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Franco D'Andrea Meets DJ Rocca: rimodulare i riff

Franco D'Andrea Meets DJ Rocca: rimodulare i riff

Courtesy Roberto Cifarelli

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Il triplo CD Franco D'Andrea Meets DJ Rocca, pubblicato dall'etichetta Parco della Musica Records, rappresenta un ulteriore, significativo tassello nella vicenda artistica del pianista. Lo dice il titolo: si tratta di un incontro a due, fortemente voluto da D'Andrea, che arriva dopo il lavoro degli scorsi anni con DJ Rocca, scandito dall'album in trio con Andrea Ayace Ayassot ai sassofoni e dai due CD Intervals I e Intervals II, registrati in concerto nel 2017 a Roma con l'ottetto.

Nel 2015, poco dopo la seduta di registrazione che diede vita al doppio CD Trio Music Vol. I, Franco D'Andrea ci esprimeva così il suo apprezzamento per DJ Rocca: "Non avevo mai lavorato con un DJ e devo dire che DJ Rocca è un personaggio straordinario: qualunque cosa si faccia, lui la proietta su uno sfondo diverso, in una prospettiva avventurosa. Abbiamo registrato circa due ore e mezza di musica e non c'è che l'imbarazzo della scelta per il disco che sarà pubblicato nei prossimi mesi. Abbiamo sviluppato diverse cose nuove, sotto il punto di vista timbrico e per quanto riguarda gli aspetti ritmici. La mia musica mantiene sempre le sue radici ben piantate, con riferimenti precisi alla tradizione. Ma questo stimolo spinge avanti le prospettive, sprona molto la mia voglia di intraprendere nuove sfide."

Nella nuova, recente chiacchierata che proponiamo, condotta con amabile familiarità e con la profondità che conosciamo bene, D'Andrea racconta alcuni meccanismi, tecnici, espressivi e istintivi, che stanno alla base della sua musica e del duo con DJ Rocca.

All About Jazz: Franco D'Andrea, si può dire che con DJ Rocca avete fatto una registrazione in studio, ma con modalità live?

Franco D'Andrea: Abbiamo lavorato come in un concerto, applicando un sistema da noi utilizzato per orientarci nei percorsi da intraprendere. Si tratta di una modalità che nasce dai nostri live. Evidentemente, abbiamo un repertorio, un metodo, che dal punto di vista puramente tecnico può essere definito come un sistema imperniato sugli intervalli. Lo stesso al quale mi dedico in questi ultimi anni. Però, per procedere con un criterio, abbiamo pianificato dei segnali di orientamento. È indispensabile, per capire dove ognuno di noi vuole andare, in un contesto basato sull'improvvisazione. Abbiamo dunque deciso di collocare, vicino a questi intervalli, una specie di richiamo all'interno di brani, che servisse a evocare combinazioni che noi conosciamo bene. Può essere un breve cenno melodico, un nucleo ritmico all'inizio del pezzo o in un altro momento. Accanto ai vari intervalli, associamo due o tre pezzi, frammenti di brani da noi conosciuti, che rendano distinguibile la direzione verso la quale vogliamo andare. Ci servivamo già da tempo di tale modalità, per cogliere senza troppa fatica dei riferimenti nelle esibizioni dal vivo. L'intervallo è quello, però stabiliamo un aggancio, per esempio a Duke Ellington, a Miles Davis, a James Brown. Non è presente nel disco, ma nella registrazione c'era un riferimento anche a Herbie Hancock.

AAJ: Quindi in questa mole di musica che occupa tre CD c'è del materiale che avete scartato?

FDA: L'album presenta sedici pezzi, della durata media di nove-dieci minuti, che non è poco. Circa otto o nove brani che fanno parte del nostro repertorio non sono stati registrati. Però il materiale che abbiamo inciso in studio è entrato quasi tutto nell'album: così ha voluto il nostro produttore, Roberto Catucci. Quando ha ascoltato il materiale registrato, ha ragionato nel senso della nostra ricerca ad ampio raggio, che va documentata nella propria interezza. Alla fine, abbiamo eliminato solo un paio di pezzi, che non raggiungevano il livello degli altri sedici brani pubblicati.

AAJ: Qual è il criterio con cui stabilite tale standard?

FDA: Il criterio principale è l'interplay. Quando c'è un dialogo in profondità, tutto può andare bene.

AAJ: Nel CD si avverte che tu sei molto stimolato da questo rapporto con DJ Rocca.

