICO, al Teatro Comunale, il 30 marzo la pianista Joanna MacGregor proporrà un repertorio di autori del Nord e Sud America (Ives, Nancarrow, Villa-Lobos, Gismonti...), mentre il 4 aprile la rassegna sarà chiusa dai fratelli Enrico e Gabriele Pieranunzi (piano e violino), privilegiando opere di Bernstein e Copland.
Foto di Rita Cigolini (Zavalloni/Rebaudengo), Roberto Cifarelli (Bates), Alex McNaughton (Brodsky)
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