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Moers Festival 2010
Il recupero come luoghi di memoria e cultura attiva di alcune miniere di carbone e impianti siderurgici, da decenni non più operativi, è stato evidenziato in una vasta area territoriale attorno a Essen con "Shaft Signs," un'installazione di Land Art che ha innalzato a ottanta metri da terra circa trecentocinquanta palloni gialli.
Nell'ambito dello spettacolo dal vivo, il Moers Festival rappresentava invece la punta di diamante del programma "Jazz nell'area della Ruhr - Capitale europea della cultura 2010".
2. Reiner Michalke dirige il Moers Festival dal 2006, da quando cioè la parola "jazz" è scomparsa dalla denominazione della manifestazione. «Già col mio predecessore - afferma a tale proposito Michalke - pensavamo di cambiare il titolo perché non avesse più una connotazione unicamente jazzistica e rappresentasse ciò che in realtà offrivamo. Pensammo a "Moers New Jazz Festival," ma ancora il legame col jazz era troppo evidente. Così infine decisi di togliere qualsiasi riferimento a un genere musicale specifico. Il nostro pubblico è aperto a qualsiasi proposta e ci richiede che siano presentate le espressioni della più stretta attualità».
In verità nella programmazione di questo festival, che, a differenza di altri, da quando ha aperto i battenti nel 1972 non ha mai subìto interruzioni, si è riscontrata negli anni una sostanziale continuità nella linea artistica. Per altro tutti i concerti che ho avuto modo di ascoltare dal 21 al 24 maggio erano riconducibili all'ambito jazzistico, sia pure attuale e non canonico, contaminato con le più svariate culture. Il cambiamento del titolo sembra quindi un tentativo di "rinnovare per conservare": conservare e potenziare una propria coerenza estetica ed organizzativa, oltre al consenso di un pubblico fedele.
3. Il pubblico e le condizioni logistiche meritano un approfondimento. Non sono in grado di fare paragoni con le precedenti edizioni, dal momento che per me si trattava della prima partecipazione al festival, ma penso che si possano rintracciare non poche analogie con quello che era il festival di Saalfelden fino a pochi anni fa, prima cioè che abbandonasse il tendone in piena campagna per rinchiudersi nei due auditorium del centro città.
All'interno dell'esteso Freizeitpark di Moers viene eretto per l'occasione un classico chapiteau da circo, capace di contenere fino a 2.500 persone. Nelle vicinanze, immersi nel verde, tutti i servizi logistici, il campeggio, i parcheggi... Insomma un evento che una volta all'anno invade la tranquilla cittadina della Ruhr. Il pubblico, informale e di tutte le età, proveniente sia dai vari centri della Germania sia dalle nazioni limitrofe del Nord Europa, comprende ex-hippies incanutiti ma rimasti fedeli a se stessi, intellettuali alternativi, giovani curiosi...: un pubblico di "duri e puri" fortemente caratterizzato e motivato.
Poche annotazioni ulteriori: relativamente allo spazio l'amplificazione risulta generalmente buona e l'inizio dei concerti è di una puntualità davvero teutonica; ovviamente la birra scorre a fiumi e non si risparmiano applausi a nessuno.
4. Le proposte musicali sono della più svariata provenienza sia geografica che stilistica; il contesto fisico e umano del tendone tuttavia esclude, o quanto meno sconsiglia, espressioni troppo intimiste o cameristiche. A fianco di nomi famosi, gli organizzatori privilegiano gruppi emergenti, allestendo una vetrina di una realtà in fermento, ancora labile, tutt'altro che consolidata.
Fra le compagini giovani o giovanissime presenti in questa edizione meritano una segnalazione soprattutto le larghe formazioni. Nel progetto Crime Scene, inizialmente insinuante per poi diventare roboante, anche con passaggi di ambiziosa scrittura, si è sviluppata la musica della Bergen Big Band, che ha aperto il festival, rinforzata da due veterani quali lo stentoreo trombettista Palle Mikkelborg e l'altrettanto affermativo chitarrista Terje Rypdal.
Nelle lente e scarne strutture del sestetto newyorchese Super Seaweed Sex Scandal, propenso al punk-noise e alla no-wave, sono emersi momenti di relativa recrudescenza sonora, che parevano mimare timidamente certi lavori di Zorn.
