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Cormòns - Jazz & Wine of Peace 2009

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Cormòns (GO) - 22-25.10.2009

Un paesino placidamente adagiato ai piedi del Collio goriziano, fra interminabili filari di vigne e sinuosi declivi, quattro giorni di concerti in quattro diverse location e un affezionato pubblico nel quale si mescolano italiani, austriaci e sloveni (Friuli terra di confine; Friuli porta spalancata sull'Europa dell'Est; Friuli provincia austro-ungarica). Non è un festival qualunque il "Jazz & Wine of Peace" di Cormòns, giunto all'edizione numero dodici e organizzato, come di consueto, dal Circolo Controtempo. E al di là delle notazioni di colore - l'atmosfera che si respira è veramente unica -, quel che lo rende mosca bianca nel sempre più deprimente panorama festivaliero nazionale, è la qualità delle proposte in cartellone. Un cartellone allestito con sapienza e grande gusto, cercando di evitare le concessioni troppo sfacciate al commerciale senza per questo rinunciare al doveroso appeal mediatico, affiancando nomi di sicuro richiamo a proposte di altissimo profilo, pescate al di fuori del circuito live italiano piantonato dai soliti noti (italiani e non). Insomma, un festival modello per certi versi, realizzato con una direzione artistica consapevole, scevra dalle logiche del quartierino jazz di casa nostra. Unica nota stonata, la mancanza di una formazione italiana: non c'era che l'imbarazzo della scelta. Sarà per l'edizione numero tredici.

Venendo al racconto di quanto visto e, soprattutto, ascoltato, senza dubbio la foto di copertina la merita Vijay Iyer. Fresco di pubblicazione della sua ultima fatica, Historicity, uscito per la t edesca ACT, il pianista americano di origine indiana ha dato vita a un set entusiasmante per intensità e calore, diviso in due parti: la prima in trio, con Stephan Crump al contrabbasso e il portentoso Marcus Gilmore alla batteria (classe '86, non a caso, verrebbe da dire, nipote di Roy Haynes), la seconda con l'aggiunta del fidato Rudresh Mahanthappa. Di Iyer si è scritto, a ragione, tutto il bene possibile, eppure, ancora una volta, il nostro eroe è riuscito ad andare oltre, dimostrando di aver completato negli ultimi due o tre anni la propria maturazione artistica, di aver metabolizzato le numerose esperienze (a fianco di Leo Smith e Roscoe Mitchell, in primis, ma anche di Steve Coleman), giungendo infine a creare un proprio, riconoscibile, universo sonoro. In trio, notevolissime le riletture di "Comin' Up" di Bud Powell, in una versione sorniona, contorta, e di "Big Brother" di Stevie Wonder, sorretta da una trascinante vena funky macinata dalla batteria di Gilmore, la pietra angolare sulla quale posano le dinamiche della formazione. L'aggiunta del contralto di Mahanthappa non ha mutato poi di molto il respiro circolare della musica, fatta di implacabili crescendo e capace di sviluppare un'onda d'urto impressionante, senza perdere un grammo della propria lucidità. I quattro, pur essendo partner abituali, non suonavano insieme da più di un anno (agosto 2008 per l'esattezza). Forse per questo il live ha sprigionato un'energia dirompente. Indimenticabile.

Non da meno l'atteso live del Bill Frisell 858 quartet, lontano parente di quel Richter 858 protagonista nel 2002 dell'omonimo disco ispirato ai dipinti di Gerhard Richter. Rispetto al lavoro ristampato nel 2005 dalla Songlines, per la data di Cormòns Frisell ha preferito la tromba di Ron Miles al violino di Jenny Scheinman, confermando invece Eyvind Kang alla viola ed Hank Roberts al violoncello. In scaletta alcune, meravigliose, perle tratte dal recente History/Mystery, come la deliziosa "Probably Cloud" o l'altrettanto suadente "Baba Drame" (già apparsa su The Intercontinentals), forse il momento più alto del concerto, con quel miracoloso intrecciarsi di arpeggi, quell'irresistibile verve, sorretta dal pizzicato di Hank Roberts (il vero motore del quartetto) e dai gorgoglii del flicorno caramellato di Ron Miles. Senza basso e batteria, il set ha giocoforza assunto un tono squisitamente cameristico, evitando tuttavia di scadere nell'olografico e schivando il pericolo bozzettismo (uno dei limiti dell'arte di Frisell). Ispirata, fresca, incantevole, l'esibizione ha regalato momenti di autentica magia, come la rilettura, inattesa, spiazzante, della coltraniana "26-2" (da "Coltrane's Sound," Atlantic del 1960) o di "Sub-Conscious Lee" (registrata per la prima volta da Lee Konitz nel 1949 a fianco di Lennie Tristano e già inclusa da Frisell in History/Mystery). Insomma, un set da leccarsi le orecchie, a conferma del momento di grazia che il chitarrista di Baltimora sta attraversando dopo un periodo di appannamento.