FDA: Tu sai bene come ho conosciuto DJ Rocca: fui colpito dal suo lavoro, presentato a un concorso nel quale diversi musicisti elaboravano con l'elettronica alcuni miei brani. Iniziò così la collaborazione che diede vita alle esperienze in trio e con l'ottetto. Qualche anno fa, alcuni amici di Luca (Luca Roccatagliati, alias DJ Rocca) ci fecero la proposta di portare sul palco a Guastalla qualcosa in duo. Tutto partì da quel concerto. Quello attuale, è un periodo in cui faccio soltanto alcune cose, quelle che proprio mi premono. Generalmente i duetti ci entrano raramente: mi focalizzo sulle cose di gruppo, dove ho in mano la situazione. Almeno un trio. Ma in quel caso ho riflettuto sul fatto che noi due ci conosciamo da tanti anni, però in questo lungo periodo ho sempre avuto la sensazione che DJ Rocca fosse molto attento a non disturbare troppo l'accadere musicale. Sapeva di essere in un contesto di jazz e si teneva sullo sfondo. Perfino nel trio con Ayassot eravamo in due contro uno, in un certo senso. Lui era di un'altra estrazione e sentiva di non voler interferire con le cose che facevamo noi, sapendo che operavamo da un certo punto di vista su un campo differente, soprattutto in questo sistema, basato sull'improvvisazione con un criterio prevalentemente intervallare. Anche la natura della sua strumentazione prevede un approccio non così immediato. Ma la cosa che mi aveva colpito, fin dall'inizio di questa collaborazione, era la consapevolezza che lui fosse un vero virtuoso, a tutti gli effetti. Col tempo, è entrato perfettamente nel sistema che io utilizzo. Lo si sente, perché ci sono delle corrispondenze evidenti, dei richiami, pur mascherati dall'ampio spettro timbrico dell'elettronica. Ora, la cosa fondamentale era che lui non avesse nessuna remora. Non volevo condizionarlo in nessun modo: si trattava dell'incontro di due mondi. Fin dal primo momento, sentivo che, pur provenendo da contesti diversi, c'era qualcosa in comune: lui conosceva il funky e il jazz, soprattutto quello elettrico di Miles Davis, dei Weather Report, degli Headhunters di Herbie Hancock... Poi, ascoltando la registrazione del concerto di Guastalla, ho capito che accadevano molte cose interessanti.

AAJ: Un risultato diverso da quello in trio con Ayassot?

FDA: Qui DJ Rocca poteva espandersi ed esprimersi meglio, il confronto a due lo metteva a proprio agio. A questo punto, era necessario creare un sistema di riferimento che mettesse in rilievo la concezione intervallare della nostra improvvisazione. Così è nata la connessione ai brevi frammenti ritmici e melodici, ai riff utilizzati o ideati da musicisti che noi due conosciamo bene. Un trucchetto per riuscire a riconoscere un intervallo. Su questo impianto abbiamo fatto delle vere e proprie prove, in grande quantità. Ma eravamo proprio nel periodo dell'isolamento a causa della pandemia, quindi si trattava di prove a distanza. Però, immediatamente dopo, sono arrivati nuovi concerti e lui, nel frattempo, aveva maturato conoscenze approfondite riguardo a questo sistema.

Quindi, in fondo, questo è un disco che parte dai riff: due note, tre, quattro se proprio vogliamo esagerare. Nuclei che noi rimoduliamo guardando di volta in volta alla storia, all'attualità, al futuro. Un'altra cosa scaturita dall'esperienza, è stata la collocazione di tali nuclei ritmico—melodici all'interno di centri tonali, di aree tonali più che vere e proprie tonalità. Una nota di riferimento, dalla quale sappiamo che si muove il riff. Lo possiamo anche trasporre in altre tonalità, però quella di riferimento rimane una presenza, in qualche maniera un'attrazione, un centro di gravitazione. Sottolineo che ciò che conta, comunque, è il discorso intervallare.

AAJ: E naturalmente anche il discorso ritmico...

FDA: Certamente, non si può prescindere da questo parametro. In alcuni casi il ritmo rimane abbastanza stabile, in altri cambia parecchio. Per quanto possiamo spaziare nelle digressioni, abbiamo però punti di riferimento, sia intervallari che ritmici, ai quali possiamo dare voce, per tornare a certi motivi.

AAJ: Quindi centri di gravitazione tonali, centri di gravitazione ritmici. Ma anche timbrici?

FDA: Sul timbro siamo molto liberi. Un aspetto a cui facciamo molta attenzione è la cura dei contrasti dinamici, cosa che naturalmente va ad agire anche sui colori timbrici. Pure il parametro spaziale è molto importante ed è gestito in modo esemplare da Luca: per noi è indispensabile far respirare la musica.

AAJ: Vogliamo svelare l'enigma dei titoli?

