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Dissonanzen.07 / Settimana di musica contemporanea
La settimana “corta” di musica contemporanea svoltasi al Conservatorio San Pietro a Macella a fine Febbraio, proposta e in parte anche interpretata dal partenopeo Ensemble Dissonanzen, è stata sotto quasi tutti i punti di vista un successone. Interessante e notevole la programmazione, degne di nota le interpretazioni, notevole e quasi inaspettato il tripudio di folla [quella che in genere latita quando ci si addentra nei meandri effettivamente celebrali della musica contemporanea]: in definitiva ed in sostanza quanto era ed è essenziale per poter ascoltare - si spera anche in futuro - della buona musica contemporanea a Napoli.
L’obiettivo di questo primo appuntamento festivalizio dell’Ensemble Dissonanzen era quello di offrire dei concerti che fossero “punti di vista diversissimi sulla galassia-musica contemporanea”. La scelta di puntare su linguaggi differenti, che vanno da esperienze radicali dell’avanguardia newyorkese all’elettronica, dalla musica colta occidentale alle musiche delle repubbliche ex-sovietiche, nel suo insieme è effettivamente riuscita a restituire dei frammenti, peraltro alcuni molto significativi, di questa galassia.
Il festival si è aperto con la presentazione del progetto “Good morning Scelsi”. L’Ensemble Dissonanzen ha riproposto in forma live parte del CD “Scelsi Morning” [Tzadik 2003] realizzato in collaborazione con il chitarrista newyorkese Marc Ribot. Pezzi di Giacinto Scelsi si sono alternati a brani cameristici di Ribot - a loro volta ispirati al compositore spezzino. Cuore teoretico dell'opera è chiaramente l’improvvisazione, vera e propria “sorgente della giovinezza” nella quale immergere la musica contemporanea lucente e abbagliante di Scelsi.
Protagonista del secondo appuntamento è stato l’ADM Ensemble che ha invece proposto musiche di vari compositori “ai margini delle scuole” (secondo le note del pianista Ciro Longobardi), vale a dire compositori che, secondo modalità differenti, hanno reagito alla supposta rigidità degli indirizzi estetici delle “scuole” a loro contemporanee, affrancandosi e trovando al di fuori di esse formule espressive più libere e libertarie. I pezzi proposti di Charles Ives, Isang Yun, Yehudi Wyner, Wolfgang Rihm, Paolo Ricci e Claudio Rastelli non sempre hanno fatto trapelare il senso di rottura profetizzato.
Del pomeriggio musicale dedicato ai maestri italiani e partenopei vogliamo solo ricordare “Argot” per violino solo di Franco Donatoni e uno splendido e difficilissimo “Notturni” di Salvatore Sciarrino ben interpretato da Ciro Longobardi.
Gli eventi (per chi scrive) che hanno costituito la vera scommessa di questo festival sono stati gli appuntamenti dedicati alla musica elettronica. Sulla carta non era facile riproporre musiche di alcuni dei “padri” dell’elettronica italiana, forse perché è materiale che pare aver subito un troppo veloce processo di storicizzazione. Eppure l’effetto all’ascolto live di “Musica su due dimensioni”, pezzo composto da Bruno Maderna nello storico (e mitico!) Studio di Fonologia della Rai di Milano nel 1958, risulta ancora oggi di un interesse fenomenale e strabiliante. Proiettato su quattro canali, pur in un’aula gremita di pubblico, è capace di restituirci ancora uno spettacolare effetto cosmico. Moltissime sono le sfumature che emergono che, al contrario, l’ascolto su CD castiga. Dal vivo ad esempio la dimensione acustica, affidata al flauto di un bravo Tommaso Rossi, toglie quasi il fiato e prevale a tratti su quella elettronica, che funge da “landscape” cosmico in cui far riverberare o in cui proiettare il piano acustico-umano. Non meno interessante e suggestivo l’ascolto di “Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz” di Luigi Nono. Pezzo magmatico, composto nel 1966, che dal vivo risulta estremamente più fisico e dunque violento e in cui emerge netta la sensazione di rimanere avvinghiati da una tragica geografia del dolore.
La serata elettronica ha anche proposto un inedito Scelsi (che a ben vedere può essere considerato il musicista chiave del Novecento per l’Ensemble Dissonanzen) che pur non avendo composto nulla di totalmente elettronico ha lasciato un bel pezzo per pianoforte e processi di distorsione, “Aitsi” del 1974. Non era facile da interpretare per Longobardi, che ha scelto come cifra espressiva quella dell’esasperazione di alcune componenti, specie tecniche, legate alla distorsioni di alcuni suoni. Lo stesso Scelsi sembra aver scritto un pezzo durissimo (in tutti i sensi), da risolvere in un’interpretazione zen del controllo dell’uomo sulla forza della macchina, quasi l’interprete non debba mai lasciare che la eco dell’elettronica prevalga o assorba il suono. Il senso di controllo è tale che il finale, chiaramente, deve sfociare nel silenzio.
Ancora nell’ambito della serata elettronica si sono ascoltate musiche di Michelangelo Lupone, Luigi Turacciolo e Nicola Sani. Di Lupone è stato presentato “Ciclo astrale”, un pezzo del 1986 dove l’elettronica diventa una sorta di appendice della parte acustica affidata al violinista Daniele Colombo. L’elettronica non replica o interagisce nella tessitura sonora, ma la implementa e la rigonfia fino a far spostare completamente il centro di gravità. Bello “Transfert” del 2001 di Turacciolo pezzo di grande freschezza che il multi-canale valorizza rendendolo ancor più ritmico e scoppiettante. Il finale è affidatao a Sani, con il suo “Concetto spaziale, attese” del 1997, interpretato da Longobardi al piano, pezzo che stordisce e sfibra il clima quasi etereo creatosi precedentemente.
L’appuntamento con l’elettronica è proseguito il giorno successivo con l’installazione audio-video “5 x 4 (Commento sonoro napoletano)” di Massimo Scamarcio e con la presentazione del CD di Agostino Di Scipio “Paysages Historiques (Musica elettroacustica 1998-2005)”. Dopo l’incontro con il compositore, a cui hanno partecipato la storica della musica Daniela Tortora e il giornalista Mario Gamba, Di Scipio ha presentato i due pezzi per supporto multimediale multitraccia, “Paysages Historiques nr. 3; Paris: La Robotique des Lumieres” e “Paysages Historiques nr. 4; New York: Background Media Noise”. Il primo paesaggio è ottenuto calando i microfoni in registrazioni d’epoca, via via elaborate e poi distorte, dunque in qualche modo storicizzate. Il secondo paesaggio è ottenuto calando i microfoni in una stanza di New York (che pare quasi da suicidio) in cui una tv vomita opinionismi sull’11 settembre all’impazzata. Frizzante il primo, assolutamente sconcertante il secondo, i due paesaggi non vogliono essere “soundscape” e neppure cartoline sonore. Nel loro asciugare, svuotare e torcere la quotidianità e il fatto storico creano tuttavia paesaggi di grande fascino.
Il festival si chiude con una serata affidata alle corde dello Xenia Ensemble, quartetto fondato a Torino da quattro musiciste interessate alla musica da camera del Novecento russo e dintorni, che ha riproposto varie musiche popolari dell’armeno Komitas, “Psalom” di Arvo Part, “Quartetto nr. 1” del compositore armeno Tigran Mansurian, “Oasis” per quaretto d’archi e suoni preregistrati della compositrice azera Franghiz Ali-Zadeh.
Foto di Paola Pagliuca
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