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Eleonora Strino: franchezza, istinto e introspezione

Marco Iacoboni By Marco Iacoboni

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La libertà è data dalla conoscenza profonda.
—Eleonora Strino
Reduce da concerti in Italia e all'estero, con alle spalle un tour americano accolto con entusiasmo e tre lavori che ne segnano con chiarezza l'evoluzione artistica—I Got Strings (CAM Jazz, 2023), Matilde (CAM Jazz, 2025) e il più recente Lumithia (CAM Jazz, 2026)—Eleonora Strino attraversa una fase intensa del proprio percorso artistico. Dalla scrittura alla dimensione solistica, dal rapporto con la tradizione jazzistica alla ricerca di una voce personale, fino al tema dell'essere donna nel jazz e all'esperienza americana, in questa conversazione la chitarrista napoletana si racconta con franchezza, istinto e introspezione.

L'abbiamo intervistata a margine del suo concerto in apertura della terza edizione del Connetto Jazz Festival 2026, a Poggibonsi (SI).

All About Jazz: Sono passati ormai due anni e mezzo dall'intervista pubblicata sull'edizione americana di All About Jazz. Proviamo a fare il punto: la svolta degli ultimi anni, il passaggio dagli standard alla scrittura, una firma sempre più riconoscibile. Com'è cambiato il tuo modo di pensare la musica?

Eleonora Strino: È cambiato tanto. C'è stata una sorta di evoluzione. Che sia stata nel bene o nel male è del tutto soggettivo. Comporre mi è sempre piaciuto: quando ho preso in mano la chitarra, ho iniziato subito a scrivere le prime canzoni. Ho scritto anche tantissimi brani cantautorali, per un album che non ho mai pubblicato. Mi piace molto scrivere, non solo musica ma anche testi, e quando posso mi piace inserire riferimenti letterari, perché adoro leggere. Il prossimo lavoro sarà dedicato anche a un universo letterario, oltre che femminile.

Parlando di composizione, è stato un percorso lungo. All'inizio scrivevo e sviluppavo idee più avanzate di quello che riuscivo a suonare: tecnicamente non ero ancora pronta. Per esempio "Neverland" l'ho scritta tantissimi anni fa, ma all'epoca non riuscivo a suonarla.

Poi, poter suonare la mia musica da leader è stata una grande fortuna, anche dal punto di vista della crescita, perché cresci sempre, e ti fanno crescere soprattutto i musicisti con cui suoni. Per me sono stati fondamentali Zeno De Rossi, Giulio Corini Claudio Vignali. Mi hanno influenzata tantissimo. E poi tutti gli altri grandissimi musicisti con cui ho avuto a che fare: Greg Cohen, Joey Baron, Dado Moroni, Emanuele Cisi. La fortuna di essere leader è anche questa: scrivi un brano, lo porti ai tuoi musicisti e vedi che cosa ne esce. Tu gli dai qualcosa, e loro lo trasformano, costruiscono arte a modo loro, lo interpretano, e nasce qualcosa di nuovo.

Io sono molto istintiva. Non mi preparo quasi mai e quindi, a volte, rischio tanto. Qualche volta è andata male, però sono sempre contenta di aver rischiato, perché mi annoio facilmente. Ad esempio, Matilde è nato così: sono arrivata in sala prove con una serie di brani originali, senza aver scritto una sola parte. Io vengo dal bebop: quando ho iniziato a suonare, bisognava conoscere gli standard a memoria, senza spartiti davanti, quindi per me era del tutto normale lavorare così. Claudio Vignali, invece, che ha una formazione classica, mi disse: "Come facciamo a suonare tutti questi pezzi senza una parte?." Mi costrinse a scriverle due giorni prima della registrazione. Ero arrabbiatissima, anche perché non mi sono mai sentita particolarmente portata per la scrittura musicale. Invece aveva ragione: quel passaggio si è rivelato fondamentale. Siamo entrati in studio e da lì è nato tutto.

Nel frattempo ho sviluppato sempre di più questo metodo di lavoro, di scrittura e di confronto in sala, orientandomi verso sonorità diverse, sicuramente più moderne. Oggi il mio chitarrista di riferimento è Bill Frisell, ma adoro anche Julian Lage. Prima ero molto ancorata al bebop, alla tradizione che ho studiato per vent'anni, praticamente per tutta la vita. E quella c'è ancora, si sente chiaramente. Però sto andando oltre.

AAJ: Mi ha incuriosito il fatto che tu abbia dedicato un brano a Julian Lage. Di solito i musicisti rendono omaggio ai grandi maestri del passato, mentre lui appartiene alla tua generazione. Che cosa hai trovato nella sua musica?

ES: È molto particolare, eclettico. Per me è una grande ispirazione, una sfida continua.

AAJ: È in questo percorso che si inserisce anche la scelta di registrare Lumithia completamente in solo?