FDA: L'unico pezzo che ha un titolo tradizionale è "Blue'n'Boogie," il classico di Dizzy Gillespie, che chiude l'album. Per gli altri brani ci siamo detti: beh, in fondo stiamo improvvisando delle cose, con un pretesto. Però, anche per noi, per fare riferimento in qualche modo a un feeling particolare, ricordiamo che un dato pezzo ha un legame con James Brown, oppure con Miles Davis, o con Joe Henderson. Ecco che i titoli non sono altro che le iniziali del nome di questi musicisti. In alcuni casi abbiamo creato una sorta di suite, come in "M.D.D.E.C.P.," dove compaiono le iniziali di Miles Davis, Duke Ellington e Cole Porter. Le iniziali di Thelonious Monk sono addirittura scandite in tre brani, ai quali si aggiunge un quarto titolo, "M.CH.," che sta per Monk Chords: accordi di Monk. Un riferimento importante, che offre immediatamente un'atmosfera, un ambiente, un'impronta. Un affiorare anche di cose inconsce, su cui noi contavamo moltissimo.

AAJ: D'altra parte, anche i riff sono sempre sottoposti a un trattamento, a qualche tipo di trasformazione...

FDA: Certo. Va detto che i riff, ispirati dai musicisti ricordati sopra e da altri, non sono enunciati in modo letterale, vengono sempre sottoposti a una trasformazione. Magari teniamo l'idea ritmica e cambiamo qualche nota, oppure cambiamo proprio il ritmo, ma in modo tale da poter riconoscere il contesto nel quale vogliamo entrare, fin dalle prime battute. Ad esempio, "C.P." inizia con delle cose fatte da DJ Rocca, con timbri ed effetti particolari, ma è in evidenza un intervallo di settima maggiore, che richiama un riff di Porter. Ci sono anche dei pezzi in cui si comincia in modo libero: nel brano intitolato "R.W.," Randy Weston, DJ Rocca parte con una cosa astratta, molto particolare, che avrebbe potuto svilupparsi in altre direzioni. Viene da me, spontaneo, lo stimolo verso quel particolare riff di Weston, costruito su un intervallo di quinta. Nelle nostre esibizioni dal vivo questa libertà di partenza è molto frequente, quasi abituale.

AAJ: Ci sono altri brani che stimolano una riflessione particolare?

FDA: C'è per esempio "O.N.1," che si ispira molto liberamente all'inciso di un celebre brano di Oliver Nelson e all'intervallo di terza minore che lo caratterizza. È il pezzo più lungo di tutto l'album: tredici minuti che scorrono via con una propria logica narrativa, con un'interazione densa tra noi e l'invenzione di cose che ancora mi stupiscono all'ascolto. Anche "O.N.2," sempre basato su Nelson, ha stimolato in noi una reazione speciale, questa volta mossa da un aspetto particolare delle armonie usate da quel grande musicista.

Un'area familiare per noi, che fa riferimento anche al gioco verticale, armonico di Bill Evans: tutte queste cose entravano dentro la nostra coscienza e quindi determinavano una direzione. Non copiavamo Bill Evans o Oliver Nelson: noi sentivamo dentro una storia che avevamo avuto con un certo brano. Le emozioni. Il meccanismo, che in altri casi era prodotto dal disegno melodico e ritmico, qui è scattato dall'uso delle armonie, da una certa disposizione di accordi usati in quegli arrangiamenti. È inerente a quella che io chiamo area pelog, dal nome di una scala musicale pentatonica indonesiana, diffusa soprattutto a Bali, ma usata anche in Giappone. La utilizzava molto Steve Lacy, che amava la musica di Bali e rispetto a Coltrane preferiva tracciati più cromatici, nutriti di semitoni. Credo che avesse scelto quella scala anche un po' per distinguersi da John Coltrane. Tutti questi riferimenti trovano spazio, entrano in modo anche inconscio nella mia musica. DJ Rocca, a sua volta, porta le proprie esperienze e questo ci ha permesso di spaziare in modo molto ampio e articolato.

AAJ: I tuoi incontri con Lacy hanno lasciato un segno forte. Vogliamo concludere con un ricordo di quel fecondo periodo romano?

FDA: È stato un periodo straordinario. Gli incontri con Lacy furono tra il 1969 e il 1970. Con lui ho fatto addirittura dei duetti di sax soprano, nella sua "grotta" sul Tevere. In quel momento lui voleva sperimentare, anche con i rumori. Mi diceva che si era stufato del suono del soprano e cercava di estrarre dallo strumento altre cose, quasi materiche, lontane dal suo registro e comunque irriconoscibili in quanto note. Amava mescolare suoni e rumori. Raggiungeva dei sovracuti incredibili. A volte mi confidava di aver cercato la diteggiatura per tutta la notte, facendosi uscire il sangue dal labbro, per arrivare lassù. Siccome io usavo molta effettistica, in particolare con il Modern Art Trio, la cosa mi stimolava in modo particolare. In occasione di un concerto, Lacy chiese di fare un duetto, con me al pianoforte. Utilizzò quegli intervalli, riconducibili alla scala pelog e io cercai di seguirlo, di entrare in quel mondo. Ricordo che alla fine mi complimentò, dicendo che gli sembrava di aver suonato con un'orchestra balinese.

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