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Franco D'Andrea: sfumature di una vita dedicata al jazz

Franco D'Andrea: sfumature di una vita dedicata al jazz

Photo credit: Musacchio, Iannello, Pasqualini

Paolo Marra By

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Il jazz ha rappresentato per me la motivazione più grande per affermare che la vita vale la pena d'essere vissuta.
Abbiamo intervistato in occasione dei suoi ottant'anni, compiuti lo scorso 8 marzo, il pianista e compositore Franco D'Andrea. Ne è scaturito il racconto di un uomo dedito con inesauribile curiosità, studio e talento alla poetica del jazz. Come afferma lui stesso-"Il jazz mi ha dato una direzione, ha reso la mia vita coerente con un obiettivo da raggiungere. Alla fine il jazz ha rappresentato per me la motivazione più grande per affermare che la vita vale la pena d'essere vissuta."

La scoperta del jazz arriva presto nella vita del giovane Franco D'Andrea, negli anni '50 quando ha quattordici anni—"mi interessavano i viaggi spaziali, la musica che avevo modo di ascoltare erano il melodramma, le canzoni di Sanremo o la banda degli Alpini di Merano dove vivevo. Un giorno andai a casa di un mio amico che aveva un fratello appassionato di jazz che gli rifilava dei 78 giri. Ne sentimmo uno a caso, era Basin Street Blues di Louis Armstrong con gli All Stars. Rimasi completamente stordito da quella musica che non avevo mai sentito. Divenni autodidatta imparando velocemente diversi strumenti. Non essendoci testi didattici imparavo ascoltando i dischi. Era motivato dal forte desiderio di suonare il jazz: dopo la tromba imparai il sax soprano fino a quando non ho conosciuto la musica del pianista Horace Silver attraverso un conoscente appassionato di jazz che mi portava da Monaco dei dischi introvabili dalle parti di Merano. Ascoltandoli capii che mi risultava difficile rapportarmi con il discorso armonico suonando strumenti a fiato. Così iniziai a mettere le mani su di un pianoforte che avevamo in casa per scoprire come funzionano quegli accordi "strani" ascoltati sui dischi di Horace Silver. Da quel giorno divenni un pianista."

Franco D'Andrea prosegue-"Dopo il diploma liceale mi trasferii a Bologna dove, agli inizi degli anni '60, c'era un nascente movimento jazzistico. Dovevo andare all'università ma ero completamente rapito dalla musica. Frequentavo le cantine della città composta da gente appassionata come Alberto Alberti, Amedeo Tommasi e Lucio Dalla, un personaggio straordinario. Quando lo conobbi era da tempo interessato alla musica di Eric Dolphy, di cui invece io non sapevo nulla. Inoltre Dalla era un cultore di Thelonious Monk, un musicista non facile per un neofita. Come clarinettista suonava il jazz tradizionale, ma conosceva molto bene anche il jazz moderno. Nel '62 andammo a un festival in Slovenia con un quartetto formato da me, Lucio e due musicisti di Bologna. In quell'occasione suonammo il brano di Eric Dolphy "245." I due anni trascorsi a Bologna sono stati il mio apprendistato. In seguito mi sono trasferito a Roma grazie all'intercessione di Maurizio Majorana che parlò di me a Nunzio Rotondo. Questo mi diede l'opportunità di fare un importante passo in avanti nella mia crescita come musicista."

A Roma nei primi anni '60 avviene un incontro fondamentale per Franco D'Andrea, quello con il sassofonista argentino Gato Barbieri, durante una jam session organizzata in una casa privata-"mi invitò a suonare con lui perché l'altro pianista aveva un impegno. Alla domanda su quale brano avremmo dovuto suonare mi rispose "MR. P.C." contenuto nel disco Giant Steps di John Coltrane, un semplice blues in minore. Quando Gato, dopo la presentazione del tema, iniziò ad improvvisare capii che io ero in un mondo e lui in un altro e, ahimè, il suo era più bello del mio e difficile da raggiungere. Gato era già proteso verso il jazz modale mentre io ero ancora inesperto. Finito il brano mi ringraziò dicendomi che ero andato bene ma, nonostante ciò, io ero distrutto perché ero consapevole del fatto di non essere riuscito ad accompagnarlo nella maniera in cui avrei dovuto. Quella notte piansi. Ho passato i successivi mesi a cercare di capire come funzionasse quella musica. Quell'episodio mi ha fatto crescere molto. Quando successivamente andai a suonare al Purgatorio, un jazz club romano, ero finalmente pronto. Suonai insieme a Gato, Enrico Rava, Gegè Munari e Giovanni Tommaso. Come ha scritto Rava nel sua biografia, "Gato Barbieri è stata la nostra università."

