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MITO Settembre Musica - Le musiche del mondo
Musica e danza dalla Corea, Liu Fang, Caetano Veloso
Teatro Regio / Teatro Piccolo Regio / Teatro Baretti / Auditorium Giovanni Agnelli - Torino - 11-25.09.07
Come sempre, è assai ampio il cartellone dedicato da Settembre Musica alle musiche etniche ed extraeuropee: anche quest’anno lo spazio principale della rassegna è riservato all’Estremo Oriente; dopo il Vietnam, tocca alla Corea inaugurare la prima edizione del Festival sotto la nuova sigla MITO, con spettacoli nelle due sedi di Milano e Torino.
Già di per sé è straordinario l’interesse musicologico sotteso alla possibilità di ascoltare le musiche tradizionali - di corte e popolari - di questa regione, un interesse incrementato dalla serie di concerti in cui (fatto altrettanto raro) trovano ospitalità compositori contemporanei da lì provenienti, ormai entrati nella storia della musica, come Isang Yun, o avviati verso una carriera di sicuro successo, come Unsuk Chin (per leggerne la recensione clicca qui).
Per quanto influenzata dalla prossimità con la Cina ed il Giappone, la Corea ha comunque sviluppato una cultura musicale caratterizzata da una notevole autonomia rispetto ai modelli limitrofi.
Tra le tradizioni più antiche, che maggiormente hanno resistito alle pressioni di altri costumi e religioni, vi sono senza dubbio le musiche e le danze di corte e quelle connesse ai rituali sciamanici, alle quali è dedicata una serata al Teatro Regio con la partecipazione di musicisti e coreuti del National Center for Korean Traditional Performing Arts.
L’eterea eleganza dei movimenti delle danzatrici, che con ricercata lentezza evocano le ali palpitanti di farfalle, il delicato movimento del fiore che scivola nell’acqua di un ruscello e ancor più la raffinatissma stilizzazione del gioco della palla sono tutte espressioni della peculiare estetica sviluppatasi alla corte della dinastia Joseon (al potere tra il 1397 e il 1905): in contrasto con i colori sgargianti degli abiti, le danze esprimono con la solennità e la sobrietà di un rito rigorosamente codificato, un ideale di armonia tra l’individuo, il suo contesto sociale e l’intero cosmo, nel rispetto dell’ortodossia confuciana.
A una misurata improvvisazione è, invece, improntata la danza popolare nota come Salpuri, originatasi da un rituale sciamanico, per diventare una forma di espressione artistica autonoma, priva di contenuto religioso, in cui una situazione di apparente stasi della danza fluttua attraverso minime variazioni, assecondata dalle fluttuazioni microtonali dell’oboe e del flauto di bambù (noti rispettivamente come piri - al quale Isang Yun intitolò una significativa composizione cameristica - e daegum) che si librano su vielle, cetre, tamburi a clessidra e gong.
Proprio le percussioni hanno un ruolo fondamentale nelle musiche e danze buddiste che concludono il concerto, specie nell’apotesi finale in cui i danzatori colpiscono con le bacchette un gigantesco tamburo a barile, simbolo dell’ottuplice sentiero che conduce alla verità.
Il Jeong Ga Ak Hoe, formazione rinomata per l’accostamento molto rigoroso alle forme musicali della tradizione, ci introduce all’affascinante e malinconica poesia contenuta nei canti delle gisaeng (le geishe coreane), dove l’espressione della passione emotiva è contenuta, allusiva e rarefatta; analoga attitudine verso l’interiorizzazione e la sublimazione caratterizza una seconda performance del gruppo, impegnata nelle sobrie suites strumentali proprie della prassi musicale colta vigente tra il XV e il XVII secolo, periodo in cui il re Sejong introdusse un nuovo sistema di notazione, nel contesto di una più ampia riforma riguardante la scrittura e la musica.
I suoni avviluppano l’ascolto in un’aura ipnotica, richiedendo un grande sforzo di concentrazione per la percezione di sottili giochi di rallentamenti, accelerazioni e ornamentazioni che scaturiscono dall’oboe e dai flauti, scanditi dal tamburo a clessidra Jangu e dalle cetre a sei e dodici corde, con la viella impegnata a creare un continuum in costante fluttuazione: a partire da una sonorità principale si sviluppa un sofisticato intreccio eterofonico, nel quale si può rintracciare un modello per le elaborate composizioni attuali di Isang Yun.
Dopo l’epica tragicomica espressa dal Pansori>, in cui testo e musica sono affidate al canto femminile e al piccolo tamburo puk, percosso con mano e bacchetta su ciascuno dei due lati, la “sezione coreana” di MITO si conclude all’Auditorium del Lingotto con la musica rituale di corte, affidata ancora al National Center for Korean Traditional Performing Arts.
I musicisti sono divisi in due gruppi che occupano ciascuno metà del palcoscenico, simboleggiando le due orchestre che nella musica aak (ossia quella di corte ispirata ai rituali confuciani) erano disposte rispettivamente nel giardino del cortile interno del palazzo reale e sulla terrazza.
Mentre la ieratica gestualità dei danzatori rievoca le imprese civili e militari della dinastia Joseon, l’incredibile precisione esecutiva degli strumentisti - stupefacente nei glissandi microtonali e nell’uso delle dinamiche - offirerebbe con ogni probabilità versioni formidabili delle musiche di Giacinto Scelsi, che dal cielo avrà sicuramente apprezzato questo concerto.
