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Jim Campilongo Trio
Arrivi di pomeriggio e Fara Sabina ti appare come un posto incantato, dove il tempo si è fermato e non ha nessuna voglia di riprendere il suo corso. Una città addormentata, al punto che neanche i gatti rinunciano al loro pisolino nelle comode aiuole. Poi però succede che, perlustrando gli stretti vicoli che caratterizzano il prezioso borgo, ti accorgi di una melodia familiare: "Take the A Train". Arriva da una delle aule che ospitano i numerosi workshop della quinta edizione del Fara Music Festival, manifestazione che ha assunto una dimensione dal carattere internazionale, e che quest'anno ha visto in cartellone, tra gli altri, John Scofield, Danilo Rea e Simona Bencini. Questo grazie a un'organizzazione capillare e di valore, capace di coinvolgere gli ospiti del festival con una serie di eventi di sicuro interesse, come il concerto gospel nel quale ci imbattiamo all'ora dell'aperitivo, dove è già arrivata la notizia della morte di Amy Winehouse alla quale viene dedicata una sentita versione di "God Bless the Child".
Era giovane la vocalist di Enfield, come i numerosi musicisti che si aggirano tra i tavolini degli stand gastronomici e che si incontrono in ogni angolo. In questa edizione le band emergenti finaliste del premio internazionale "Fara Music Jazz Live" hanno ottenuto l'opportunità di aprire i concerti serali. Tra queste abbiamo avuto la fortuna di apprezzare le idee formali che hanno contraddistinto la performance dei Machine Project, un quartetto capace di tradurre alcune composizioni barocche in chiave jazz, dalla buona cifra improvvisativa e dal piglio molto originale. Nel frattempo il tramonto è sceso sugli orizzonti mozzafiato che incorniciano Fara Sabina, e sotto il palco principale, allestito nella suggestiva Piazza Garibaldi, si è riunito un cospicuo pubblico voglioso di misurarsi con la temperatura al di sotto della media stagionale pur di assistere al concerto di Jim Campilongo.
Il chitarrista americano, sarà per le battute che intervallano i brani o per la giacca di una mezza misura in più, emana simpatia spontanea, dilagante. Ma quello che più conta è il modo in cui tratta la sua Fender: tecnica sopraffina; grande forza espressiva; duttilità stilistica; feeling da vendere. Alle sue spalle agisce una ritmica composta dal contrabbasista Francesco Puglisi, forte di una grana timbrica importante, sicura, e il drummer John Arnold, attento e preciso nello svolgere un compito che lo vedrà in solo giusto un paio di volte, in un contesto dove il vertice alto del triangolo si rivela quasi esclusivamente Campilongo. Il californiano ha voglia di spaziare. Produce blues dal sapore acido, tagliente, tira con decisione verso i lidi del rock più autentico, non manca nel ribadire il filo robustissimo che lo lega al country svolto su ritmi veloci, trascinanti, al punto che qualcuno abbandona la sedia per ballare ai lati del palco. Entusiasmo che si spegnerà solo nell'ultimo brano in scaletta: una versione di "Chelsea Bridge," tratta dal CD Orange, che metterà la parola fine a una performance brillante e godibilissima.
Non terminerà invece il lavoro della macchina organizzativa del Fara Music, dal momento che nel prossimo mese di ottobre il Festival avrà l'onore di rappresentare l'Italia ai festeggiamenti del Columbus Day. Un piccolo centro e una grande passione, dunque per una volta spendiamo volentieri la parola "miracolo".
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