Il settetto franco-belga-olandese Network of Stoppages, pilotato dalla trombettista Sanne van Hek, ha tramato progressioni pigre e sfrangiate, senza raggiungere nuclei consistenti. Decisamente più intriganti le masse orchestrali, le metriche nettamente scandite e le ironiche contrapposizioni fra culture proposte dalla Shreefpunk plus Big Band, diretta con autorevolezza dal trombettista di Colonia Matthias Schriefl.
Mediamente giovane anche il trio formato da Tyshawn Sorey, esponente di spicco dell'attuale drumming afro-americano, dalla pianista Kris Davis e dalla sassofonista tedesca Ingrid Laubrock. La loro "classica" e austera improvvisazione collettiva, cucita da flebili passaggi preordinati, ha connesso situazioni diverse senza tuttavia riuscire a comunicare qualcosa di particolarmente nuovo o profondo.
Fra le proposte "nuove" le sorprese più avvincenti sono venute da due musicisti emergenti nel panorama internazionale: Carlo Mombelli e soprattutto lo statunitense Steve Lehman.
Davvero notevole l'ottetto di quest'ultimo, comprendente nomi ben noti: Drew Gress, Tyshawn Sorey, il bravo trombettista Jonathan Finlayson... I brani ottimamente scritti e arrangiati hanno presentato percorsi essenziali e spigolosi, che spesso si concludevano all'improvviso con accordi all'unisono. La loro musica poteva ricordare quella di Henry Threadgill, resa però più compressa e frenetica; anche la voce strumentale del contralto del leader ha richiamato alla mente la pronuncia di Threadgill.
Nel set del quartetto sudafricano The Prisoners of Strange, creatura del bassista elettrico Carlo Mombelli, di origini italiane ma nato a Pretoria nel 1960, le linee ora fluide ora spezzate prevedevano spunti melodici, materializzando situazioni piuttosto suggestive, al tempo stesso esotiche e tecnologiche, ancestrali e avveniristiche.
Per le improvvisazioni marcate ma schematiche, poco articolate, si potrebbe definire neo-hard-free quello proposto dal nuovo trio formato da tre nomi emergenti, già presenti separatamente in precedenti edizioni del festival: Matana Roberts, Colin Stetson e Shahzad Ismaily. Il fraseggio non particolarmente originale della contraltista si è appoggiato sulle evoluzioni disegnate dal poderoso sax basso di Stetson (la vera rivelazione del trio), mentre Ismaily, al basso, chitarra e batteria, si è inserito con interventi non memorabili.
Per lo più conferme, e ben poche novità esaltanti, sono venute dai grossi calibri. La musica del nuovo trio di Bill Frisell, con il collaudato Eyvind Kang alla viola e il giovane Rudy Royston alla batteria, è parsa più scabra, meno poetica di quella di altre formazioni precedenti del chitarrista. Questa impressione si è avuta sia nei brani più rarefatti, quasi velatamente autoironici, sia in quelli più accesi, dalle cadenze ritmiche via via più marcate e dalle frasi spesso esposte all'unisono da viola e chitarra, concretizzando così una nuova versione di jazz-folk-rock.
In parte deludente, il giorno seguente, l'incontro fra i mondi, allo stesso tempo lontani e vicini, di Frisell e del trombettista e vocalist norvegese Harve Henriksen. Ognuno dei due ha rinunciato in parte alla propria individualità per incontrarsi su un terreno di melodie, sonorità e cadenze pacate e accattivanti, tutto sommato poco rischiose, a tratti deformate elettronicamente.
Come era prevedibile un free saturo e d'annata è venuto dal Peter Brötzmann Chicago Tentet (in realtà erano undici sul palco). Dal magma collettivo si sono stagliati raggruppamenti più ristretti: particolarmente notevoli quelli basati sulla presenza dello stesso leader al clarinetto e contralto, dei due tromboni di Johannes Bauer e Jeb Bishop, dei possenti sassofoni di Ken Vandermark e Mats Gustafsson. Le batterie di Paal Nilssen-Love e Michael Zerang costituivano una compatta e potente trama ritmica.
