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Il Voll-Damm Festival di Barcellona ospita Umbria Jazz

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Barcelona Jazz Festival

Auditorium del Conservatori del Liceu; Luz de Gas - Barcellona (Spagna) - 07-14.11.2011

Non è questa la sede per affrontare un articolato discorso sull'identità e la reale consistenza di quella che alcuni chiamano "la linea italiana del jazz". È invece il caso di cogliere l'occasione per verificare quale impatto possano avere certi jazzisti di casa nostra su un pubblico straniero. In particolare, su quello di Barcellona, una città (detto per inciso) la cui rutilante ricchezza e vivacità, in primo luogo economica, contrasta con la scarsa vivibilità urbana delle più grandi città italiane e con la grigia depressione che ormai da molti anni intorpidisce la nostra iniziativa pubblica e privata.

Dal 7 al 14 novembre, una settimana del Voll-Damm Festival Internacional de Jazz della capitale catalana è stata infatti dedicata, per la prima volta, ad un gemellaggio con Umbria Jazz, presentando nomi di prima grandezza del nostro jazz. L'evento è stato supportato anche dalla APT dell'Umbria, che parallelamente ha avuto modo di svolgere opportune iniziative di promozione turistica.

Il festival, diretto da Joan Anton Cararach e giunto all'invidiabile traguardo della 43^ edizione, si è aperto il 20 ottobre con l'orchestra di Maria Schneider e si chiuderà il 1° dicembre con Paolo Conte. Sulle linee programmatiche del festival ed il collegamento con Umbria Jazz si è già avuta l'opportunità di leggere su queste pagine l'intervista di Angelo Leonardi allo stesso Cararach.

Un aspetto che ci preme sottolineare è quello che riguarda il bilancio della manifestazione, che trae solo il 16% circa da finanziamenti pubblici ed un consistente 37% da sponsor privati; gli organizzatori perseguono quindi di raggiungere un ottimale 50% tramite la vendita dei biglietti. Ne conseguono una programmazione mirata, forme opportune di promozione ed il coinvolgimento di spazi di capienza adeguata al pubblico previsto.

Un paio di serate di Umbria Jazz sono state ospitate dal moderno e ampio auditorium del Conservatori del Liceu, completamente rivestito in legno, ma stranamente dall'acustica un po' alonata.

Di fronte ad un pubblico giovane ed entusiasta, il virtuosismo stratosferico di Gabriele Mirabassi, in trio con i fidi Roberto Taufic alla chitarra e Salvatore Maiore al contrabbasso, ha percorso un repertorio di original, incastonando immancabili capolavori della musica brasiliana di ieri e di oggi. Il concerto del clarinettista perugino, in linea con la sua concezione musicale attuale, ha realizzato una sintesi fra musica colta e popolare, fra jazz e valzer, fra la tradizione mediterranea e quella brasiliana, privilegiando comunque una dimensione cameristica, elegante e consapevole, ma anche creativa e di vitalissima partecipazione emotiva.

Il mancato arrivo a Barcellona di Gianluca Petrella ha fatto sì che l'annunciato duo con Giovanni Guidi si trasformasse in uno dei rari recital solitari di quest'ultimo. Ma è proprio lontano dagli incapsulamenti nella musica di gruppo che il giovane pianista di Foligno ha modo di estendere il suo linguaggio, dando il meglio di sé.

A Barcellona Guidi ha dispiegato un pianismo rapsodico ed evocativo, in cui i temi ciclici ed incantatori sono stati sviluppati con grande ricchezza armonica e sapienti modulazioni dinamiche, innescando crescendo coinvolgenti. Nel terzo brano, da un incipit free, con turbinose cascate di note, è emerso "Ocer," dedicato a Ornette Coleman ed Enrico Rava: un tema bluesy, vagamente ridondante e giocoso, che risente appunto dell'influenza dei due maestri omaggiati. Un'originale interpretazione di "We Shall Overcome," materializzatasi imprevedibilmente da un famoso standard, ha chiuso il concerto.

Nella stessa serata, all'apparizione di Guidi ha fatto seguito una formazione estranea al gemellaggio col festival umbro. Dopo un laboratorio durato una settimana sotto la guida del compositore e leader finlandese Jere Laukkanen, la big band degli allievi del Conservatorio barcellonese ha sostenuto un concerto conclusivo in cui gli elaborati arrangiamenti hanno permesso ad alcune buone individualità di mettersi in evidenza. La musica proposta potrebbe essere definita modern Third Stream, per certi impasti armonici obliqui e sofisticati, se spesso non avesse ripiegato verso un attuale mainstream, per i collettivi turgidi e le marcate cadenze ritmiche dal persistente sapore latino.

