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Jazz&Wine of Peace 2015

Neri Pollastri By

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Jazz&Wine of Peace Festival
Cormons, Collio, Nova Gorica, Goriška Brda
22-25.10.2015

Diciottesima edizione del festival friulano, come gli ultimi anni ampiamente disseminato nel territorio circostante, per cantine, ville e chiese, non solo in territorio italiano ma anche nell'adiacente Brda slovena.

Dopo alcuni prologhi, il più importante dei quali era il solo dell'emergente e autorevole fisarmonicista francese Vincent Peirani, la rassegna si è aperta la sera di Giovedì 22 ottobre con un concerto del Devil Quartet, una delle formazioni più interessanti di Paolo Fresu, presso la Cantina Jermann, prestigiosa azienda di Dolegna, pochi chilometri da Cormons.

Di fronte a un pubblico numerosissimo, Fresu ha offerto uno spettacolo di grande livello per intensità e comunicativa, specie nella prima parte, durante la quale è stato messo in scena il repertorio dinamicamente più potente della formazione. Qui Fresu ha fatto virtuosamente giocare la sua tromba con l'elettronica, duettando con Bebo Ferra, che a sua violta si è distinto per passaggi di derivazione rock alla chitarra. Nel prosieguo il clima è un po' mutayo, lasciando spazio anche a qualche ricerca d'effetto sul pubblico, come suonare classici della canzone italiana camminando tra gli spettatori in platea. Menzioni anche per un eccellente Stefano Bagnoli alla batteria e per Luca Bulgarelli , che non ha fatto rimpiangere l'assente Paolino Dalla Porta.

Il venerdì, così come il sabato, il serratissimo programma prevedeva quattro concerti, che come ogni anno spiccavano per varietà stilistica. Al mattino, al Castello di Spessa, si è esibita Banditaliana, quartetto di Riccardo Tesi. Il gruppo, all'aperto e sotto uno splendido sole autunnale, ha proposto la sua musica carica di energia che sintetizza la tradizione popolare attingendo da molteplici ambiti musicali—jazz, canzone d'autore, progressive, folk di ogni latitudine—riscuotendo grande apprezzamento dal pubblico, composto da un mix di italiani, austriaci e sloveni.

Nel primo pomeriggio, nell'incantevole cornice dell'Abbazia di Rosazzo—dove lo scorso anno si esibì in uno dei suoi ultimi concerti il compianto Garrison Fewell, da molti ricordato—si è esibito uno dei gruppi più sorprendenti della rassegna: l'austriaco trio d'archi al femminile Netnakisum, allargato a quartetto dalla presenza del tedesco Matthias Schriefl ai fiati. Per quanto le tre musiciste—Claudia Schwab al violino, Marie-Theres Härtel alla viola, Dee Linde al violoncello -siano giovanissime, la formazione ha alle spalle già dieci anni di attività, cinque album e tour in molte parti del mondo. Il repertorio è estremamente vario e passa dalla musica popolare della Stiria a Johan Sebastian Bach, dagli standard del jazz alle canzonette pop, e viene sempre interpretato con una scatenata ironia che sfiora il sarcasmo, spesso con interventi vocali e siparietti cabarettistici. Non tutto funziona sempre alla perfezione—in particolare non ha convinto l'ospite maschile, parso tecnicamente modesto e poco equilibrato anche nella parte scenica—ma divertimento e sorprese sono assicurate.

Non possiamo documentare l'appuntamento del tardo pomeriggio, che vedeva in scena i Neighbours Cercle, trio austriaco che ospitava John Marshall alla batteria, perché il concerto, fuori abbonamento, era sold out: una caratteristica, questa, di praticamente tutti i concerti di quest'anno, che hanno avuto un successo di pubblico così ampio da risultare sorprendente se si guarda alla situazione generale, dove gli spettatori sono quantomeno "timidi" nei confronti di proposte variopinte e includenti anche nomi poco noti. Segno, questo, che il festival cormonese è ormai considerato una garanzia dal pubblico.

