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Michele Bondesan: tra rigore classico e l'anarchia del nastro magnetico

Michele Bondesan: tra rigore classico e l'anarchia del nastro magnetico

Courtesy Tommaso Taurisano

In un panorama musicale sempre più frammentato, la figura di Michele Bondesan emerge come quella di un artista composito e completo. Contrabbassista di solida formazione classica, agitatore culturale con il collettivo Bluering-Improvisers e instancabile ricercatore sonoro, Bondesan ci racconta il suo passaggio dalle orchestre giovanili alla sperimentazione più radicale, dove il legno dello strumento dialoga con vecchi registratori a cassetta.

All About Jazz: Michele, anche se ci conosciamo da qualche anno e per far emergere la tua personalità musicale, inizierei con la classica domanda su qual è stata la tua formazione e il tuo percorso artistico iniziale.

Michele Bondesan: Allora, la formazione... io ho un passato da batterista. Quello studio si è fermato verso i 17 o 18 anni, ma mi ha portato a conoscere e amare il jazz dai corridoi del Siena Jazz. Sempre lì ho preso in mano per la prima volta il contrabbasso, intorno ai 14 anni. I primi anni li ho passati studiando con Silvia Bolognesi. Dopodiché ho intrapreso un classico percorso di studi. Il triennio a Siena e il biennio di contrabbasso classico a Reggio Emilia. Ho suonato in diverse orchestre giovanili: dall'Accademia del Teatro alla Scala, all'Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza, l'Orchestra Giovanile Italiana e l'Orchestra Senzaspine di Bologna. Ho suonato anche un po' di musica contemporanea, che è l'unica influenza di derivazione classica che seguo ancora oggi.

AAJ: Qual è l'aspetto positivo del tuo percorso classico e che cosa ti ha spinto, ad un certo punto, ad abbandonare quel mondo per dedicarti quasi esclusivamente alla sperimentazione?

MB: L'aspetto positivo è la formazione tecnica, in particolare l'uso dell'arco e la concezione dello strumento come un "corpo che suona." Nella classica ogni suono si scava, ogni fraseggio si macina per mesi. È un focus che non ho trovato altrove. L'aspetto negativo è lo stile di vita. La molta rigidità, una vita quasi monastica. La parte creativa ne soffre, se passi sette ore al giorno sugli stessi passi orchestrali.

AAJ: Quando hai deciso di mollare tutto e di fare il salto verso l'ignoto mondo della sperimentazione, nonostante i contratti di lavoro orchestrali e una carriera già avviata a vent'anni?

MB: È successo durante il lockdown. Mi sono diplomato al Biennio nel settembre 2020. Nel 2021 ho deciso di lasciare tutto. La vita del giovane musicista classico è fatta di audizioni perenni e di viaggi continui. La pandemia ha messo in discussione l'ordine delle mie priorità. Mi sono trasferito, ho cambiato e vita e città, ho iniziato a insegnare privatamente e oggi sento di avere un contatto molto più profondo con me stesso e un rapporto più personale con lo strumento. Nonostante l'incertezza dettata dal quotidiano, ne è valsa la pena.

AAJ: Parliamo un po' dei tuoi progetti, come il trio con tuo fratello di sangue Tobia Bondesan e con il fratello di fatto, visto il tempo e le esperienze condivise insieme, Giuseppe Sardina. Come concili il solo con la dimensione del gruppo?

MB: È come se il mio contrabbasso avesse due anime. Quella di derivazione classica, con l'archetto, gli armonici, le tecniche di vibrazione, che si rifà alla contemporanea. E l'anima legata al jazz, con il  pizzicato, la ritmica, una timbrica più a tamburo. Nel trio con Tobia e Giuseppe convergono le nostre ricerche sull'aspetto ritmico. Consideriamo il ritmo come un fenomeno stratificato che riguarda e coinvolge i gesti, i movimenti e i fenomeni naturali. Il trio è l'altra faccia della ricerca in solo. In una dimensione quasi "animalesca," più propulsiva.

AAJ: Nella musica improvvisata sei tu a creare la sintassi del linguaggio. Come sei arrivato all'uso dei registratori analogici nel tuo ultimo lavoro in solo "Nothingness?"

MB: Sono d'accordo. Nella classica tradizionale il compositore è l'Autore con la "A" maiuscola e l'esecutore riproduce. Dagli anni '70 c'è stata una riappropriazione dell'aspetto compositivo attraverso l'improvvisazione. Il mio solo non ha spartito, ma si è cristallizzato nel tempo. I registratori sono arrivati per gioco, come ricerca timbrica e drammaturgica. Ho iniziato a usarli con Luca Perciballi nel disco dei Tapestry nel 2022 e poi li ho riportati nel solo.

