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Mario Biondi: Voce di un'anima soul

Paolo Marra By

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Prima di essere un cantante e musicista sono un ricercatore appassionato di musica. Quando trovo qualcosa che mi interessa in modo particolare lo includo nel mio personale carrello per poi tirarlo fuori e lavorarci sopra.
Con la sua voce calda, pregna di pathos e raffinati slanci timbrici, Mario Biondi si muove al confine tra soul e jazz seguendo con una cifra personale le tracce dei grandi cantanti della tradizione della musica nera. Con il nuovo disco, Dare, il crooner italiano ha voluto riassumere le sue diverse attitudini artistiche riunendo attorno a sé i colleghi con cui ha collaborato durante la sua lunga carriera. Tra questi il gruppo inglese degli Incognito, The Band, la formazione che lo accompagna da molti anni nei concerti in tutto il mondo, gli High Five Quintet formata da Fabrizio Bosso, Daniele Scannapieco, Julian Oliver Mazzariello, Pietro Ciancaglini e Lorenzo Tucci e il Trio della pianista tedesca Olivia Trummer formato da Nicola Angelucci e Matteo Bortone. Dare assume per Mario Biondi un significato particolare racchiuso nella foto di copertina nel quale è ritratto con alle spalle il celebre murales alato della street artist americana Colette Miller a sottolineare nello stesso tempo l'importanza della condivisione e il coraggio di sapere "osare" nella vita come nella musica.

All About Jazz: Vorrei iniziare da uno dei brani che più ti rappresentano "This Is What You Are" con cui ottenesti nel 2004 il riconoscimento a livello internazionale: quali furono le circostante che ne decretarono il successo?

Mario Biondi: Il brano nacque nel 2003 come una sorta di sfida in un periodo durante il quale il New jazz e la dance italiana aveva un forte appeal nei club, in particolar modo in Giappone, infatti il nome del progetto Was-A-Bee, di cui faceva parte il brano, parafrasava per gioco il termine giapponese "Wasabi." Il successo di "This Is What You Are" prese una piega inaspettata a seguito di un importante riscontro di pubblico in Europa grazie all'attenzione dategli dal circuito delle radio inglesi di BBC One e BBC Six arrivando a posizionarsi in poco tempo nelle classifiche inglesi. Si è creato in seguito un effetto di ritorno nelle trasmissioni radiofoniche italiane attraverso Radio Monte Carlo, prima emittente a trasmettere e a sostenere il progetto.

AAJ: Dopo tre anni, nel 2006, incidi l'album Handful of Soul, in cui era contenuto il brano "This Is What You Are," che segna l'inizio di una lunga collaborazione col gruppo dei High Five Quintet.

MB: L'incontro con gli High Five Quintet avvenne grazie al discografico dell'etichetta Schema Records che ci mise insieme per la registrazione del disco. Con loro ho trascorso un periodo molto intenso di tournée in giro per il mondo durante la quale abbiamo condiviso un'esperienza nuova per tutti: loro si confrontavano con la presenza di un cantante all'interno del quintetto mentre io avevo l'opportunità di interagire e sperimentare con jazzisti capaci di esprimere un linguaggio incredibile. Il fatto di riunirli in occasione del nuovo disco Dare, dopo più di dieci anni che non suonavano insieme, è stata una grande soddisfazione.

AAJ: Da che cosa scaturisce la scelta di includere nel nuovo disco una versione cantata di "Cantaloupe Island," il famoso brano di Herbie Hancock?

MB: Prima di essere un cantante e musicista sono un ricercatore appassionato di musica. Quando trovo qualcosa che mi interessa in modo particolare lo includo nel mio personale carrello per poi tirarlo fuori e lavorarci sopra. "Cantaloupe Island" nella versione cantata di Mark Murphy è stato una di queste, mi ha ispirato per un rifacimento particolare da inserire nel mio nuovo lavoro. Mi piaceva l'idea di rendere uno standard jazz fruibile al grande pubblico, quasi come una canzone pop, come era avvenuto negli anni '90 nel caso del brano "Cantaloop (Flip Fantasia)" della band britannica Us3.

AAJ: Hai partecipato nel 2019 alla registrazione del disco Someday degli Spiritual Trio di Fabrizio Bosso, Alberto Marsico e Alessandro Minetto interpretando il brano "Someday We'll All Be Free" di Donny Hathaway che hai voluto inserire anche nel nuovo disco.

MB: All'inizio consideravo il fatto di misurarmi con un brano come "Someday We'll All Be Free" una situazione rischiosa in virtù del fatto di essere strettamente legata alla cultura afroamericana. Fabrizio ha insistito per inserirlo nel disco Someday ed il risultato è stato straordinario, in conseguenza anche del fatto di registrarlo in presa diretta. Nella parte finale del brano ci siamo messi a giocare incrociando con Fabrizio Bosso i nostri rispetti fraseggi in maniera del tutto inaspettata. Nel risultato finale è evidente la nostra anima soul che scaturisce dal rapporto affettivo che ci unisce.

AAJ: Sei un artista che si è sempre posto tra il soul e il jazz. Quali sono i punti di contatto tra questi due generi che ti hanno permesso di esprimerti al meglio?

