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John Hollenbeck: profilo di artista

Angelo Leonardi By

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Tra le collaborazioni di Hollenbeck la più influente è stata quella con Meredith Monk, iniziata col disco Mercy (ECM, 2002) già ricordato.

In merito a quel sodalizio il batterista ha concesso un'intervista a Brian Howe su The Thread (http://thethread.dukeperformances.duke.edu/2012/11/interview-john- hollenbeck-on-meredith-monk/) dove spiega d'aver appreso da lei a scrivere e ascoltare musica da una prospettiva emotiva e non solo intellettuale. L'incontro con la compositrice, cantante e coreografa fu propiziato da Theo Bleckmann sul finire degli anni Novanta, quando la Monk cercava un percussionista che prendesse il posto dello scomparso Collin Walcott per la nuova opera Magic Frequencies. La prima audizione di Hollenbeck provocò negli astanti profonde emozioni, legate alla somiglianza con quanto faceva Walcott. "Successe quello che non mi era capitato in nessun altro posto—ha ricordato il batterista—In sostanza le persone dell'ensemble iniziarono a piangere. Nel gruppo che ascoltava c'erano sia Meredith che la vedova di Collin e si manifestò un momento estremamente potente."

La collaborazione con la Monk è continuata nei dischi Impermanence (ECM, 2008) e Songs of Ascension (ECM, 2011).

I Lavori Orchestrali

Sul versante dei lavori orchestrali, l'innovativa versatilità di Hollenbeck s'evidenzia pienamente a partire dalla pubblicazione di Joys and Desires (Intuition, 2005).

L'album presenta sette composizioni del leader di media lunghezza (ma due vanno oltre i dieci minuti) in una scrittura strepitosa per ricchezza e varietà di soluzioni timbriche e ritmiche. Ancora una volta è chiara l'influenza di Gil Evans nelle sontuose trame orchestrali, nei collettivi dissonanti e nei lunghi episodi statici ma la sintesi è originale: c'è un uso continuo di pedali, di contrasti timbrici, di quadri melodici in mutamento che risultano anche conflittuali nell'arco di uno stesso brano (esemplare in questo è "After a Dance or Two..."), toccando le esasperazioni di Don Ellis o della Vienna Art Orchestra.

Un progetto dove la scrittura è centrale, con l'esaltazione delle tessiture orchestrali e degli sviluppi dinamici e con gli spazi per gli assoli coerenti con la trama complessiva. Protagonista del disco è la Jazz Big Band Graz sotto la supervisione di Heirich Von Kalnein e Horst-Michael Schaffer.

Assiso alla batteria Hollenbeck imprime a tutto il collettivo una significativa direzione, con un drumming che è fonte costante d'impulsi, repentini cambiamenti di tempo, frammentazioni e alterazioni ritmiche.

Joys and Desires è stato il primo maturo lavoro orchestrale del batterista e ha suscitato giudizi eccellenti anche in Italia per l'originale complessità delle sue architetture.

Restando in tema di ampi organici (Hollenbeck preferisce il termine Large Ensemble a quelli di orchestra o big-band) il disco più riuscito dell'arrangiatore nasce nel 2009 per la Sunny Side Records col nome Eternal Interlude.

Al suo servizio c'è una formazione di venti elementi condotti da J.C. Sanford, direttore del dipartimento jazz al college Le Moyne di Syracuse. Il clima è accademico, in chiara relazione col quel sinfonismo europeo che aveva influenzato anche il primo Gil Evans (pensiamo a The Individualism) e lo porta a privilegiare l'organicità ai contrasti. Le esasperazioni timbriche sono stemperate in percorsi che si snodano secondo una logica minimalista in quadri lenti e riflessivi. Una musica caratterizzata da lunghi episodi narrativi, animati da un incessante flusso di combinazioni dinamiche, che suscita profondo pathos in chi ascolta.

A differenza di Joys and Desires la scrittura è più aperta e lascia ampio spazio ai singoli, portando a una sintesi equilibrata tra i loro interventi e il collettivo. Tra i nomi più in vista ricordiamo Ellery Eskelin, Tony Malaby, Gary Versace. Gli episodi memorabili sono molti, ognuno con precise identità: il disco inizia con un tumultuoso omaggio a Monk evidente dal titolo che trasforma "Four in One" in "Foreign One" e si conclude con l'astratto e rarefatto "No Boat." Tra questi abbiamo brani più vicini alla tradizione orchestrale jazz come "Perseverance" e "Guarana", il narrativo "The Cloud" e l'iterativo "Eternal Interlude" che ha spinto alcuni ad accostamenti con Steve Reich.

"Amo il ritmo e la forza della ripetizione—ha dichiarato Hollenbeck a questo proposito—Amo gli effetti emotivi di qualcosa che si ripete cambiando lentamente oppure di quello che cambia improvvisamente in modo drammatico. Come me, anche Steve Reich è molto interessato alla musica africana e balinese. Io non ho mai guardato alle (sue) partiture o cercato di analizzare quella musica ma l'apprezzo. Io cerco di usare elementi che si possono trovare nella musica minimalista combinati con altri che ne sono estranei." (Will Layman: Jazz Today—Spinach and Broccoli Music: An Interview with Composer and Drummer John Hollenbeck)

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