La stessa delicatezza e un’analoga eleganza nel tocco si ammirano nel doppio concerto di Liu Fang al Teatro Baretti.
Con un sensuale vestito rosso il pomeriggio e azzurro la sera, l’artista cinese offre un saggio din grande virtuosismo misurandosi prima con il liuto pipa, poi con la cetra guzheng. Alternando brani tradizionali ad altri di autori moderni, le mani generano dalle corde un affascinante arcobaleno di glissandi, sfumature e abbellimenti microtonali, senza negare spazio a qualche ricercato fremito rumoristico, come nella rappresentazione del fragore della battaglia che pose fine al regno di Xian Yu e segnò l’inizio dell’impero Han (202 a.c. - 220 d.c.).
Se la rapidità virtuosistica e la morbidezza degli armonici - insieme alla vivacità ritmica - sono le caratteristiche salienti della performance con il liuto, un atmosfera d’incanto e raccoglimento avvolge il concerto dedicato al guzheng.
Evocando suggestioni naturalistiche già nei titoli (“La luna d’autunno nel palazzo degli Han”, “Gocce di pioggia sulla finestra di notte”), i brani non colpiscono tanto per l’esteriorità esotica (che Liu Fang non accentua con gli ammiccamenti propri di tanta world music) quanto per l’estrema cura destinata a ciascun suono, dall’attacco all’elaborazione con molteplici ornamentazioni (appoggiature, trilli e sfregamenti) sino alla sommessa estinzione nel silenzio.
La concentrazione e la grazia di questa musicista - che ha collaborato, tra gli altri con compositori del calibro di Tan Dun e formazioni di musica contemporanea come lo Xenia Ensemble - ha lasciato una traccia indelebile nel pubblico torinese.
Altrettanto si può dire per Caetano Veloso, celeberrimo alfiere del tropicalismo, che nel doppio appuntamento torinese-milanese presenta “Cê”, ultima fatica discografica registrata in studio, di cui è peraltro appena uscita la versione live. Lo accompagnano tre musicisti giovanissimi, ma sicuri del fatto loro, con un sound aggressivo di marca dichiaratamente rock.
Le tastiere Rhodes e il basso di Ricardo Gomes forniscono, insieme alla batteria di Marcelo Callado, un valido tappeto ritmico alle scorribande chitarristiche di Pedro Sa’, caratterizzate dall'ampia profusione di wah wah e distorsione.
Caetano, in ottima forma fisica e in sintonia con l’estroversione degli arrangiamenti, cerca il dialogo con il pubblico, muovendosi parecchio lungo il palco, affacciandosi e stringendo mani, parlando un italiano più che buono.
Una pausa di distensione viene concessa con gli omaggi a Jaques Morelnbaum (“Um Tom”, dove il cantautore brasiliano dispiega il suo tipico falsetto vellutato), a Michelangelo Antonioni (ricordato con un brano interamente in italiano) e a Londra (dove a fine anni ’60 dovette rifugiarsi con Gilberto Gil per fuggire dalla repressione del regime militare).
Lo spettacolo procede alternando la vitalità e la potenza della formazione elettrica alla poesia di brani classici, in cui Veloso imbraccia la chitarra acustica. Perle come “Coraçao vagabundo” e “Cucurrucucù paloma” vengono assaporate nel silenzio assoluto, in modo da non perdere neppure la più piccola inflessione della splendida voce. Alla ruvidezza di brani come “Homem”, “Odeio” e “Rocks” è lasciato il compito di trascinare il pubblico che gremisce pressoché al completo l’Auditorium del Lingotto, accompagnando le due ore e mezza di spettacolo ininterrotto sia con il canto (intonato soprattutto dai numerosi fans brasiliani presenti) sia con tentativi di danza (improbabili negli angusti spazi disponibili tra le poltroncine della sala).
L’attenzione riservata da MITO Settembre Musica alla musica d’autore e tradizionale non si esaurisce qui: restando nell’area lusofona, in particolare, la voce di Misia, lirica e calda allo stesso tempo, trasforma il Teatro Colosseo in un angolo di Lisbona, guidando gli spettatori in un onirico viaggio attraverso i testi che scrittori contemporanei del calibro di José Saramago, Mario de Sa Carneiro e molti altri hanno composto appositamente per lei. Il percorso che conduce da Fernando Pessoa a Luigi Tenco in una notte settembrina viene scandito dai colori brillanti e nitidi degli ottimi José Nanuel Neto e Carlos Manuel Proença, che nella chitarra e nella viola do fado distillano tutta la seduzione struggente della musica portoghese.
Parallelamente agli eventi “etnici” del MITO si è svolta “Gong”, un’originale serie di concerti dedicata alle musiche del mondo e ai possibili incroci: così dall’Amazzonia esplorata da Marlui Miranda si passa all’incontro tra Dj e percussionisti africani in “African Battle”.
Tra gli spettacoli proposti nella suggestiva cornice del Borgo Medioevale, sono stati i preziosismi vocali di Sangeeta Bandyopadhyay, pura espressione della spiritualità dell’India del Nord, a suscitare, malgrando la pioggia battente, le emozioni più intense.
Nel complesso, il bilancio del repertorio extra-classico si presenta più che positivo: non resta che perseverare su questa via, continuando - come si è fatto per la musica coreana - a indagare i nessi fra la tradizione e la creatività contemporanea.
Visita il sito di MITO Settembre Musica.
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