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Jazz&Wine of Peace 2010
La XIII edizione del festival Jazz&Wine of Peace di Cormons - come al solito ricca sia di proposte di qualità, sia di musicisti meno noti ma meritevoli di essere messi in primo piano - è stata aperta la sera di giovedì 21 ottobre da una delle formazioni più longeve della storia del jazz - gli Oregon - giunta con l'ultimo, recente lavoro per la CAM - In Stride - al ventottesimo album. Il concerto friulano ha visto in programma classici del loro repertorio, come "Pape Linque," "Green and Golden" e "Witchi-Tai-To" (il capolavoro di Jim Pepper, offerta come bis) assieme a molti brani tratti proprio da In stride.
Come immaginabile, se da un lato il concerto non ha offerto niente di nuovo rispetto a quanto già si conosceva del quartetto statunitense, dall'altro ha confermato la sua altissima qualità sia sul piano compositivo ("As She Sleeps," "Aeolus" e "In Stride" si pongono di diritto a fianco dei molti, eccellenti brani proposti in quarant'anni dal gruppo), sia su quello strumentale: è sempre stupefacente ascoltare la raffinatezza di Towner alla chitarra (ma anche al piano) o di McCandless, delicatissmo all'oboe e al corno inglese, impetuoso al soprano e al sopranino, profondo al clarone, così come di Glen Moore (che s'è ritagliato uno spazio virtuosistico anche al basso elettrico). Efficace anche Walker, sebbene chi ricordi la formazione con Walcott possa a ragione sentirne oggi la mancanza. Da rimarcare la presenza di una lunga parte interamente improvvisata, che testimonia la vivacità di un gruppo che, sebbene di cifra sostanzialmente melodico-cameristica, non rinuncia neppure oggi a mettersi in gioco.
Il venerdì s'è aperto al mattino nella suggestiva chiesa di S. Giovanni, protagonisti i bulgari Martin Lubenov, alla fisarmonica, e Vladimir Karparov, al sax tenore e soprano. Il concerto è stato un po' la sorpresa della manifestazione, perché i due hanno offerto un intelligente e originale mix di ritmi balcanici, stilemi jazz e autentica improvvisazione, che aveva i suoi punti di forza nello stile virtuosistico e anticonvenzionale del fisarmonicista e nell'abilità del sassofonista di unire, specie al tenore, fraseggio ed espressività jazz a ritmi esteuropei. Interessante che, anche nei brani più palesemente tratti dalla tradizione dei Balcani, i ritmi ormai un po' abusati comparissero quasi in filigrana, trasposti in forma discorsiva dal soprano mentre la fisarmonica svolgeva spesso un ruolo di ricerca quasi atonale. Una musica a più facce, nella quale a una prima immagine di vivace tradizionalismo ne corrispondeva una più meditativa e ricercata. Che necessita forse ancora di qualche ritocco (paradossalmente, era fin troppo intimista), ma ha fortemente colpito per originalità e freschezza.
Nel pomeriggio, di scena al teatro Comunale il quintetto Jump the Shark di Piero Bittolo Bon, apprezzato lo scorso anno con il CD Suoi Senta! Gattai!!. Interprete di una musica tesa e composita, molto scritta e ricca di tagli, stacchi, cambi di ritmo e atmosfere, ha mostrato eccellenti musicisti, a cominciare dal pirotecnico leader, che ha ripreso originalmente stilemi di Threadgill e Steve Coleman. Notevole anche l'apporto del basso pulsalte di Danilo Gallo e del colore offerto dal vibrafono di Pasquale Mirra. In tutto questo, tuttavia, è parso mancare qualcosa: un legame che connotasse di senso una musica avvincente, sì, ma al tempo stesso da un lato ancora un po' esteriore, dall'altro fin troppo costruita.
La conclusione della giornata era affidata al Flower Power Trio di Aldo Romano, in teoria impegnato in una celebrazione di Woodstock, di fatto invece svariante anche su standard e brani originali. Purtroppo, però, né l'uno, né l'altro repertorio hanno convinto: didascalici e piatti gli omaggi, calligrafici gli standard, con il batterista sorprendentemente statico e con il pur bravo Baptiste Trotignon dedito quasi esclusivamente ad abbellimenti neoromantici. Appena migliori tre brani tratti dal songbook di Serge Gainsbourg, con Trotignon più a suo agio. Ma la classica "Je t'aime, moi non plus" è apparsa trasformata in una insipida marcetta. Cosicché il banale è stato occasionalmente scacciato dalla scena dal solo Rosario Bonaccorso, il quale - quando lasciato in solitudine - ha quantomeno offerto delle magistrali improvvisazioni al contrabbasso.
