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Jazz and Other

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Festival "Jazz and Other"

Castel Mareccio - Bolzano - 15-17.06.2006

Con "Jazz and Other" di Bolzano si può ritenere definitivamente aperta la nutrita stagione dei festival estivi. Come tanti altri appuntamenti dell'estate, il festival altoatesino non nasconde anche finalità di promozione turistica; eppure, quasi per paradosso, la sua programmazione, pur non evitando i nomi di facile richiamo, punta soprattutto su gruppi e progetti di varie tendenze e provenienze, comunque di un certo impegno e difficilmente presenti in altre piazze italiane. Le ultime tre serate (al Castel Mareccio, dal 15 al 17 giugno) possono costituire una rappresentativa sintesi delle scelte di questa ventiquattresima edizione, aperta il 9 giugno [per la recensione del concerto dei Conference Call clicca qui].

C'era grande attesa per il quartetto del tenorista Michael Blake, membro del Jazz Composers Collective e rappresentante, come il contrabbassista Ben Allison, di una delle correnti dell'attuale jazz newyorchese. La sua musica guarda criticamente a un certo passato: non può prescindere da quell'hard bop più ricercato che debordava nel free, ma rispetto a quei precedenti suona totalmente differente. A Bolzano la sezione ritmica in particolare (con il walking bass del ventinovenne danese Jonas Wastergaad e le efficaci accentazioni di Ben Perowski) è apparsa superclassica, mentre il trombettista Peck Allmond aggiungeva sortite più fantasiose.

Cosa c'è allora di nuovo e originale nella proposta di questi quarantenni statunitensi bianchi? Innanzi tutto la vena compositiva, con original rilassati e ben disegnati, come pure gli arrangiamenti, che cercano combinazioni diversificate, distanti dalla sequenza "esposizione del tema - assoli - ripresa del tema". Ancor più attuale è lo spirito che guida l'operazione musicale: le emozioni come la pronuncia strumentale, sempre trattenute e mantenute sotto controllo, vengono manifestate quasi con pudore; la consapevolezza spinge a diffidare di uno sfrenato abbandono; la struttura e la forma prevalgono sull'espressività e l'estasi. Si potrebbe anche dire che in tutto questo la disillusione e lo scetticismo sono subentrati alla creatività entusiasta, propositiva e rabbiosa di alcuni decenni fa. È appunto questo il segnale che i tempi sono profondamente cambiati e che il messaggio da loro veicolato è in sintonia con un modo di sentire oggi predominante.

Con i Jazz Passengers, attivi dal 1987 con diverse formazioni, si è entrati nella storia del jazz recente. Anche grazie a loro ha preso il via una rivisitazione disincantata, piena di brio e humour, nella giusta misura irriverente, di alcune forme del passato. Nel concerto bolzanino le situazioni transitavano agevolmente dall'una all'altra, riproponendo fra l'altro alcuni successi delle Supremes con arrangiamenti forbiti. I musicisti hanno intrecciato collettivi arguti o sviluppato assoli concisi, senza compiacersi più di tanto, senza prendersi troppo sul serio. L'ammiccante mimica di Roy Nathanson, ironico e guizzante al contralto e nelle presentazioni, la ribalda estroversione di Jay Rodriguez al tenore e flauto, il signorile aplomb del trombonista Curtis Fowlkes, le trame ora nettamente scandite, ora leggiadre e insinuanti fornite da Bill Ware, Brad Jones e Reggie Nicholson (rispettivamente vibrafono, basso e batteria), i gustosi interventi vocali dell'uno o dell'altro, hanno costituito i collaudati ingredienti di un appetitoso piatto agrodolce.

Il sassofonista e flautista Gilad Atzmon, israeliano residente a Londra, è un personaggio impegnato su più fronti: la scrittura e la musica diventano un veicolo del suo attivismo politico, che contesta la linea del governo israeliano. Si deve quindi ritenere autentica l'ispirazione del suo etno jazz, che, pur con aspetti di originalità, dinamicamente mobile e infarcito di citazioni, non si è però elevato al di sopra dei livelli abituali di questo genere. A capo del suo Orient House Ensemble, settetto dalle variegate potenzialità ma comprendente personalità non particolarmente incisive, ha offerto un set altalenante, in cui la sua voce strumentale, soprattutto al soprano, ha rappresentato l'elemento più interessante. Il bis in quartetto, una ballad dedicata alla città palestinese di Jenin, ha segnato il momento più intenso.

Come già su un disco edito dalla Cam, Michel Godard ha guidato i suoi valenti Cousins Germains, vale a dire il trombettista Herbert Joos, i sassofonisti Wolfgang Puschnig e Christof Lauer, il vibrafonista francese Franck Tortiller, con il nostro Francesco Dauria alla batteria, in sostituzione del titolare Wolfgang Reisinger. Essi sono stati in grado di ammannire arguzia e sapiente virtuosismo, intelligenti intrecci armonici e un tocco di poesia; non di rado tuttavia le trame si sono arenate in un gioco calligrafico.

A fronte delle prove non del tutto convincenti delle rappresentanze straniere, fatta eccezione per i Passengers, apre il cuore poter affermare, come sempre più spesso accade, che i momenti più esaltanti delle tre serate sono venuti dai gruppi italiani. Il settetto di Giovanni Falzone ha riproposto la Suite For Bird, già su disco Soul Note, in cui sette cellule iniziali di altrettanti temi parkeriani sono state drasticamente rielaborate dal trombettista. Le sue audaci idee, sorrette da una preparazione musicale completa e dal virtuosismo strumentale (suo e dei compagni) hanno garantito una performance palpitante in cui rivivevano, in diversa misura e forma, vari momenti della storia del jazz: il cool, il bop, la Third Stream, il free, perfino il jungle stile di ellingtoniana memoria. Le complesse strutture sono state interpretate con precisione, dinamismo e slancio tali da escludere qualsiasi rischio di accademismo. Merito anche degli affiatati membri del gruppo, tutti bravissimi: Tino Tracanna ai sassofoni, Beppe Caruso al trombone, Carlo Nicita al flauto, Francesco Pinetti al vibrafono, Tito Mangialajo al contrabbasso e Ferdinando Faraò alla batteria. Ognuno di loro ha avuto modo anche di prodursi in mirati assoli, avendo comunque alle spalle sezioni di colleghi impegnati a tessere sottolineature, armonie, controcanti, riff...

Riguardo all'altro gruppo italiano, il New Quartet di Franco D'Andrea, c'è poco da aggiungere a quanto già si sa. La formazione, costituita nel 1996, è una delle più consolidate dell'attuale scena nazionale e al Castel Mareccio ha confermato le sue peculiari qualità. La raffinata musica del pianista meranese, una sorta di neo-cool molto libero e visionario, vive di un sedimentato lirismo, di sapienti equilibri, delle affinità e della complementarità che regnano fra i membri del quartetto. I temi, quasi presenze occulte, permettono sviluppi aperti e frastagliati, privilegiando atmosfere meditative, a volte malinconiche. La maturità di questa formazione sembra aver sconfitto una volta per tutte la banalità e la routine; ovviamente, per evitare di cadere in questo rischio, ad ogni esibizione sono indispensabili una grande concentrazione e rilassatezza al tempo stesso.

Foto di Claudio Casanova [Blake] e Giorgio Alto [Falzone]


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