AAJ: Com'è il tuo rapporto con il pubblico ora che sei solo sul palco?

MB: Complicato! Come contrabbassista tendi a stare dietro. Confrontarmi con questo disagio mi fa crescere. Cerco di relazionarmi con il pubblico parlando, spiegando come funzionano i nastri e vedo che questo suscita molto interesse e facilita l'ascolto.

AAJ: Quanto è importante educare il pubblico a un tipo di ascolto diverso da quello abituale?

MB: Questa è una domanda politica. Perché c'è una componente politica in quello che facciamo. Il dialogo e l'interazione con chi esperisce l'opera è un atto politico. Come organizzatore dei BlueRing Improvisers e del Now Music Festival, il Festival che organizzo ogni anno in estate in provincia di Siena con Tobia e Giuseppe —arrivato alla sesta edizione—credo sia fondamentale creare ambienti che favoriscano l'apertura verso le nuove musiche. Oggi il musicista che suona e basta esiste, ma è una figura che appartiene al passato. Uno dei miei mantra è che nessuno inventa niente. Lo penso davvero e onestamente. Non credo nell'idea romantica del compositore o dell'artista, appunto, o dell'autore, del romanziere, o di chiunque si dedichi all'arte in generale, che viene trafitto dall'illuminazione o da una ispirazione quasi divina. Io ho un'idea molto più umana sul creare o fruire la musica. Credo nell'individuo o nella persona che vive in una rete di relazioni e che viene influenzata continuamente da questo interscambio, da questa osmosi continua da cui nascono delle cose belle, forse a volte brutte, ma nasce sempre qualcosa.

Tornando all'idea del solo, io so benissimo che non avrei potuto pensare il mio progetto se non fossi stato influenzato, per dire, da Nina, la mia compagna Nina Baietta, cantante e performer, o dal lavoro con Luca Perciballi, o dal confronto con una serie di musicisti che mi stanno intorno. Spero a mia volta di restituire un po' delle cose che ho preso o rielaborato da altri. Per me funziona così, è uno scambio, è una genesi cellulare. Nel mondo della performance da tanti anni si usa il termine "rizomatico," che descrive bene questo processo orizzontale, reticolare e non gerarchico.

AAJ: Spesso ti ho sentito citare grandi figure come Stefano Scodanibbio, Giancarlo Schiaffini, Joëlle Léandre, William Parker e Barre Phillips. Sono questi i tuoi riferimenti?

MB: Assolutamente. Sono figure che hanno dedicato energia a suonare, ma anche a far "muovere le cose," alla didattica e alla musica contemporanea. Sono molto affezionato alla storia del contrabbasso, di un certo tipo di contrabbassismo, legato all'improvvisazione, e a una visione quasi contemporanea dello strumento. Ho citato sicuramente Scodanibbio, che è stato un rivoluzionario. Chiunque faccia musica, dalla contemporanea alla sperimentale non può che averlo nel cuore. Ho avuto la fortuna di fare lezione con Barre Phillips durante la pandemia. Mi piacerebbe molto suonare con Joëlle Léandre, la sento molto vicina. Anche William Parker è una figura importantissima, forse è il più politicamente scorretto tra tutti.

AAJ: Cosa pensi dell'Intelligenza Artificiale applicata alla musica?

MB: Su questo argomento tendo ad essere eccessivamente luddista. Ironie a parte, so che ci sono lavori interessanti, come quelli di Luca Perciballi con il software SOMAX, ma provo una certa repulsione guardando ai grandi movimenti di denaro legati all'IA. Spero in un ritorno alle piccole comunità, territoriali, analogiche e acustiche. Ad una dimensione fisica del suono non mediata dai software.

AAJ: Cosa stai ascoltando in questo periodo?

MB: Molta scena italiana, per via del Festival. Sono un grande fan di Flavio Zanuttini e trovo bravissimo Massimo De Mattia. La scena attuale è ricca di musiciste e musicisti interessanti, giovani e meno giovani.

AAJ: Meglio l'autoproduzione o la casa discografica?

MB: L'etichetta ha ancora un ruolo di filtro e selezione, come la Relative Pitch Records, Clean Feed o Aut Records. Però i costi sono alti. Se nel 2025 registro cinque dischi, l'autoproduzione diventa una risposta adattativa necessaria. Il mio solo è uscito per un'etichetta artist-run inglese molto umana, la Discreet Archive, che devolve i ricavati ad Amnesty International. È una via di mezzo ideale. Una realtà piccola, curatissima e trasparente.


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