Anche il sabato si è aperto in mattinata, stavolta al Kulturni Dom di Nova Gorica, con il duo del pianista portoghese Joao Paulo e del trombettista statunitense Dennis Gonzàlez. Musica molto intima, riflessiva e ricercata, che ha alternato momenti di grande bellezza ad altri meno persuasivi. Le debolezze di una coppia comunque molto interessante stavano in una talvolta eccessiva autoreferenza del pianista e dalla poca predisposizione della tromba (e ancor più della cornetta) ai contesti introspettivi. Inoltre, Gonzàlez è sembrato troppo subalterno al pianista, che lo imbrigliava nelle fitte e raffinate tessiture alla tastiera. La proposta è cionondimeno apparsa originale e di valore, così come molto interessanti i due musicisti, non ancora ben noti sul panorama internazionale.
Di nuovo al Teatro Comunale il pomeriggio, con il trio Out of the Desert di Joachim Kuhn, ascoltando il quale veniva alla mente la recente affermazione della cancelliera tedesca Merkel: "il multiculti ha fallito". Infatti, l'unione dell'Africa di Majid Bekkas (all'opera su cordofoni etnici) con la contemporaneità di Kuhn, nonostante la mediazione iperritmica dello spagnolo Ramon Lopez non ha funzionato praticamente mai. E questo a dispetto delle qualità indiscutibili del pianista e del fatto che Bekkas abbia mostrato di avere molte suggestioni da arrecare e di essere uno splendido suonatore di oud. Ma troppo esteso e non colmato era lo iato tra l'enfasi (invero eccessiva) di Kuhn e Lopez e la rilassata evocatività di Bekkas perché il matrimonio potesse funzionare. Ben lo si è visto nei brani meglio riusciti - quelli con la presenza dell'oud - ove Kuhn taceva affatto quando suonava Bekkas, e viceversa, mentre Lopez si arrabattava pateticamente a cercare percussioni etniche palesemente non nelle sue corde. Non dissimili i casi in cui Kuhn si è spinto - spesso ottimamente - sui suoi territori percussivi e dinamicamente intensi, perdendo però cosi interamente di vista tanto il progetto, quanto Bekkas. Peccato: bei musicisti malaccoppiati, per un'occasione persa, che ha alla fine concesso solo sprazzi isolati di bella musica.
Pienone oltre ogni misura per il concerto serale, ancora per un trio: quello di John Scofield, con Steve Swallow al basso elettrico e Bill Stewart alla batteria. Un concerto però imbarazzante, nel quale Scofield non è mai uscito da stilemi risaputi, esprimendosi in modo scialbo persino sui brani liricamente più toccanti, con uno Swallow forse ancor meno vivace di lui. Ma tant'è: grazie al potere autorevole del successo d'immagine (evidentemente ereditato dal clima della musica, così simile al rock) il pubblico è andato egualmente in estasi...
Per riprendersi, fortunatamente, è stato possibile fare le ore piccole al circolo Vecchia Quercia, azienda agricola proprio sul confine sloveno, dove era di scena il trio di Maurizio Pagnutti, con Bruno Cesselli al pianoforte e Alessandro Turchet al contrabbasso. Nulla di trascendentale, all'apparenza, ma di fatto un'ora e mezza di standard poco frequentati, riletti in modo non banale, con ottimi interventi solistici da parte di tutti e tre i musicisti e sincera voglia di suonare assieme. Una menzione particolare al giovane contrabbassista, una delle voci emergenti del nostro paese del quale sentiremo parlare molto.
La domenica, ultima giornata del festival, è iniziata a Medana, di là dal confine, con il quartetto del batterista rumeno Billy Bontas e del trombettista austriaco Manfred Paul Weinberger. Jazz moderno, semplice nelle strutture ma con bei temi, molto vitale ed apprezzabile, vuoi per le qualità espressive del trombettista - energico, lirico e dalla bella voce, specie al flicorno - vuoi perché la chitarra di Primus Sitter era assai meno presuntuosa e più godibile di quella di Scofield la sera prima.
Il filosofo e trombettista Massimo Donà è stato il protagonista del pomeriggio, prima con un incontro tra jazz, vino e filosofia - con la presenza di Andrea Tagliapietra - e poi con il suo quartetto, ospite il giovane ed eccellente sassofonista tenore Michele Polga. Di Donà va elogiato lo spirito e il coraggio di mettersi in gioco muovendosi su due fronti così diversi come la filosofia e il jazz, riuscendo a farsi apprezzare per alcuni lunghi assolo; Polga, dal canto suo, ha colpito per la facilità e l'espressività del fraseggio. Limiti del concerto sono parse alcune scelte stilistiche, in particolare gli inserimenti un po' scontati di elettronica e campionamenti.
Il festival si è poi concluso con un atteso ed esauritissimo evento: il quartetto di McCoy Tyner, una leggenda del jazz, ospite il sassofonsita Gary Bartz. Ma il giorno successivo è anche seguita una coda, a Trieste, con il piano solo di Keith Tippett.
Foto di Luca D'Agostino (Oregon, Lubenov-Karparov, Bittolo Bon, Scofield, Tyner) e Luciano Rossetti (Paulo-Gonzalez, Bontas)
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