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Hilaria Kramer - Jean Cristophe Cholet / Rita Marcotulli - Andy Sheppard
Spazio Rotative - Piacenza - 08.03.2007
Non potevano essere che donne le protagoniste del doppio appuntamento previsto per giovedì 8 marzo allo Spazio Rotative nell’ambito del Piacenza Jazz Festival. Non potevano essere che donne, presentatesi con il medesimo tipo di formazione, l’insidioso duo, e con proposte musicale che si sono intrecciate in un inaspettato gioco di specchi e di complementarietà.
La trombettista Hilaria Kramer, svizzera di nascita ma cresciuta artisticamente ai seminari senesi, si presenta con il notevole pianista francese Jean Cristophe Cholet per un progetto dedicato alla canzone popolare, da quella brasiliana, Jobim in particolar modo, a quella raffinata e intimista di Jacque Brel, più qualche indovinato original. E paradossalmente quello che l’ascoltatore percepisce è un flusso musicale strutturalmente assai lontano dalla forma canzone.
I ritmi e le cadenze brasiliane appaiono qua e là in filigrana perché i due musicisti ne colgono qualche minima cellula melodica per allargare l’orizzonte espressivo verso altri mondi ricchi di riferimenti a certa musica accademica ma profondamente intrisi di jazz nella loro componente improvvisativa. Mentre la seriosità e la raffinatezza della chanson francese acquistano corpo, densità ed una certa giocosità grazie all’originale combinazione di scansioni ritmiche, quasi impercettibili accelerazioni, sofisticate armonizzazioni. La forma canzone si allontana così da una facile e superficiale rivisitazione per trasformarsi in visionaria avventura tra intime atmosfere, malinconiche introspezioni, misurate esuberanze. Grande impressione ha destato Cholet per lo stile pianistico capace di esibire precisione e sensibilità di tocco, fantasia interpretativa e lucidissimo rigore formale, mentre la Kramer, dall’eloquio essenziale e conciso, è apparsa a tratti timorosa di fronte all’impeccabile collega.
Là dove per Cholet/Kramer la forma canzone risulta il punto di partenza di un personalissimo viaggio musicale, per la pianista Rita Marcotulli ed il sassofonista Andy Sheppard diventa quasi ossessiva attenzione e rigoroso rispetto. Il flusso musicale è fortemente centripeto, essendo tale la forza di attrazione della componente melodica che i musicisti sembrano quasi faticare a distaccarsene, legati come un cordone ombelicale allo zoccolo duro della composizione. E allora il livello più evidente di rielaborazione e di creatività diventa quello della ricerca timbrica e del lavoro sulle dinamiche.
La militanza di Sheppard in orchestre sofisticate e selettive come quella di George Russell e di Carla Bley ne ha affinato il controllo timbrico sia al tenore che al soprano, strumenti con i quali riesce a colorare con infinite sfumature i passaggi più concitati come le più tenere ballads. Mentre la tecnica sopraffina della Marcotulli si abbandona frequentemente a ipnotici pedali, si scioglie in suggestivi fraseggi di piano preparato, sceglie la strada dell’immediatezza comunicativa. Tra remake dei Pink Floyd, accattivanti estratti dall’album Koinè, ninne nanne in bilico tra humor britannico e lampi di selvaggia improvvisazione, il duo italo inglese ha messo in mostra un affiatamento invidiabile, un’impeccabile pulizia esecutiva e quel pizzico di mestiere e di sapiente gigioneria che ha portato all’entusiasmo l’intera platea.
Foto di Danilo Codazzi [Marcotulli/Sheppard]
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