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John Hollenbeck: profilo di artista

Angelo Leonardi By

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Al suo servizio c'è una formazione di venti elementi condotti da J.C. Sanford, direttore del dipartimento jazz al college Le Moyne di Syracuse. Il clima è accademico, in chiara relazione col quel sinfonismo europeo che aveva influenzato anche il primo Gil Evans (pensiamo a The Individualism) e lo porta a privilegiare l'organicità ai contrasti. Le esasperazioni timbriche sono stemperate in percorsi che si snodano secondo una logica minimalista in quadri lenti e riflessivi. Una musica caratterizzata da lunghi episodi narrativi, animati da un incessante flusso di combinazioni dinamiche, che suscita profondo pathos in chi ascolta.

A differenza di Joys and Desires la scrittura è più aperta e lascia ampio spazio ai singoli, portando a una sintesi equilibrata tra i loro interventi e il collettivo. Tra i nomi più in vista ricordiamo Ellery Eskelin, Tony Malaby, Gary Versace. Gli episodi memorabili sono molti, ognuno con precise identità: il disco inizia con un tumultuoso omaggio a Monk evidente dal titolo che trasforma "Four in One" in "Foreign One" e si conclude con l'astratto e rarefatto "No Boat." Tra questi abbiamo brani più vicini alla tradizione orchestrale jazz come "Perseverance" e "Guarana", il narrativo "The Cloud" e l'iterativo "Eternal Interlude" che ha spinto alcuni ad accostamenti con Steve Reich.

"Amo il ritmo e la forza della ripetizione—ha dichiarato Hollenbeck a questo proposito—Amo gli effetti emotivi di qualcosa che si ripete cambiando lentamente oppure di quello che cambia improvvisamente in modo drammatico. Come me, anche Steve Reich è molto interessato alla musica africana e balinese. Io non ho mai guardato alle (sue) partiture o cercato di analizzare quella musica ma l'apprezzo. Io cerco di usare elementi che si possono trovare nella musica minimalista combinati con altri che ne sono estranei." (Will Layman: Jazz Today—Spinach and Broccoli Music: An Interview with Composer and Drummer John Hollenbeck)

Che John Hollenbeck sia un artista dagli orizzonti quanto mai ampi lo conferma in modo esemplare Rainbow Jimmies (GPE, 2009), un lavoro che raccoglie composizioni per differenti organici, che spazia dalla dimensione classico- contemporanea a quella etnico-percussiva. L'opera centrale è "The Gray Cottege Studies," scritta per il violinista classico Todd Reynolds e il vibrafonista Matt Moran. In alcuni dei sette movimenti interviene lo stesso Hollenbeck alle percussioni, introducendo alterazioni ritmiche nell'austero e astratto camerismo del duo.

Claudia Quintet: I Nuovi Album

Tra il 2010 e il 2011 John Hollenbeck si dedica principalmente al Claudia Quintet, realizzando due tra i lavori più ricercati della formazione. Registrato nel dicembre 2009, il quinto capitolo del Claudia Quintet s'intitola Royal Toast ed ospita Gary Versace al pianoforte (occasionalmente anche come seconda fisarmonica), partner di lunga data del leader e già presente nel tour di quell'anno. Il percorso musicale si sviluppa presentando dieci brani di media lunghezza con interposti brevi interludi improvvisati, in cui ogni singolo componente dialoga con se stesso in sovraincisione.

"Mi piacciono i brindisi (toast in inglese)—ha ironizzato Hollenbeck spiegando il perché del titolo—e ho hotato che se si pone il termine royal prima di qualcosa, la cosa sembra più nobile." Ovviamente ciò non ha influito sugli ampi consensi critici ottenuti dal disco, consensi che sanciscono la definitiva accettazione del quintetto tra i protagonisti del jazz contemporaneo.

Nate Chinen del New York Times dopo aver ribadito la molteplicità di elementi che coesistono nella formazione ("progressive jazz, classical minimalism and low-glare experimental rock") considera che "da questo momento quell'equilibrio di stili riflette un protocollo stabilito, in modo leggermente insolito rispetto agli inizi. Jazz, new music e post rock, o in qualunque modo vogliamo chiamarlo, si fondono e sovrappongono stabilmente in modo reciproco condividendo molte delle stesse risorse."

Chris Barton del Los Angeles Times considera il Claudia Quintet "una delle formazioni jazz più avventurose operanti oggi," John Fordham del Guardian lo cita tra i più acclamati gruppi jazz dell'area sperimentale.