Lo stile del jazz modale, negli stessi anni, si sovrappone all'approccio sperimentale del movimento del free jazz che il pianista meranese assorbe per poi farlo confluire nel Modern Art Trio, progetto condiviso con Franco Tonani e Bruno Tommaso. "In quel periodo ciò che attrasse la mia attenzione fu la musica di Archie Shepp. Aveva un'incredibile voce al sassofono, duttile, con migliaia di sfumature timbriche. Poteva suonare anche delle frasi all'apparenza senza senso ma la pronuncia simile a quella di un abile predicatore ti raccontava una storia con un senso ritmico formidabile"—e prosegue—"Avevo l'idea che nel free jazz si dovesse guardare alla musica contemporanea europea di Stockhausen, Boulez e Webern, alla dodecafonia e alla musica seriale. Musicisti free come Ornette Coleman avevano rinunciato al pianoforte perché con il solo contrabbasso si sentivano più liberi. Dall'altra parte, anche non condividendo il modo percussivo di suonare di Cecil Taylor, era presente nei suoi lavori qualcosa di molto vicino a certa musica contemporanea, per esempio l'uso armonico degli intervalli. Mi interessava in particolare il discorso della prassi seriale in cui l'intervallo aveva una funzione strutturale. Mi interessai a un brano di Webern in cui erano presenti nove strumenti compreso il piano. Era costituito da cellule di tre note che si ripetevano su vari piani tonali. Quei piccoli nuclei costituivano l'armonia e il suono della melodia. L'idea di utilizzare questa forma improvvisandoci sopra costituì la base di partenza del Modern Art Trio. Lavorammo anche sui colori timbrici, indispensabili in un contesto acustico, suonando diversi strumenti: io, oltre al piano, suonavo il sax soprano e Tonani, oltre alla batteria, la tromba e il flauto a coulisse. Un altro aspetto mutuato dal free jazz in cui gli strumenti venivano trasformati per ottenere timbri inusitati."

Questa esperienza e la successiva col gruppo jazz-rock del Perigeo saranno l'anticamera a due lavori in piano solo Dialogues with Superego e Es, registrati per l'etichetta Red Records tra il '79 e l'80, che costituiranno lo spartiacque concettuale e umano nel percorso di Franco D'Andrea. "Il manifesto"—come lo descrive lui—"di ciò che avrei fatto successivamente con i miei gruppi fino all'ensemble di undici elementi."

Emerge durante l'intervista la figura di un musicista in continua esplorazione attento a far confluire nella propria idea del jazz tutte le influenze con le quali nel tempo è venuto in contatto-come ci spiega —"C'è stato un punto nella mia vita in cui ho iniziato a recuperare del materiale che non avevo approfondito. Tra questi le registrazioni di Andrew Hill per la Blue Note negli anni '60. Mi piaceva molto ma non capivo come facesse a suonare quella straordinaria musica, un mix di libertà e rigore. Fu uno scacco matto per me. Ho iniziato dopo diversi anni a capire solo il 20 per cento di ciò che faceva e questo mi ha aperto la mente. Allo stesso modo ho iniziato a capire Monk quando a un certo punto del mio percorso è riemerso il mio passato di jazzista classico. Invece intorno al '95 ho riscoperto Duke Ellington per il fatto che avevo un problema con le Big Band. Guardavo all'orchestra come a una situazione statica legata a troppe sezioni ed a una scrittura troppo densa. Ho capito ascoltando Duke come l'orchestra potesse diventare qualcosa di diverso da come la concepivo. Lui era capace di manovrare l'orchestra in modo eccelso con un lavoro inusitato sulle timbriche, curava gli arrangiamenti ma nello stesso tempo era sempre presente all'interno dell'organico un "battitore" libero di fare quello che voleva. All'interno delle sezioni ognuno aveva un suono peculiare, questo conferiva all'orchestra un carattere agile, disinvolto al limite del selvaggio spezzando la rigidità della struttura a sezioni. Era la capacità di Duke di mettere insieme e dirigere musicisti differenti fra loro a destare la mia attenzione. Ogni cinque anni mi confronto con qualcosa che ho tralasciato nel mio percorso andando a colmare delle lacune. Tutto ciò mi permette di capire se e quanto sono cresciuto."

