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Festival Banlieues Bleues a Parigi - edizione 2006

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Il festival "Banlieues Bleues", giunto ormai alla 23ema edizione, si svolge ogni anno per un paio di mesi nelle periferie (banlieues appunto in francese) a nord-est di Parigi.

Creato con l'obiettivo di portare il jazz, il blues ed in seguito anche la world nelle periferie (il nord-est della capitale è tradizionalmente costituito dalle zone più povere), in poco tempo questo festival è diventato uno degli appuntamenti più prestigiosi ed immancabili per gli appassionati di musica, richiamando costantemente un folto pubblico in provenienza dal centro della città nonostante l'accesso non sempre agevole alle sale di concerto. Potete leggere di seguito il resoconto del vostro cronista sulle 5 serate del festival alle quali ho potuto assistere.

Jeff Parker Trio + James "Blood" Ulmer (14 marzo)

In apertura di serata, il chitarrista di Chicago si presenta accompagnato da Chad Taylor alla batteria e da Chris Lopes al contrabbasso. Jeff Parker si conferma strumentista raffinato e soprattutto autore di ammalianti composizioni, che ben reggono la distanza anche nell'ambito ridotto del trio, senza gli orpelli e gli arrangiamenti possibili in uno studio di registrazione.

Parker, già parte integrante di interessantissime formazioni quali Tortoise e Isotope 217, ha da poco pubblicato il suo secondo disco solista, l'ottimo The Relatives. I brani di questo CD, spesso costruiti su strutture circolari tipiche della scuola post-rock di Chicago, vengono presentati quasi tutti nel concerto, spesso arricchiti da una vena più marcatamente jazzistica.

Coprotagonista del concerto è Chad Taylor, vero jolly di innumerevoli avventure del jazz e dell'avanguardia della scena della Windy City, capace di passare dai Chicago Underground Duo a Fred Anderson al progetto "Spiritual Unity" di Marc Ribot. Mai invadente, il suo batterismo è un piacere da seguire, fatto di innumerevoli e continue variazioni ritmiche, ed arricchito da una vera maestria nell'uso delle spazzole. Concerto godibilissimo.

Dopo una breve pausa, entra in scena la Memphis Blood Blues Band, per riscaldare la scena e far crescere l'attesa per l'apparizione del leader. È davvero un ottima formazione di blues elettrico, capitanata da Vernon Reid alla chitarra, e nella quale spiccano il violino elettrificato di Charles Burnham (già compagno di Ulmer negli Odyssey) e le tastiere vintage (organo Hammond B3 con amplificatore Leslie, Fender Rhodes) di Lion Gruenbaum. Completano il gruppo David Barnes all'armonica, Mark Peterson al basso, e Aubrey Dayle alla batteria.

Arriva infine James "Blood", e partono in sequenza serrate riletture di due classici quali "Spoonful" e "I Want To Be Loved". Si capisce quindi da subito quale sarà il tenore del concerto, interamente dedicato all'aspetto più blues della musica di Ulmer, che ormai da vari anni divide la sua attività (e i suoi CD) tra musica delle radici, funk e musica armolodica.

Ulmer ha una presenza scenica davvero imponente, siede al centro del palco, chitarra appoggiata sul ginocchio e suonata senza plettro, come un vero patriarca, e sembra un degno erede dei grandi del blues dei quali re-interpreta il repertorio. La band che lo accompagna ha un suono potente, spesso anche troppo saturo, e sono infatti i brani più rarefatti che risultano i più riusciti, come una "Little Red Rooster" impreziosita da un ottimo solo di Burnham al violino, ed una "Money" nella quale sembra che il fantasma di John Lee Hooker faccia capolino.

Oltre a Hooker, ovviamente anche Willie Dixon, Charles Burnett, Howlin Wolf, Muddy Waters e tutti i grandi del blues sono ben rappresentati, con riletture di "Dimples", "I Just Want To Make Love To You", "Backdoor Man" (uno dei rari brani nei quali Ulmer si permette un grande assolo armolodico), "Who's Been Talking", "No Escape From The Blues". C'e' spazio anche per brani più divertenti quali "The Blues Had A Baby And They Called It Rock'n'Roll", "Goin' To New York" e "Fattening Frogs For Snakes", tutte tratte dai 2 CD recentemente incisi dal chitarrista nei mitici Sun Studios a Memphis e negli altrettanto storici Electric Ladyland a New York.

