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Jacques Demierre - Barry Guy - Lucas Niggli
Mentre metà città era occupata a seguire in televisione la partita Milan-Bayern e l'altra metà (è il caso di dirlo!) festeggiava la giornata della donna, un nucleo di pochi ma affezionati ascoltatori si ritrovava al Centro Culturale Svizzero per assistere al concerto del trio composto da Jacques Demierre al pianoforte, Barry Guy al contrabbasso, Lucas Niggli alla batteria.
Questa formazione nasce dall'allargamento del consolidato duo Demierre - Niggli al contrabbassista inglese Barry Guy, da sempre in prima fila nella scena improvvisativa avanzata europea. I tre hanno appena pubblicato un CD per la Intakt, intitolato Brainforest, di cui sulla carta ci avrebbero dovuto far ascoltare alcuni estratti. Diciamo sulla carta perché in realtà, quando la musica si muove su ambiti così liberamente improvvisati, è sempre difficile stabilire il confine tra quanto presente nel CD e quanto invece sia dovuto alla creazione estemporanea.
Da questa breve introduzione avrete capito che - a parte la formazione decisamente canonica - si tratta di un trio sui generis. La libertà - sia formale che sostanziale - di cui gode ognuno dei musicisti è enorme e la musica scaturisce più dall'interazione istantanea che da un canovaccio predefinito. Musica decisamente ostica, priva del benché minimo filo conduttore melodico. L'interplay, più che dare vita a canovacci (melodici, armonici o ritmici che siano) genera infatti atmosfere, situazioni, lampi (anche se - occasionalmente - Barry Guy ha inserito qualche timido accenno di ciclicità). Musica che vive dunque sulle dinamiche e che, a nostro avviso, ha i suoi momenti più felici nei passaggi lievi, nei quali il dialogo tra i tre musicisti è parso più serrato, convincente, a tratti delicatamente evocativo.
Nei momenti più torridi e turbolenti, quelli che un abusato luogo comune della critica musicale definirebbe "di urgenza espressiva”, i tre sono sembrati invece procedere su binari indipendenti, poco intrecciati. Ovvero, per usare un altro luogo comune (questa volta di chi mastica poco di musica in generale e di improvvisazione in particolare) sono sembrati procedere "ognuno per conto suo”. Il che, naturalmente, non è. Il risultato, però, dal punto di vista dell'ascoltatore (anche scafato) non cambia di molto. Ed il mantenere troppo a lungo certe situazioni frammentate ha imposto al concerto una deriva verso la freddezza (o peggio, verso la noia) che le felici aperture di cui sopra non sono riuscite a compensare. Non a caso, non sono stati richiesti bis. Non a caso, la persona che mi ha accompagnato al concerto, che pure vanta un bagaglio di ascolti notevole, ha gettato la spugna dopo circa mezz'ora. Ed il commento più ottimista che abbiamo sentito tra il pubblico, a fine concerto, è stato: bravissimi ma … troppo!
In sostanza il trio ha proposto una musica più interessante e divertente da suonare che da ascoltare. Inevitabilmente ne ha risentito anche il nostro livello di attenzione, che ha oscillato parecchio in funzione di quanto stava avvenendo sul palco, a tratti sbandando pericolosamente verso il basso. Riteniamo comunque giusto, doveroso, che anche musiche e musicisti così poco accessibili abbiano uno spazio a disposizione per essere ascoltati, e bene ha fatto dunque il CCS ad ospitarli.
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