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Festival Jazz Equinoxe
Già assolata come fosse piena estate ma sotto una leggera e fresca brezza da Levante, Bastia ha accolto la settima edizione del Festival Jazz Equinoxe senza quegli eccessi pubblicitari che gridano all’evento a tutti i costi, preferendo un’allure rilassata, di certo a lei più congeniale, tipica di chi si appresta piuttosto a vivere un’occasione di conviviale partecipazione all’insegna della musica. Come l’ovattato guscio del Théatre Municipal, sede dei concerti, con la sua aria informale da cinema di periferia ma con i loggioni in ripida verticalità e la scoscesa platea rossa che avvolgono a giro stretto il palco in un’atmosfera intima e familiare. E certo Jazz equinoxe non è un festival dai grandi numeri, se si intendono quelli che sommano le giornate, i concerti, l’affluenza del pubblico e neppure quello del costo dei biglietti bensì un festival che vuole anzitutto offrire un saggio, per quanto lieve e fugace ma a suo modo rappresentativo, dell’universo della musica afroamericana agli abitanti di questa magnifica isola che per parecchi mesi l’anno sono esclusi dal gran carrozzone delle tournèe internazionali.
Bene ha fatto dunque Michel Maestracci, il suo direttore artistico, a differenziare la programmazione, col blues, l’avanguardia, il mainstream e l’amalgama del moderno Philly Sound da Filadelfia, pur nello spazio ristretto di sole tre serate. Anzi quattro, considerando l’anteprima del 19 aprile con il concerto dell’emergente pianista ventiquattrenne Yaron Herman, del quale non possiamo parlarvi non avendo assistito alla sua performance. L’immancabile colonna sonora della Bastia Blue Band a girovagare per le strade della città, concerti pomeridiani in altre sedi secondarie (nonché in riva al mare sulla spiaggia prospiciente l’Hotel Pineto) e le jam sessions al rinomato Café de la Paix, già sede dell’attività jazzistica locale durante il resto dell’anno, hanno costituito il corollario al cartellone principale.
Inequivocabilmente di origini asiatiche, impeccabile look da bluesman, chitarrista indiavolato, canta il blues in francese: è Sam “Mister” Tchang, il musicista che apre il festival con la sua giovane band. Hendrixiano di formazione, rimane vittima della musica di B.B. King e da allora tutto la storia del blues passa tra le corde della sua chitarra e nella bella voce, assai black, con un entusiasmo ed una energia prorompenti che sul palco non lasciano certo indifferenti. La bravura tecnica e “le physique du role” sono un buon biglietto da visita ma dopo l’iniziale omaggio a John Lee Hooker i brani seguenti, compresi una manciata di originali, denotano un musicista manierista, abile nel riprodurre ma avaro di idee proprie, ad eccezione di qualche assolo ben riuscito ed esteso oltre i limiti ristretti del giro di battute. Compensa con le doti da showman cercando di coinvolgere l’uditorio con insistenza (addirittura abbandonando il palco con tutta la band per cantare e battere le mani girovagando tra le poltrone) ma senza riuscire a smuovere un pubblico intimorito e già pago di avere udito una raffica di classici blues in verace stile “West Side Sound”.
Andrà meglio a Rhoda Scott, organista e cantante di jazz assai famosa sulla scena francese sin dal suo arrivo a Parigi alla fine degli anni ’60. La sua energia e la sua gioia di suonare sono già contagiose a partire dal suo sguardo e dal suo sorriso, da quell’innato spirito comunicativo che trova nello swing un partner implacabile. Scoperta da Count Basie che l’ingaggiò nel suo club ad Harlem, ha suonato con musicisti del calibro di Ray Charles, George Benson, Ella Fitzgerald ed è soprannominata “The Barefoot Lady” per la sua abitudine di suonare a piedi nudi. Ma il suo curriculum comprende anche una laurea alla Manhattan School di N.Y., perfezionamento in contrappunto ed armonia con Nadia Boulanger e gli elogi superlativi di Arthur Rubinstein. In realtà, oltre l’invidiabile virtuosismo, è la sua anima musicale, quella coltivata sin da bambina nelle chiese della costa Est, tra spirituals e gospel, la sua arma vincente. Accompagnata dal fervore ritmico del batterista Lucine Dobat, degno erede del suo maestro Kenny Clarke, Rhoda ha davvero un’energia incontenibile nonostante i suoi 68 anni. La stupefacente danza a piedi nudi sui pedali dell’organo, la sua attitudine a commentare ed introdurre i brani che esegue (efficacissima la sua “lezione” teorico-pratica sulla differenza tra spiritual e gospel) il trasporto mistico e profondo della sua voce, hanno la capacità di stregare gli spettatori. Un carisma che ha rinnovato tutti i classici da lei eseguiti di una freschezza insperata e di uno swing travolgente.