L'aspetto più apprezzabile del concerto viene dall'interpretazione vocale di "Blood", la cui voce è come un diamante grezzo sul quale si sia abbattuta una martellata, e che nonostante si sia frantumato continui comunque a brillare. Grande successo di pubblico per un interprete che sicuramente ha la credibilità e le credenziali per misurarsi con un simile repertorio, anche se il vostro cronista lo preferisce in un contesto dedicato alle proprie composizioni nel quale possa meglio brillare il lato più innovativo dell'ex accompagnatore di Ornette Coleman.

Alex Von Schlippenbach "Monk' s Casino" (17 marzo)

Per questo concerto interamente dedicato ad un'incredibile rilettura integrale delle composizioni di Thelonious Sphere Monk, il pianista tedesco arriva alla testa di un quintetto formato dai connazionali Axel Dorner alla tromba, Rudi Mahall al clarinetto basso, Jan Roder al contrabbasso e Uli Jennessen alla batteria. Con un look da Oktoberfest, con tanto di basettoni e camicie di feltro che sembrano uscite da un film di Wenders degli anni '70, il gruppo occupa la scena di una piccola sala di periferia nella quale i musicisti possono tranquillamente suonare senza bisogno di alcuna amplificazione.

Lungo l'arco di 3 set, l'intero corpus Monkiano (70 brani !) viene riproposto, spesso combinando le composizioni in grappoli di due o tre brani, a volte in interpretazioni molto rispettose dell'originale a volte con uscite verso il free, e riuscendo a donare ad ogni pezzo un'idea di arrangiamento originale. Da "Misterioso" a "Stuffy", da "Little Rootie Tootie" a "Green Chimneys", dalle più conosciute alle più oscure ci sono proprio tutte.

Le interpretazioni sono davvero buone e sentite, ed a volte sembra di tornare all'epoca dei 78 giri e delle limitazioni di durata ai 3 minuti canonici; alla fine il limite dell'operazione è proprio nella scelta di presentare una proposta enciclopedica, che forzatamente impone limitazioni di tempo e quindi anche all'esplorazione in profondità dei temi. Azzeccatissima la scelta dell'accoppiata tromba e clarinetto basso, che ben si addice alle melodie angolari di Monk; le famose bended notes del pianista del New Jersey sono brevemente omaggiate tramite l'uso di un treated piano, il cui suono è modificato da pentolini e grattugia posizionati ad arte da Von Schlippenbach.

Coll'avanzare del concerto si accentua sempre di più lo spazio dedicato alla vena sardonica dei brani, spesso accentuata ancora dagli arrangiamenti, che privilegiano stop & go, brusche interruzioni, accelerazioni e cambi di tempo. Nel terzo set l'esplorazione del lato ludico è al massimo, ed i musicisti si sbizzariscono usando un enorme pallone rosso per scandire il ritmo, effettuando scambi di strumenti incrociati, sincronizzando la musica con giochi di luce, nascondendosi tra il pubblico e finendo tutti stesi per terra pur continuando a suonare ... nonostante alcuni spettatori sembrino piuttosto stupiti da un tale spirito dissacrante, personalmente credo piuttosto che Thelonious si sarebbe alquanto divertito!

Newtopia + Hugh Masekela (31 marzo)

In un'altra serata di doppio concerto e di musica di fusione, l'apertura è affidata a Newtopia, progetto estemporaneo creato per l'occasione del festival, e che unisce il gruppo di Raphael Imbert:, bravo sassofonista e clarinettista francese, con due invitati di tutto rispetto: il sassofonista sudafricano Zim Ngqawana, ed il giovane pianista israeliano Yaron Herman.

Il concerto è quasi integralmente occupato dalla "Suite Elegiaque", lunga composizione di Imbert che si apre alla grande con Ngqawana all'ocarina ad imitare il soffio del vento, al quale si aggiunge un tamburo tribale e poi una dolce melodia portata ancora dal flauto di Zim, che impreziosisce ogni movimento con quel suono triste e giocoso allo stesso tempo cosi' tipico della musica sudafricana. È una suite davvero riuscita e con temi molto belli, nella quale si alternano passaggi più free a delicate melodie portate da pifferi e percussioni varie, e alla quale l'uso di una strumentazione abbastanza inusuale (che includeva il vibrafono di Stèphan Caracci e l'arsenale ritmico di Cèdrick Bec) conferisce un'atmosfera evocativa e sognante. Gli interventi di Herman, pianista con forti influenze Jarrettiane e graziato da un dono innato per la melodia, contribuiscono a rendere l'esperimento un franco successo.