Il concerto serale era, come quello dei giorni successivi, al Teatro Comunale di Cormons e vedeva in scena uno dei maggiori protagonisti della scena internazionale—Charles Lloyd—con la sua ultima formazione: un quartetto che riunisce giovani e straordinari musicisti, che il settantasettenne sassofonista ha a più riprese lasciato liberi di esprimersi da soli. La musica è rimasta sempre in equilibrio tra tradizione e libertà improvvisativa, con composizioni lunghe, complesse e di forte suggestione alternate da pochi brani più lirici e prossimi al ballad style. Lloyd vi si è calato con coraggio, lasciando da parte ogni stratagemma di "mestiere" e dirigendo a gesti i compagni. I quali, quando lasciati liberi, hanno mostrato straordinaria energia—il batterista Eric Harland su tutti—e notevolissime doti improvvisative sostenute da grande conoscenza del vocabolario dello strumento—in particolare l'eccellente pianista Gerald Clayton.

Grande concerto anche il mattino del sabato al Kulturni Dom di Nova Gorica, di là dalla frontiera, con il Trio Generations che ospitava Oliver Lake. E ciò nonostante che proprio quest'ultimo sia apparso un po' estraneo alla musica degli altri e spesso anche un po' ripetitivo e fine a se stesso con i suoi stilemi ben noti ed estremi nell'uso dello strumento. Viceversa, il trio ha suonato con una compiutezza e una creatività impareggiabili, ruotando attorno al contrabbasso di Joe Fonda, solidissimo e imprevedibile nell'apporto ritmico e magico negli assoli, con l'apporto nitido di Emil Gross alla batteria e, soprattutto, con il delizioso e sempre cangiante lavoro al pianoforte del sontuoso Michael Jefry Stevens, forse il musicista che più ci ha impressionato tra i tanti che sono passati sulle scene del festival.

Subito dopo, in un frenetico rincorrersi di perle, all'azienda agricola Borgo San Daniele in pieno Cormons, ha suonato il trio Disorder at The Border, vale a dire Daniele D'Agaro, Giovanni Maier e Zlatko Kaucic. La formazione, che ha all'attivo un eccellente CD, ha offerto per l'occasione un tributo a Ornette, basando il concerto su alcune sue composizioni, che servivano però da spunto per un dialogo improvvisato piuttosto liberamente tra i tre—cosa, questa, comunque senz'altro coerente con il tributo al sassofonista di Fort Worth. Il foltissimo pubblico che si accalcava nel giardino dell'azienda ha potuto assistere a uno dei momenti più alti del concerto—e fa piacere che si trattasse di musicisti locali, ancorché di riconosciuta caratura internazionale, perché ciò ha confermato per l'ennesima volta la fertilità di queste terre non solo in campo vinicolo. Se Maier e Kaucic hanno squadernato le loro ben note qualità, che li collocano ai vertici tra gli interpreti dei rispettivi strumenti, D'Agaro ha sorpreso suonando in prevalenza il sax contralto, strumento che raramente lo si vede imbracciare, mostrando anche su quello grande maestria e, in particolare, un'energia espressiva che al tenore e al clarinetto di solito dosa maggiormente.

Sarà stato il contrasto con l'impressionante spessore dei due concerti precedenti, sarà stata la proposta realmente poco innovativa, fatto sta che l'attesissimo concerto di Jeff Ballard—in trio con Lionel Loueke alla chitarra e Chris Cheek al sax tenore—ha fortemente deluso. Anche qui, nel magnifico scenario della appena restaurata Vila Vipolže, in Slovenia appena aldilà del confine, il pubblico era strabordante e non ha fatto mancare il sostegno ai musicisti, ma non si può nascondere che la musica sia parsa una fusion blanda e senza sorprese. Su brani di varia provenienza—da Horace Silver a Charlie Parker, da originali a Joni Mitchell -anche l'apporto dei singoli è stato modesto: liquide e artefatte le sonorità della chitarra, lineari e privi di originalità gli assoli del sax oltretutto maltrattato dal pedale elettronico, spinto solo da un indiscutibile entusiasmo lo stesso Ballard, ben prima di metà concerto tutto era diventato noto e prevedibile, così che il resto è andato avanti per quantità più che per qualità. Peccato, perché quest'ultima certo non manca ai tre, ma evidentemente qui qualcosa non girava nel progetto.