Totalmente diversa la proposta della formazione di tredici elementi diretta da Georg Graewe, comprendente alcuni dei protagonisti della musica improvvisata americana ed europea: Tobias Delius, Frank Gratkowski, Sebi Tramontana, John Lindberg, Michael Vatcher... La concept performance pensata dal pianista tedesco ha intrecciato, tramite passaggi di scrittura puntigliosa, temi melodici dal fascino elegiaco, momenti di improvvisazione ora decantata ora tonica e aggrovigliata, perfino la rivisitazione di composizioni di musica antica.
Un'esibizione anomala, che richiede una descrizione più dettagliata, si è rivelata la prima assoluta di Sponde di Passione: un progetto multimediale un po' spiazzante, forse per i troppi riferimenti culturali che conteneva. La musica tramata dalla chitarra sarda preparata di Paolo Angeli, assieme al percussionista indiano Ganesh Anandan e alla violinista giapponese Takumi Fukushima, è risultata narrativa, lenta e diafana, dal tono a tratti malinconico; soprattutto quando sullo schermo alle spalle dei tre musicisti scorrevano le foto in bianco e nero scattate da Nanni Angeli nel corso di diciott'anni durante i riti della Settimana Santa a Cuglieri, un paesino in provincia di Oristano.
Il canto vibrato dello stesso Paolo Angeli ha reso ancor più esplicito il riferimento alla sua cultura d'origine. Uno sprazzo di declamazione aspramente gutturale da parte della violinista sembrava invece una citazione del teatro della sua tradizione, mentre infine i volteggi al trapezio di Elena Zanzu, sopra le teste del pubblico in platea, richiamavano alla memoria i numeri circensi propri del tipo di tendone che ha ospitato la singolare performance.
La chiusura del Moers Festival 2010 è stata affidata a due personaggi carismatici come Arto Lindsay e Fred Frith, già presenti in passato alla manifestazione. Il fascino ambiguo di Lindsay, allo stesso tempo concettuale e sensoriale, è scaturito dalla connessione di tre aspetti diversi: il candore sofisticato del canto del leader, le escursioni trasgressive sulla sua chitarra e l'estrema compattezza ritmica della sua band (tastiere, basso, percussioni, oltre alla granitica batteria di Guillermo E. Brown).
Altamente articolato e più convincente il recente progetto Cosa Brava di Fred Frith. Su arrangiamenti perentori, basati sulla precisa scansione di metriche sghembe e su evocative linee melodiche, il quintetto, comprendente Zeena Parkins, ha sviluppato un percorso narrativo, quasi una colonna sonora, in cui vari sapori etnici si mescolavano in una sintesi trasversale.
Si può decisamente sorvolare sulla spettacolarità volutamente plateale e Kitsch dei gruppi che hanno chiuso le prime tre serate sotto il tendone; è invece il caso di segnalare che alcuni concerti di notevole interesse si sono svolti in altre sedi: a mezzanotte al Die Röhre e nel primissimo pomeriggio alla Evangelische Stadtkirche.
Fra questi ultimi è risultato davvero coinvolgente il duo fra Paolo Angeli e lo straordinario violinista australiano Jon Rose, che tornavano ad incontrarsi su un palco dopo diciassette anni. Essi hanno imbastito una sorta di antileziosa e immaginifica musica da camera improvvisata, continuamente alla ricerca di un'assonanza dinamica e timbrica.
A un'esaltante improvvisazione radicale, eppure sagacemente strutturata, si è assistito anche il giorno seguente col trio di ance Peter Brötzmann - Mats Gustafsson - Ken Vandermark. Pur nella densa esasperazione timbrica, il loro fluido e coerente transitare da una situazione all'altra ha fornito un ottimo esempio di composizione istantanea.
5. Un tipico festival-raduno si può quindi definire quello di Moers, che evidentemente conserva tuttora una sua ragione d'essere, in considerazione anche del fatto che si regge su una precisa interdipendenza fra musica, spazio e pubblico: un vasto e movimentato contenitore in cui si affiancano e si accumulano le proposte più disparate in condizioni d'ascolto coinvolgenti ma indubbiamente dispersive. Voler ascoltare tutto diventa un po' frastornante e rischia di offuscare la percezione dell'esatto valore artistico dei singoli gruppi che si avvicendano sul palco.
Foto di Helmut Berns.
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