La scommessa di inserire nel programma del festival i rischiosi suoni dell’avanguardia ha portato Matthew Shipp a svolgere il ruolo di ambasciatore di un approccio musicale del tutto nuovo al pubblico del festival. Da solo, a tu per tu col pianoforte e probabilmente conscio della difficile situazione, alla quale è forse giunto in soccorso il consiglio di “rimanere sui traditional”, il pianista ha dato vita ad una lunga suite di quasi un’ora nel corso della quale si sono sì inanellati brani come “A Night In Tunisia”, “Summertine”, “A Time Goes By” etc. ma con ben poca accondiscendenza ad una scontata fruizione. Questo però non pare essere bastato per fugare qualche perplessità che rimbalzava tra le poltrone in un’atmosfera un po’ attonita, colma di quel senso di attesa di un accadimento che per alcuni sarà andato deluso ma che non ha mancato di lasciare qualche seme. Si è infatti percepito, dopo lo stordimento iniziale, quel lento processo di acquisizione linguistica tipico di un pubblico attento che si ancorava alle brevi e scintillanti sortite melodiche, le frasi di stampo minimalista, ovvero i singhiozzanti lacerti tematici che Shipp concedeva nel mare mosso degli ostinati e degli stridenti accordi pur sempre sostenuti da un ricorrente tempo di marcia. Alla fine, il consenso pare esserci stato, benché il timido pianista, invitato a fine concerto a presentare a parole la sua musica, non si sia certo dilungato in imbarazzanti spiegazioni.
Del resto, è probabile che il pubblico di quella seconda serata fosse giunto soprattutto per ascoltare un musicista molto più noto, non foss’altro per essere stato in passato al fianco di Chet Baker: Philip Catherine, in programma con il suo trio ed un ospite d’eccezione, Charlie Mariano. Purtroppo, quest’ultimo non ha potuto essere presente a causa di un malore che non gli ha permesso di partire, mandando così in fumo anche i nostri propositi di fare una chiacchierata con lui. Ecco, il suo concerto non ha conosciuto cedimenti e anche quando ha chiamato il pubblico a cantare sulle note della sua “Merci Afrique”, distribuendo frasi separate agli uomini e alle donne presenti in teatro, non solo gli sono stati perdonati i divertenti pasticci combinati durante la direzione di un tale improvvisato ensemble corale ma è stato premiato anche e proprio per questo esperimento, che ha galvanizzato l’uditorio in una reale esperienza di musica vissuta. Non si è trattato di un banale e malizioso espediente per ingraziarsi il pubblico ma una sincera volontà di scambio e partecipazione. Non che fosse mancato un efficace riscaldamento con uno swing trascinante, il cui merito va equamente distribuito anche ai suoi due compagni, un solido Philippe Aerts al contrabbasso e Dominique “Mimì” Verderame, uno strepitoso batterista di origini siciliane. Il chitarrista ha offerto un ottimo saggio della sua versatilità, spaziando da composizioni proprie agli standard, con una estrema levigatezza dei suoni, una spiccata propensione allo sviluppo melodico e sempre con un groove accattivante, non trascurando fraseggi blues e rock. Un successo insomma, replicato anche nella jam session durante la quale ha attirato parecchi musicisti locali desiderosi di cimentarsi con lui.
Le jam session al Café de la Paix hanno riservato sorprese anche nella serata conclusiva, quando J.D. Walter, giovane vocalist di Filadelfia, venuto a Bastia come membro del gruppo Luvpark del pianista Orrin Evans, ha fatto ricredere chi scrive in merito alle sue qualità. Se nell’atmosfera raccolta del club, esibendosi in quartetto con gli stessi suoi compagni ha dato prova di essere non solo un temerario sperimentatore vocale (scat, vocalese, moans e quant’altro sia possibile) ma anche come raffinato crooner, a suo agio in ogni registro, dai bassi più passionali alle più incredibili altezze raggiunte anche in sussurrando. Perché un talento simile è rimasto in ombra durante l’esibizione dell’intero gruppo a teatro? Luvpark è un ensemble di jazz elettrico a formazione variabile, per lo più un sestetto, che nelle intenzioni del suo leader Orrin Evans vuole ricreare, ammodernandolo con una buona dose di hip-hop, il leggendario Philly Sound che furoreggiò negli anni ’60 e ’70. Operazione interessante, per la quale la tinta soul della voce di Walter è perfetta, l’uso di effetti a pedaliera gli permette di modulare i suoni come un vero e proprio strumento ma nell’insieme, tutto l’impasto timbrico è un po’ confuso e pare non esserci coesione. Ciò accade anche a Ralph Bowen, superbo sassofonista dal suono brekeriano potente e luminoso ed al batterista Donald Edwards, impetuoso e trascinante, due stelle che brillano di luce propria. Si capisce che il leader ha impostato tutto sul ritmo cadenzato in un amalgama di soul e hip-hop ma pare più occupato a coordinare un organico non ancora sufficientemente rodato e non certo agevolato dalla misteriosa presenza di Dawn, una giovane voce femminile di Filadelfia i cui contributi, timidi e scarni, aggiungono solo qualche tinta di colore vocale. Un po’ sotto tono dunque rispetto alle aspettative create dal recente disco che avrà ovviamente giovato di qualche cura maggiore ma nel complesso un buon esempio, sicuramente attuale, di ciò che si intende, oltreoceano, quando si parla di musica black. Tradizione ma non solo, proprio la strada che a piccoli passi il festival sta proficuamente percorrendo.
Foto di Luciano Rossetti [ulteriori immagini tratte dal festival sono disponibili nelle gallerie riguardanti i concerti di Philip Catherine e Matthew Shipp
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