Grazie anche a Mauro Ottolini e Daniele D'Agaro, con cui collabora con il progetto Roots & Future, Franco D'Andrea ritorna ad interessarsi del jazz tradizionale, un genere che secondo lui —"è stato erroneamente accostato alla classe ricca confondendolo con il revival tradizionale. Invece ha rappresentato un panorama ricchissimo di migliaia di musicisti straordinari, molti dei quali hanno avuto, per circostanze personali o caratteriali, una carriera molto breve. A volte mi chiedo "come sarebbe stata l'evoluzione del jazz tradizionale se non ci fosse stata la crisi economica del '29?" cerco di immaginare che cosa avrebbe fatto un tale musicista sparito dopo due anni e che cosa sarebbe successo nel jazz se le sue circostanze fossero state diverse. Cerco di integrare questo interrogativo cercando di andare avanti nella stessa direzione, tal punto in cui il percorso di quel tale si è interrotto."—e aggiunge una riflessione —"l'aspetto negativo del jazz tradizionale è stato quello di essere stato registrato con apparecchiature inadeguate con il risultato di una resa sonora piatta. Sono molto grato a chi negli anni è riuscito a estrapolare il suono vero degli strumenti originali in riedizioni dei dischi dell'epoca."

Il pianista meranese non ha dubbi: la qualità e il talento non sono appannaggio di un determinato genere musicale, un aspetto che tiene a sottolineare. "Il jazz è la musica che più delle altre mi appassiona. Però in tutte le arti si possono ritrovare picchi elevati che attraggono la mia attenzione. Mi hanno affascinato molte produzioni di ispirazione classica del '900, avevano una connotazione rivoluzionaria in anticipo sui tempi. Questo repertorio musicale conserva dei tesori molto importanti che dovrebbero essere ascoltati in misura maggiore dalla gente. Quando ascolto vado a cercare il meglio, quello che mi emoziona di più, lo seleziono, cerco di capirlo con tutte le mie forze, solo così mi può rimanere dentro. Se quello che ascolti e approfondisci arriva al cuore allora puoi avere la certezza di conoscere la musica e avere talento. Ne avrai un vantaggio spirituale e materiale."

Nel corso della sua lunga carriera di pianista e compositore Franco D'Andrea ha svolto anche un'intensa attività didattica che lo ha portato ad essere uno dei primi insegnanti dei Seminari di Siena Jazz nati nel 1977, di cui serba un caro ricordo-"negli anni ho potuto contribuire a rendere partecipi molti giovani musicisti della mia esperienza e delle conoscenze acquisite nel tempo, senza le quali avrebbero probabilmente avuto difficoltà a crescere e formarsi nell'ambito del jazz. Luca Flores è stato uno dei miei primi allievi insieme a Francesco Maccianti ai Seminari di Siena Jazz. Era un ragazzo riservato, un pianista profondo, era evidente il suo talento."

Alla fine dell'intervista Franco D'Andrea ricorda il collega Chick Corea, da poco scomparso, tratteggiando i caratteri di un periodo irripetibile del jazz—"Negli anni '60 c'erano due pianisti formidabili, Herbie Hancock e Chick Corea. Avevano qualcosa di simile tanto che registrarono piu tardi un disco in duo. Hanno poi intrapreso delle strade diverse pur mantenendo la propria identità: Hancock è rimasto nel tessuto del jazz connotato dal blues, Corea ha virato verso il mondo latinoamericano. Corea è stato un pianista sopraffino. D'altronde, anche avendo una propensione maggiore verso Hancock, a questi livelli alla fine è soltanto una questione di gusto personale."

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