ES: Sì, un disco di brani originali ma per chitarra sola. È stata un'ulteriore sfida, però non volevo utilizzare sovraincisioni, ma un album proprio di sola chitarra.

AAJ: Il titolo Lumithia fa riferimento a un romanzo...

ES: Sì, a un romanzo scritto da mia madre. Il mio disco precedente, Matilde, era dedicato a mio padre, che purtroppo è scomparso tre anni fa. Dopo la sua scomparsa anche mia madre ha attraversato un periodo difficile. Lei ha sempre scritto: ha pubblicato un libro di poesie e ha anche completato un romanzo, che però non è mai uscito e che si intitola proprio Lumithia. Io lo trovo bellissimo. Dopo essermi lasciata ispirare da tante scrittrici, questa volta ho voluto mettere in luce proprio lei, che considero a tutti gli effetti una scrittrice. Ha dedicato la sua vita a crescere i figli, ma ha continuato anche a scrivere.

Racconta molto della vita in collegio, di quando vedeva i fantasmi ed era terrorizzata. E allora ho scritto questa musica anche per sollevarla, in un certo senso. Un po' il contrario di quello che accade normalmente: io da piccola andavo da mia madre e la rassicuravo. Oggi da adulta ho voluto in qualche modo rassicurare mia madre, dalle sue paure di bambina.

AAJ: Mi sembra un bel viaggio. E poi è bello che tu abbia scelto l'intimità della chitarra in solo: c'è proprio questo dialogo, questo mettersi a nudo. Com'è stato costruire Lumithia, i suoni, l'atmosfera per questo dialogo intimo, nello studio Artesuono, con Stefano Amerio?

ES: È stato molto bello. Stefano è un artistone. Anche Matilde l'ho registrato lì, ma questa volta entrare in studio da sola, con una chitarra sola come interlocutrice, è stato molto diverso. Come dicevo, ho registrato prendendomi parecchi rischi, improvvisando molto oltre quello che avevo scritto.

Pochi giorni prima delle registrazioni avevo visto in un negozio di Bologna una Telecaster del '74 di cui mi ero innamorata. Costava troppo, quindi non potevo comprarla. Non so come, però, il proprietario si è convinto a prestarmela solo per incidere il disco. Sono andata a prenderla il giorno prima delle sessioni e mi sono presentata in studio con due sole chitarre: la mia Borghino archtop e quella Telecaster che non avevo mai suonato prima. Eppure è diventata lo strumento con cui ho registrato quasi tutto l'album. Cercavo proprio quel timbro: aveva un suono particolarissimo, anche grazie al manico in palissandro.

Anche il modo di lavorare è stato molto istintivo. Ermanno Basso è un produttore molto esigente: con lui non si perde tempo, si fanno due o tre riprese e si passa oltre. Tutto è nato molto in fretta, con pochissime incisioni, nello spirito più autentico del jazz.

AAJ: Da un punto di vista concettuale, come avevi concepito Lumithia prima di entrare in studio?

ES: Mi intrigava l'idea di farmi tramite del lavoro di un'altra artista: leggere un libro, tornare a casa, e scrivere un brano. La scrittrice, è stata tramite di qualcosa, io a mia volta divento tramite di qualcos'altro.

Prendi ad esempio "La campana di vetro." Quando l'ho fatto ascoltare ad un amico gli ho chiesto "Ascolta questo brano che ho registrato e dimmi che cosa pensi." Lui non conosceva il titolo, non sapeva nulla, e mi ha detto: "Mi sembra una persona che guarda attraverso un vetro." Ho avuto i brividi. Ho pensato: qualcosa è arrivato. Siamo tutti dentro un flusso, no? Siamo energie in movimento. Alla fine se non è questa l'arte, che cos'è?

AAJ: Negli ultimi anni stanno emergendo sempre più figure femminili importanti, e tu ne sei una testimonianza significativa, a partire dalla tua presenza sulla copertina di Jazz Guitar Today. Dal punto di vista professionale, come vivi questa attenzione e questi riconoscimenti? Ti capita di pensare che, in quanto donna, rischino talvolta di spostare l'attenzione dalla tua musica?

ES: A dire il vero, non ci penso molto. A lungo dentro di me mi sono sentita come "un uomo nero che suona la chitarra jazz." Oggi, però, sento il desiderio opposto: vorrei suonare da donna, per quella che sono. Mi piace l'idea di lasciare emergere la mia femminilità, perché il jazz è sempre stato associato a un immaginario profondamente maschile. Anche il modo di suonare—un certo tipo di suono, duro, potente—è qualcosa che ho studiato, sviluppato e che continuo ad amare. Ma a un certo punto mi sono chiesta: che cosa posso portare io, con la mia sensibilità? Perché dovrei rinunciare a qualcosa che appartiene naturalmente al mio modo di essere?