Purtroppo più deludente il seguito della serata, che per restare in tema propone Hugh Masekela, il suo gruppo e numerosi invitati. Dopo un buon inizio con un traditional sudafricano intonato a cappella e un Masekela che pare abbastanza ispirato al flicorno, a partire dal secondo brano la musica si assesta su un funk da FM leggero leggero, con il leader che gigioneggia, balla e canta i suoi più grandi successi (da "Stimela" a "Bring Him Back Home"), lasciando ben poco spazio ad interventi strumentali ed al lato jazz del suo repertorio.

Il pubblico sembra comunque divertirsi e partecipa contento al botta e risposta proposto incessantemente dalla star sudafricana, e bisogna notare che anche se la voce di Masekela non è più sicuramente quella di un tempo, la voglia di intrattenere e far ballare è ancora intatta, ed è ben coadiuvata da un gruppo affiatato di ottimi e consumati professionisti.

Tra i diversi ospiti, che sembrano a volte portati in scena per far prendere un po' di respiro al leader, Yaron Herman che interpreta un classico tema israeliano, una brava cantante sudafricana che risolleva per lo spazio di un brano la qualità del concerto grazie ad una bellissima voce e ad un tema più tradizionale, ed infine Soweto Kinch (inglese nonostante il nome) che grazie ad un buon solo al sax alto riesce a riscaldare un poco il finale di una serata un po' anemica.

O. Penè & Super Diamono de Dakar (2 aprile)

Concerto pomeridiano di grande musica africana, interamente portato da una delle grandi band storiche senegalesi, la Super Diamono de Dakar ormai attiva da più di 30 anni.

Il suo leader, Omar Penè, ha da poco pubblicato un buon disco solista e prevalentemente acustico, e quindi il concerto si apre con un paio di brani intimisti tratti dal CD. Ecco però che arrivano in scena batteria e tastiere, e la formidabile macchina ritmica del Super Diamono si mette rapidamente in moto, proponendo il classico mbalax del quale il gruppo rivendica la paternità insieme alla Super Etoile di Youssou'n'Dour, che anche eccelleva nel genere prima di lanciarsi nel mercato internazionale.

È West African dance music della stoffa migliore, e i brani sono lunghe cavalcate portate dalle classiche botta e risposta di voce e percusssioni, da un continuo alzare-calare nell'intensità della musica, per finire invariabilmente con brucianti accelerazioni ritmiche veramente irresistibili. Lo mbalax è davvero l'arte del sincopato portata all'eccellenza, ed il gruppo, nel quale gli elementi portanti sono indiscutibilmente la chitarra di El Hadji Diallo ed ancor più i tamburi e lo djembè di Alioune Seck, è affiatatissimo e sembra possedere un'intesa telepatica, sicuramente acquisita durante innumerevoli concerti sui palchi africani.

Omar Penè ha una voce estremamente duttile e molto melodica, ed è ben coadiuvato da Diarra Gueye, cantante con notevole appeal scenico che spesso scalda la scena con danze scatenate. Grande participazione del pubblico, che come è d'uso ai concerti di artisti africani si ritrova spesso sul palco per il tempo di una danza e per congratulare il leader. Gran bel concerto e divertimento assicurato.

Ethiopiques: M. J. Mohammad Trio & H. Bennink + G. Mekuria & The Ex + Either Orchestra & M. Ahmed (7 aprile)

Per il gran finale del festival, l'organizzazione di Banlieues Bleues ha preparato una vera festa dedicata alla musica etiope, ancora una volta fusa e modificata con elementi provenienti in buona parte dal jazz. Per chi non fosse al corrente, va ricordato che questa musica cosi' particolare è stata "riscoperta" da ormai una decina d'anni grazie all'ottima collana di CD "Ethiopiques" diretta da F. Falceto; la collezione ha ormai sorpassato il ventesimo volume, ed è dedicata per la maggior parte al periodo d'oro della musica etiope, che si è svolto a cavallo tra gli anni '60 e '70.

La serata si apre con la sorprendente collaborazione tra Han Bennink ed il trio di Mohammad Jimmy Mohammad, cantante cieco molto conosciuto in patria e che presenta un repertorio dedicato alla musica di Tlahoun Gessesse, mitico cantante ancor'oggi attivo in Etiopia.

Quando Mohammad viene accompagnato sul palco, sembra uscito da una foto in bianco e nero di fine ottocento, ma appena comincia a cantare l'atmosfera si anima e la sala viene presto trascinata dalla forza ritmica sprigionata dai musicisti. Dal suo krar elettrificato (una sorta di antenato dell'arpa), Messele Asmamaw ottiene interessanti effetti ritmici e note piegate che ricordano il suono di una chitarra elettrica, ed alle percussioni primitive ma efficacissime di Asnake Gebreyes, il buon Bennink aggiunge dinamizzanti colorazioni ritmiche in modo sempre rispettoso della struttura tradizionale dei brani.