Gli altri concerti di Umbria Jazz si sono svolti al Luz de Gas, rosseggiante teatrino d'inizio Novecento, già tempio del cabaret ed oggi disco club, dal fascino sensuale e un po' decadente; assai apprezzabile comunque la sua acustica asciutta.

Come già in Opera, CD edito quest'anno dalla Act, il duo Danilo Rea - Flavio Boltro ha rivisitato varie arie del repertorio operistico italiano: da "O mio babbino caro" dal Gianni Schicchi di Puccini al "Lamento di Arianna," unico frammento rimasto dell'Arianna di Monteverdi, dalla sinfonia del Barbiere rossiniano all'aria da camera "Vaga luna" di Bellini, dalla trasfigurata sinfonia iniziale dell'Orfeo monteverdiano alla famosa "O dolci baci e languide carezze" dalla Tosca pucciniana...

Non so che impressione potrebbero fare queste interpretazioni ad un melomane purista; alle nostre orecchie sono apparse non come l'unica, ma come la più normale, lineare, prevedibile delle possibili trasposizioni in jazz delle melodie operistiche. Un approccio pieno d'amore e rispettoso delle sensibilità originarie è stato appena increspato da sussulti dinamici, da eccentricità sonore, da nitide scale bop e da veloci grovigli free; a volte sono emersi vibrati quasi balcanici da parte della tromba di Boltro o una diteggiatura minimal-impressionistica da parte di Rea. Ne è risultata una versione per lo più nostalgica, di gentile patetismo, ma anche sorniona, intrisa di blues e di De André.

Enrico Rava, accolto entusiasticamente già al suo ingresso in scena, ha guidato con l'abituale carisma la sua Tribe, completata dagli ormai insostituibili Gianluca Petrella, Giovanni Guidi, Gabriele Evangelista e Fabrizio Sferra. I suoi temi vecchi e nuovi, così fortemente caratterizzati, sono stati collegati da passaggi più aperti, da soli, duetti o trii fra voci complementari, da sviluppi ora possenti ora delicati. È incredibile come nella musica di questo gruppo di oggi, nella sensualità sonora dei singoli componenti e nell'interplay che li lega siano rivissuti palpitanti lo spirito di New Orleans e quello di Duke Ellington. Questa apparizione del quintetto è risultata quanto mai compatta e avvincente, carica di tribale ritualità e di densa musicalità.

Fra l'altro il giorno prima, al Monvínic, super-enoteca dall'arredamento postmoderno, Rava si è sottoposto ad un blindfold test, anzi ad un blindfold & wine test, perché ad ogni ascolto era abbinato l'assaggio di un vino: insidiosi i brani selezionati da Ted Panken, tutti incentrati su trombettisti viventi, sublimi i nove vini provenienti da ogni parte del mondo, proposti dal sommelier Cèsar Cánovas.

Per il duo Paolo Fresu - Omar Sosa il Luz de Gas era stipato come un uovo, tanto che una ventina di persone sono state sistemate sul palco a ridosso dei musicisti. È stata la prima volta che abbiamo assistito ad un concerto di questo duo: se sulla carta si poteva nutrire qualche riserva, gli esiti hanno fugato qualsiasi perplessità.

I due hanno ovviamente fatto largo uso di effetti elettronici: colori e sfumature aggiuntive che possono perfino funzionare da legante timbrico del percorso sonoro, ma che non rappresentano certo la componente determinante. La sostanza dei brani proposti (su temi semplici e orecchiabili, a firma dell'uno o dell'altro) è consistita piuttosto nella loro qualità melodica, nell'incalzante dinamismo. Una musica anche molto nervosa, basata su una reattività istantanea: sul pianismo percussivo e perentorio di Sosa si sono inserite con l'incisività di un bisturi le frasi brucianti e liriche di Fresu o le sue note lunghe.

Il risultato è stata una performance mai evanescente o furbescamente dilatata, anzi di grande concretezza ed efficacia comunicativa, originata da una concezione musicale di sintesi. Le culture originarie del pianista cubano e del trombettista sardo, ed anche la comune matrice jazzistica, posseggono certo un peso, ma sono state trasfigurate e trascese da un'attualissima visione globalizzante. I due musicisti hanno quindi portato un messaggio universale, alla portata di tutti, senza però ripercorrere gli stereotipi di certo etno-jazz o della World Music.

Dovendo rientrare in Italia non abbiamo potuto assistere all'ultimo appuntamento musicale di Umbria Jazz a Barcellona: il concerto solitario di Stefano Bollani, sempre al Luz de Gas. Già in prevendita si era registrato il tutto esaurito; conoscendo le doti interpretative e comunicative del pianista non è difficile immaginare il successo ottenuto.

Foto di Michael Weintrob.

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