MB: Il punto di contatto è stato l'ascolto di Carmen McRae, una delle artiste che preferisco nell'ambito del crossover tra soul e jazz. È un sound che sento mio in maniera del tutto naturale, un aspetto che diventa fondamentale per un musicista. Non ho mai avuto "razzismi" musicali al contrario di musicisti che tendono spesso a cristallizzarsi su un genere o stile musicale considerando il resto con diffidenza. Per me la musica è di qualità e perciò bella o viceversa brutta e scadente al di là delle etichette utili solo per classificare la musica.

AAJ: La visione musicalmente inclusiva che ti caratterizza è evidente nel disco Dare nel quale ti sei avvicinato a sonorità rock-pop come avevi fatto con la musica popolare brasiliana nel disco Brasil del 2018.

MB: Ho sempre preferito muovermi in questa direzione nonostante le critiche. Quando registrai l'album If dopo Handful of Soul molti si chiesero perché mi ero discostato dal sound di un progetto che si era rivelato vincente aspettandosi un lavoro discografico simile. Ho voluto invece sperimentare per non perdere la voglia di continuare a divertirmi con il mio pubblico.

AAJ: Questa condivisione con il pubblico, di cui mi stai parlando, trova la sua massima espressione nella dimensione live.

MB: Il live è la mia dimensione, senza di essa non c'è vita e di conseguenza musica. È una scuola che nel corso del tempo mi ha dato molto in termini di crescita come artista. Per esempio nell'ambiente londinese ho trovato ogni volta un pubblico eterogeneo che mi trasmette molto energia durante i concerti. Con la band ci siamo esibiti oltre che allo storico jazz club Ronnie Scott's a Londra, dove abbiamo registrato il brano "Sunny Days" incluso nel nuovo disco, anche alla Royal Albert Hall.

AAJ: Come vivi l'impossibilità di esibirti dal vivo a causa del Covid-19? Pensi che l'attività concertistica possa ripartire nel breve periodo con le giuste precauzioni?

MB: Lo vivo con i piedi nel presente sperando in un futuro migliore. Non voglio vivere con l'insofferenza di non poter fare qualcosa accettando, anche se con una certa dose di dispiacere, di non potermi esibire. Mi auguro che i concerti programmati il 14 e 16 marzo rispettivamente all'Auditorium Parco della Musica e al Teatro Arcimboldi di Milano si possano tenere per poi proseguire con altre date previste in Russia, Spagna, Francia e Inghilterra. La ripresa del tour darebbe ossigeno anche a tutte le maestranze che lavorano dietro le quinte, indispensabili per l'organizzazione dei concerti.

AAJ: Altra formazione con quale collabori ormai da diversi anni sono gli Incognito, capitanati da Bluey, con i quali hai registrato allo studio Colibrì Sound Recorded di Londra due brani inseriti nel disco.

MB: Ascoltavo Bluey con il progetto degli Incognito già alla fine degli anni '80 quando si presentarono sul mercato musicale come qualcosa di innovativo. Sono rimasti un mio punto di riferimento per quanto riguarda quel tipo di sound basato sull'esplosività ritmica. Oltre al lato musicale ho trovato in Bluey una persona meravigliosa che mi ha insegnato molte cose. Alcuni considerano gruppi come gli Incognito una sottomarca della scena americana invece sono una parte di funk europeo con una forza incredibile. D'altronde anche i musicisti scozzesi hanno rappresentato per me una fonte d'ispirazione per la loro capacità di esprimere con le sezioni fiati un sound simile a quello di gruppi storici come gli Earth, Wind & Fire o i Tower of Power. In questo senso lo Studio Colibrì Sound Recorded mi ha dato la possibilità di registrare in una modalità unica permettendomi di conferire ai brani un linguaggio ben distinguibile.

AAJ: Che cosa ha aggiunto al disco la presenza, in veste di autrice, di Olivia Trummer?

MB: Olivia Trummer ha una sensibilità artistica e armonica straordinaria. Ho avuto il piacere di conoscerla attraverso il batterista del suo Trio, Nicola Angelucci, e Fabrizio Bosso. Lei è un personaggio poliedrico che si divide tra l'esecuzione come cantante e pianista e la composizione. La sua presenta nel disco mi ha permesso di osare andando a ricercare e creare delle contaminazioni diverse dal solito.

AAJ: La tua voglia di osare è evidente anche nel trattamento riservato a Strangers in the Night, classico per eccellenza di Frank Sinatra, in una versione R&B che stempera, con un sound accattivante, la serietà del brano.

MB: L'ascolto della versione di Strangers in the night di James Brown mi ha spinto a realizzare una lettura diversa del classico di Frank Sinatra. All'inizio ero titubante ma poi mi sono convinto perché mi piaceva il concetto di poter conferire al brano quel sound tipico della Motown reso possibile anche grazie al supporto del batterista Christian Capiozzo. Come ti dicevo all'inizio dell'intervista tutto deriva dalle mie ricerche, dall'infilare sempre qualcosa nel mio ipoteco "carrello..."

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