L'esperimento è più che riuscito, la fusione di una musica di origine folklorico con l'apporto ritmico impetuoso di un batterista formatosi nell'ambito del (free) jazz europeo tiene desto l'interesse, stemperando ogni impressione di ripetitività che sarrebbe potuta sorgere tra chi non segue questo tipo di musica. Alla fine il pubblico è conquistato, anche grazie al grande entusiasmo espresso da Bennink, che pur perdendo bacchette a più non posso ed esagerando un poco la sua mimica giullaresca (arrivando a suonare coi piedi, seduto per terra, con l'aiuto di una sedia ....) si conferma grande trascinatore. Immancabile "Tezetà" alla fine a sancire il successo di questo piccolo grande gruppo.

Per la seconda parte della serata, un'altra interessante collaborazione: Getatchew Mekuria, leggendario sassofonista attivo in Etiopia già dagli anni '50, accompagnato dagli Ex, gruppo olandese di origine punk, aumentati per l'occasione da tre fiatisti. Il risultato è un'altra interessante fusione tra generi, con le chitarre distorte di Andy e Terrie Ex a fare da sottofondo al tenore di Mekuria (che fu soprannominato l'Albert Ayler etiope), su una base ritmica assicurata dal drumming basico di Katherina Ex degno di Moe Tucker.

In alcuni brani, gli interventi di GW Sok (cantante degli Ex, che deve molto all'approccio vocale di Johnny Lydon) stonano un poco colla struttura dei pezzi che sono tutti re-interpretazioni di standard etiopi, ma nei brani strumentali e più rilassati l'approccio dà risultati decisamente interessanti. Belli i remake di brani storici di Mahmoud Ahmed quali "Ere Mela Mela" e "Metche New", col sax a fare da mattatore. Getatchew ha in effetti un suono dal fantastico vibrato e fortemente radicato nella tradizione folk della sua terra, e più che ad Ayler assomiglia ad un tenorman texano uscito da una trascinante band di R'n'B. Anche per questo concerto pubblico molto soddisfatto, con molti etiopi che si invitano sul palco per ballare la famosa "shoulder dance", danza tradizionale centrata sul movimento frenetico delle spalle da effettuare a bacino fermo.

Infine arriva in scena la Either/Orchestra, orchestra di Boston attiva da ormai vent'ani ed innamoratasi della musica etiope fino al punto di aver fatto una tournèe ad Addis nel 2004. Bell'inizio di sole percussioni e basso, presto raggiunte dal resto dell'orchestra che si lancia nella sua "Ethiopian Suite" (composta dai tre standard "Amlak Abet Abet", "Muziqawi Silt" e "Feqer Aydelem Wey") per aprire il concerto alla grande, costituendo una vera showcase per gli ottimi solisti della band.

L'orchestra diretta dal sassofonista Russ Gershon è davvero ben integrata e capace di creare atmosfere molto sottili, anche grazie ad un solido apporto percussivo fornito da Pablo Bencid alla batteria e da Vicente Lebron alle percussioni. Quando si presenta in scena Tsèdenia Gèbrè-Marqos, brava giovane cantante con una voce davvero bella, la big band sfodera arrangiamenti orchestrali di grande effetto che valorizzano impeccabilmente il canto.

Il pubblico è chiaramente impaziente di vedere la star della serata, ed impnazzisce letteralmente quando a mezzanotte passata appare Mahmoud Ahmed, integralmente vestito di bianco salvo un foulard che riprende i colori della bandiera etiope. Ahmed è una vera star, un mattatore di scena che si appropria subito del palco spostando il microfono in pieno centro, ballando e cantando con incredibile vigore e voce potentissima nonostante l'età avanzata.

La sala è tutta in piedi trascinata dal cantante, tutti battono le mani mentre sfilano i grandi classici del repertorio di Ahmed degli anni '70, impreziositi dalla presenza di una big band capace di mettere davvero in valore brani che anche all'origine erano stati concepiti per essere realizzati col supporto di una ricca sezione di fiati. A chi non lo conoscesse, consiglio di procurarsi CD quali "Almaz" o "Ere Mela Mela", entrambi proposti nella già citata collana "Ethiopiques".

Gran bel finale, tutti a casa contenti dopo più di 5 ore di concerto, e appuntamento all'edizione 2007 di Banlieues Bleues.

Foto di Tania Simonetti


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