Riguardo a questo lavoro va sottolineata la presenza contrappuntistica di Versace, che consente a Hollenbeck di muoversi più liberamente sul versante poliritmico, e la marcata identità timbrica del gruppo, risultante dalle relazioni tra clarinetto, vibrafono e fisarmonica. Il primo aspetto è evidente in "Armitage Shanks," nel concitato brano che dà titolo all'album e nel ritmicamente convulso "Keramag"; il secondo nelle seducenti e distese ambientazioni di "Crane Merit" o nei cameristici "Ideal Standard" e "For Frederick Franck."

Il successivo What Is the Beautiful? (Cuneiform, 2011) documenta un progetto commissionato dall'università di Rochester per celebrare i cento anni della nascita dello scrittore e poeta Kenneth Patchen. Questi fu uno dei primi a declamare liriche in un contesto jazzistico e negli anni cinquanta esercitò ampia influenza sui poeti beat.

Per l'occasione Hollenbeck ospita ancora un pianista (Matt Mitchell) e i cantanti Kurt Elling e Theo Bleckmann per recitare le sue poesie. Il risultato del progetto evidenzia la duttilità dell'autore e la plasticità del gruppo che mantengono la propria identità in percorsi dalle dinamiche più uniformi, anche se contraddistinti da continue tensioni interne. Per le ragioni suddette questo disco è il più jazzistico (e se vogliamo il più "tradizionale") della formazione ma le suggestioni non mancano, soprattutto nelle relazioni tra cantanti e collettivo. Mentre la pronuncia luminosa di Bleckmann è congeniale ai brani intimi e riflessivi, la ricchezza timbrica e la versatilità di Elling lo è per quelli ritmicamente articolati in senso boppistico.

Con la recente pubblicazione di September entriamo nel pieno dell'attualità. Il titolo ha un duplice riferimento: da un lato si lega al mese preferito di Hollenbeck che dal 2001 lo dedica alla composizione (e alla meditazione) in luoghi suggestivi come il Blue Mountain Center, nello stato di New York, a Taos in New Mexico e di recente alla Bogliasco Foundation in Liguria dove ha scritto i brani del disco.

Dall'altro è il mese legato alla tragedia dell'11 settembre, una ferita mai rimarginata in molti americani. L'ambivalenza affettiva che sorge in settembre si riflette nel percorso del disco e viene risolta con sentimenti di compassione e partecipazione ("Mi è sorta l'idea—scrive nelle note—di rielaborare e trasformare i residui traumatici con la composizione. Sono specialmente interessato a come—tramite il semplice atto non violento del comporre—possiamo aiutare noi stessi a diventare persone migliori, approfondendo la propria connessione con l'umanità, creando un'opera che può confortare e guarire."

Pur confermando i tratti centrali della sua estetica, le composizioni di September evitano eccessi di scrittura e mostrano una freschezza nuova, distendosi in lunghi episodi cantabili e venati di malinconia. Brani evanescenti e atmosfere sospese con i solisti sostenuti da lunghe iterazioni come "Love Is Its Own Eternity," "Coping Song", "Somber Blanket," "Loop Piece." I rischi di calligrafismo sono evitati mettendo i piani sonori in sottile contrasto e opponendo alle melodie un drumming spezzato, continuamente instabile.

Solo in alcuni brani ("Soterius Lakshmi," "Lemons,""Wayne Phases") restano i contrasti timbrici e le concitazioni ritmiche del passato oppure troviamo istanze sperimentali ("Me Warn You"). I risultati sono comunque diversi grazie all'intento di Hollenbeck è di liberare il più possibile i musicisti dalla partitura scritta con pezzi facilmente memorizzabili, nella logica degli head arrangements della tradizione jazz.

Anche se gran parte del lavoro di Hollenbeck s'è espresso con il Claudia Quintet e con ampie formazioni orchestrali, va sottolineato che non si esaurisce in essi. La marcata versatilità dell'autore si ritrova nel variegato corpus di composizioni da camera (come Demütig Bitten del 2004), opere sinfoniche (New Year, New Music eseguita dalla Gotham Wind Symphony di New York), jazzistiche (Shut Up and Dance scritta per l'Orchestre National de Jazz che Le Monde ha incluso tra i migliori cinque album di quell'anno.

Un organico meno noto, anche se di lunga data, è il Refuge Trio (con Theo Bleckmann e Gary Versace), altro eclettico progetto che si muove in ogni direzione. Ed ancora i duo col sassofonista Jorrit Dijkstra e con Bleckmann.

Seguire questi percorsi ci porterebbe lontano, ben oltre gli intenti di quest'introduzione.

Foto di John Hollenbeck.
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