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Ben Lamar Gay Ensemble a Firenze

Ben Lamar Gay Ensemble a Firenze

Courtesy Eleonora Birardi

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Ben LaMar Gay Ensemble
Firenze
A Jazz Supreme
Sala Vanni
11.11.2022

Appuntamento internazionale particolarmente atteso della stagione autunnale 2022 della rassegna A Jazz Supreme, venerdì 11 Novembre alla Sala Vanni di Firenze era in programma il quartetto di Ben LaMar Gay, cornettista, cantante ed eclettico polistrumentista, considerato uno dei più originali innovatori dell'attuale panorama jazzistico.

Nato a Chicago e membro della AACM, Lamar Gay attinge a ogni genere musicale, da quelli più prossimi al jazz fino all'hip hop, all'elettronica e alla tradizione del Brasile, Paese ove a vissuto per alcuni anni. A Firenze è giunto proprio il giorno dell'uscita del suo ultimo album in duo con il batterista italiano residente a Chicago Tommaso Moretti, Certain Reveries (International Anthems), e alla testa di un quartetto completato dal brasiliano Edinho Gerber alla chitarra, dal chicagoano Matthew Davis alla tuba e dallo stesso Moretti.

Il concerto, che ha ripreso lo spirito dell'album in uscita, è stato decisamente sorprendente: palesemente studiato nei dettagli, eppure ricco di spontaneità e spazi di improvvisazione; jazzistico nell'approccio, ma anche caratterizzato da un suono e da stilemi decisamente atipici; estremamente vario nelle atmosfere, anche grazie al quasi costante variare degli strumenti utilizzati da tutti i musicisti; "sporco" in molti suoi aspetti (uso della voce più che informale, stilemi della tromba stridenti, pause di transizione apparentemente imprecise), eppure guidato da una linea drammaturgica quasi ritualistica. Complessivamente, fuori da ogni etichetta.

LaMar Gay vi ha suonato la sua cornetta tutto sommato piuttosto poco, dando più spazio alla teatralità della voce: borbottii, urla improvvise, declamazioni, qualche canto. Accanto a questo, ha usato anche flauti, campane, vari oggetti, spesso affiancato da Davis e Gerber; esemplari, da questo punto di vista, due brani: il primo, tra i momenti più alti della serata, condotto con campane orientali di tonalità diverse, che i tre hanno prima usato in modo relativamente scoordinato, con finalità coloristiche, poi hanno preso a suonare ritmicamente in modo studiatissimo, così da dar vita a una sorta di affascinante carillon umano; il secondo, nel quale LaMar Gay suonava un flauto dolce e gli altri due flauti di canna, dando vita a una pausa lirico-meditativa.

A ciò si aggiunga l'impiego dell'elettronica da parte di Davis, la varietà ritmica di Moretti, il virtuosismo creativo di Gerber alle corde, l'uso degli spazi—LaMar Gay si è più volte spostato sul palco, andando a suonare o a "recitare" dietro gli altri o agli angoli, in almeno un caso imitato da Davis con la tuba—e soprattutto l'intensità entusiastica con cui il leader ha condotto e guidato l'intera performance collettiva, e si comprenderà quanto la serata sia stata coinvolgente e apprezzata dal cospicuo pubblico presente. Anche a dispetto, appunto, dei citati aspetti che potevano destare perplessità, rispetto ai quali ci si può giustamente interrogare se fossero o meno intenzionali, o perfino se avessero una valenza provocatoria, strumentale ad aumentare la percezione di spontaneità in un programma, invece, chiaramente e dettagliatamente architettato.

Domande, queste ultime, che interessano i critici o chi, dopo la fruizione dell'evento artistico, voglia collocarlo in un quadro più generale e in costante evoluzione qual è il jazz. Per coloro cui basti l'esperienza d'ascolto, non si può che ribadire come quella vissuta alla Sala Vanni sia stata senz'altro di alto livello per inventiva, originalità, passione. Tutt'altro che poco.

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