Non diverso, ma ancora più critico, il discorso che si può fare per Stanley Clarke, in scena la sera con la sua Band di giovanissimi—in tre non facevano gli anni del leader. Qui la fusion era classica e certo non priva di energia, solo che tolta questa non rimaneva granché: musica scontata perché già mille volte ascoltata, perché appiattita da sonorità altissime e bombardanti—il batterista Michael Mitchell, tecnicamente un mostro, sembrava più un fabbro assatanato che un musicista—e perché prodotta in serie, senza variazioni o invenzioni degne di nota. Una musica da discoteca, non da ascolto. Peccato, perché anche qui è impossibile mettere in discussioni le qualità individuali, in particolare quelle del pianista georgiano Beka Gochiashvili, che ha impressionato non solo per la tecnica ma anche per la capacità di variare scenari in quelle poche occasioni in cui gli è stato concesso. Di lui sentiremo parlare, e molto, in futuro.

La giornata conclusiva prevedeva tre concerti e s'è aperta alla Tenuta Villanova con il commovente duo di Sheila Jordan e Cameron Brown, come dire la storia del jazz in diretta. La cantante americana, ottantasette anni portati con nonchalance e mille aneddoti da raccontare, ha sciorinato un'eleganza, una simpatia e uno charme che hanno fatto dimenticare le inevitabili tracce degli anni, spesso inserendo la narrazione all'interno delle musiche degli standard. Brown non le è stato da meno, coinvolto in duetti nei quali l'antica intesa si spingeva fino a una relazione quasi interiore. Un'ora e mezza di concerto in cui la tradizione del jazz, la raffinata bellezza delle interpretazioni, l'arguta e spiritosa comunicazione con il pubblico hanno creato un mirabile mix che ha avvinto e deliziato i presenti. Averne, di concerti cosi.

Nel pomeriggio, di nuovo sul confine presso l'azienda Keber, è poi andato in scena il concerto che per i più è stato il momento clou dell'intera rassegna: quello del quintetto di Myra Melford. La pianista e compositrice, da anni tra i più interessanti rappresentanti della scena statunitense, ha mostrato una sorprendente maturità artistica coniugando la complessità compositiva a una inedita vena lirica e a una grande maestria pianistica. Il concerto ha ripreso i temi del recente album Snowy Egret (clicca qui per leggerne la recensione), con spazi non amplissimi per i solisti, i quali si sono tuttavia mossi in modo estremamente sinergico e coeso, dando vita a uno spettacolo al contempo avvincente, interessante e godibile, che pescava ispirazioni da ogni ambito musicale ma le rimetteva in gioco con una cifra del tutto personale. Eccellenti e indispensabili Stomu Takeishi al basso acustico e Ted Poor alla batteria, nitido ed essenziale Ron Miles alla cornetta (forse il più penalizzato dalla ristrettezza di spazi solistici), più libero di inventare e originale nelle forme espressive Liberty Ellman alla chitarra, estremamente efficace e a momenti davvero entusiasmante la leader alla tastiera (in un brano anche alla melodica), dove si è prodotta in energici assoli percussivi di rara coerenza e liricità. Davvero un gran bel concerto di quella che è parsa una delle migliori formazioni attualmente in circolazione a livello internazionale.

La chiusura dell'ottimo festival non è stata purtroppo all'altezza di quanto l'aveva preceduta. Il concerto finale, al Teatro Comunale, vedeva di scena il quintetto di Kenny Garrett, sassofonista dalle collaborazioni prestigiose—su tutte quella nel gruppo di Miles Davis—e dalla ricca carriera, ma che nell'occasione ha persino sconcertato per pochezza. Il suo quintetto ha presentato una musica priva di tensione drammaturgica e imprevedibile solo perché priva di qualsivioglia direzione. Modestissimi, per non dire impalpabili, gli interpreti, incluso il leader, che ha suonato in modo stanco e proponendo assoli elementari e ripetitivi, di livello dilettantesco. Così che il pubblico è parso scaldarsi solo quando, poco oltre metà concerto, Garrett ha adottato l'escamotage di far cantare la platea...

L'inadeguata conclusione nulla ha comunque tolto a una rassegna entusiasmante per varietà, contenuti e ambientazione, giustamente premiata da un successo di pubblico come detto straordinario, segnale importante per il futuro—ahinoi sempre incerto—di questa musica.

Foto
Luca D'Agostino (Phocus Agency).
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