All'inizio, però, non è stato facile. Quando non hai figure di riferimento femminili, finisci per chiederti se questo sia davvero il tuo posto, se quello sia uno strumento "da donna." E poi c'è il contesto: il jazz è stato a lungo un ambiente maschilista. Ci sono le battute, le osservazioni sull'aspetto fisico, il dubbio costante: "Hai preso trenta perché sei brava o perché sei una donna?." Così cresci senza sapere mai se il riconoscimento è davvero per il tuo valore.

A un certo punto, però, ho smesso di preoccuparmene. Pensassero quello che vogliono. L'unica cosa che posso fare è continuare a crescere come musicista e come artista, restando fedele a me stessa. Per me l'arte è questo: autenticità. Cerco qualcosa che sia vero, che piaccia oppure no. A qualcuno arriverà, a qualcun altro no, ma quello che conta è creare musica che rispecchi davvero chi sono. Del resto mi interessa sempre meno.

AAJ: Passando alla didattica Qual è il tuo approccio con gli allievi? Come si insegnano le regole fondamentali, la tradizione, come si costruisce un assolo, senza però frenare la creatività o il bisogno di trovare una propria voce?

ES: Io sono cresciuta con un rispetto incredibile per il jazz, ho studiato tutto, umilmente, dall'inizio, per capirne l'evoluzione. E solo dopo mi sono sentita libera di comporre. Come dire: impara l'arte e mettila da parte. La libertà è data dalla conoscenza profonda. Per i miei allievi provo a fare la stessa cosa. Secondo me non possono prescindere dall'imparare la tradizione, il linguaggio. Perché poi, diciamoci la verità, i più grandi musicisti la tradizione la suonavano eccome. Gli standard li conoscevano tutti. Brad Mehldau a vent'anni suonava come Wynton Kelly. E questo è importante. Poi da lì puoi trovare il tuo linguaggio. Io cerco sempre di spronarli, però devono arrivarci dopo aver acquisito quella conoscenza, non per caso. Ci vuole un grande studio, una grande forza di volontà, e pigrizia zero.

AAJ: Torniamo al tuo battesimo sui palchi americani, tra cui il Birdland a New York. Mi interessa capire qual è stata la tua percezione nel confrontarti con quei palchi, portando uno stile e una sensibilità tipicamente europea. Cosa hai provato?

ES: È andata ben oltre le mie aspettative. Non me l'aspettavo proprio. Vai in America, dove il jazz è nato... Sono stati i concerti più belli della mia vita. Le sale erano strapiene, il pubblico entusiasta, quasi tutti sold out, applausi, standing ovation... Quando dicevo "Adesso suoniamo Matilde" il pubblico conosceva già la musica che stavamo per suonare. Erano attentissimi, non gli sfuggiva nessun dettaglio. Un amore totale per la musica. Sono ancora sotto shock. Il Birdland non lo dimenticherò mai. E poi compravano tutti i dischi. E pensa un po.'.. a Boston il 16 aprile è arrivato un signore che mi ha consegnato un riconoscimento ufficiale dello Stato del Massachusetts come talento internazionale. Ti rendi conto? Grazie ad un permesso di lavoro temporaneo dedicato a persone con abilità o risultati straordinari nel campo dell'arte torno in America a giugno, poi ad agosto e a ottobre.

AAJ: Hai trovato differenze nel modo di relazionarsi nei confronti di una donna leader nel jazz?

ES: No, questa discriminazione non l'ho proprio sentita. Zero. Sotto questo punto di vista assolutamente no. Poi sai, essendo leader del mio gruppo magari cambia anche la prospettiva. Ci sono stata un mese, quindi non so se vivendoci dentro sia diverso, però quello che ho sentito dal pubblico era un'attenzione completa e un rispetto totale per la musica. Questo sì, ed è stato bellissimo.

AAJ: Come definiresti oggi il tuo stile? E dopo Lumithia, verso quale direzione ti stai muovendo?

ES: Per il prossimo lavoro ho in mente due cose. Una ancora più estrema: chitarra, trombone e tromba. L'altra è registrare un disco a New York con musicisti americani. Ho già delle composizioni nuove. La direzione è sempre quella dell'esplorazione.

AAJ: C'è un territorio sonoro che ancora non hai esplorato e che ti affascina particolarmente?

ES: Ho sempre pensato di essere una chitarrista bebop, e basta. Però negli ultimi tempi mi sto accorgendo che alcuni suoni dell'elettronica mi incuriosiscono sempre di più. L'altro giorno ho ascoltato un disco di Bill Frisell, che come dicevo è un punto di riferimento per me. Sono rimasta sconvolta da come usa l'elettronica. È incredibile. È un territorio che conosco poco, ma che mi affascina molto. Non avrei mai immaginato che sarebbe successo, invece oggi sento questa curiosità.


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