Terza perla in programma il progetto Resonance di Ken Vandermark. Già di per sé vedere il sassofonista di Chicago nel nostro paese, con qualsiasi formazione si voglia, è un'autentica rarità, figurarsi poi alla testa di un tentetto. Al fianco di Vandermark alcuni compagni di strada abituali, come l'alter ego Dave Rempis, lo svedese Magnus Broo alla tromba (Atomic e 4 Corners), il fido Tim Daisy e l'onnipresente Michael Zerang, altri meno, il trombonista Steve Swell (tra i più in palla sul palco di Cormòns) e Per-Åke Holmlander, specialista della tuba, e alcuni illustri sconosciuti reclutati tra Polonia (ormai seconda patria di Vandermark) e Ucraina: il bassista Mark Tokar (una piacevolissima scoperta), il clarinettista Waclaw Zimpel e il contraltista Mikolaj Trzaska. Il tutto per un set incendiario e dall'impatto sonoro devastante, con Vandermark a dirigere il flusso, Rempis sottotenente incaricato di guidare le ance, Swell alla testa degli ottoni e la sezione ritmica libera di dialogare con i vari solisti. Inconfondibile il marchio di fabbrica di Vandermark, soprattutto nelle brucianti ripartenze, ma anche nei riff taglienti. Il rischio poteva essere quello di un live sfilacciato e tutto giocato sulla potenza, e invece, complice l'affiatamento del gruppo (che suona e si esibisce, non in Italia, dal novembre 2007), il concerto è sembrato pienamente a fuoco. Oltre al leader, come sempre inappuntabile nelle escursioni soliste, menzione di merito per Rempis, uno degli improvvisatori più intelligenti in circolazione.

Dai promossi a pieni voti ai promossi con riserva. Ha convinto solo a tratti, ad esempio, il nuovo quintetto di Tomasz Stanko, affiancato da quattro ragazzini scandinavi: due finlandesi, il pianista Alexi Tuomarila e il batterista Olavi Louhivuori, e due danesi, il chitarrista Jakob Bro (una sorta di clone frigido di Bill Frisell) e il bassista, elettrico, Anders Christensen (il migliore del lotto). A Cormòns Stanko ha presentato alcuni brani tratti dal nuovo Dark Eyes, fresco di stampa per l'ECM, alternando episodi apprezzabili, soprattutto nei passaggi ritmicamente sostenuti, ad altri piuttosto anonimi, manieristici. È sempre un grande piacere ascoltare la tromba del maestro polacco, con quel suono ovattato che l'ha resa celebre, ma, francamente, ci si aspettava qualcosa in più. Emozionante, in ogni caso, il bis finale, "Rosemary's Baby" di Komeda, tratto dalla colonna sonora dell'omonimo film di Roman Polanski. Più riuscita l'esibizione del New East Quartet, formazione guidata dal possente sax tenore di Anatoly Vapirov (alla lunga monocorde) e completata dal pianoforte del bulgaro Antoni Donchev, dal contrabbasso di Vladimir Volkov (spettacolare) e dalla batteria di Vladimir Tarasov, entrato nella storia del jazz per la militanza nel Ganelin trio. E proprio Tarasov, con le sue incredibili poliritmie, è stato il più convincente dei quattro, impegnati in un set dalla forte connotazione coltraniana, anche se imbevuto di folklore est-europeo. Non particolarmente originale, la miscela del New East ha comunque riservato qualche piacevole sorpresa, soprattutto nei crescendo della sezione ritmica.

Nessuna piacevole sorpresa, invece, dal Depart trio di Harry Sokal, noto per i trascorsi nella Vienna Art Orchestra. Il sassofonista austriaco, accompagnato dal contrabbassista Heiri Känzig e dal batterista Alex Deutsch (un martello, sprecato), si è impelagato in un live dal gusto kitsch, spesso banale, sospeso tra inutili canzoncine da ridente Carinzia e blues non particolarmente ispirati. Discutibili, inoltre, gli infantili effetti elettronici applicati al sax tenore e soprano. Ancora peggio è riuscito a fare Jack DeJohnette, dispiace dirlo, la vera delusione della quattro giorni di Cormòns. Arrivato in Friuli con il suo Ripple Effect, il batterista ha dato vita a un live imbarazzante per pochezza di idee e contenuti. Con John Surman (irriconoscibile forse anche per colpa di un raffreddore) e Ben Surman, con Jerome Harris alla chitarra e al basso elettrico, con la cantante brasiliana Marlui Miranda, l'intento di DeJohnette era quello di allestire un omaggio al folklore verdeoro (immaginiamo). Ne è uscita una specie di fusion brasileira senza capo né coda, pacchiana per certi versi, arrangiata con sufficienza e suonata alla meno peggio. Certo, DeJohnette non ha mia brillato come leader (non sarà di certo per i suoi dischi e progetti che passerà alla storia), ma almeno ci si aspettava qualche rullata di classe.

Infine, il compito di far calare il sipario sull'edizione numero dodici del "Jazz & Wine of Peace" è toccato al quintetto di James Carter, impegnato in un set di all standards un po' troppo sopra le righe, esibizionista fino all'insostenibile. Stupefacente, come sempre, l'eloquenza del sassofonista-clarinettista americano, uno che la storia del jazz se la porta dentro (Chu Berry, Ben Webster, Albert Ayler, King Curtis), uno che possiede una padronanza dei ferri del mestiere da lasciare basiti, uno degli ultimi solisti in grado, letteralmente, di togliere il fiato. Bene anche Corey Wilkes, ospite un po' svogliato, a dir la verità, della formazione, completata dal pianoforte di Gerard Gibbs (sfacciato negli ammiccamenti al pubblico), dal contrabbasso di Ralphe Armstrong (giullaresco fino ai limiti del consentito) e dalla batteria di Leonard King (normale, ed è una notizia). Viene solo da chiedersi perchè tanto gigioneggiare sul palco, perchè tutta quella muscolarità. Un pizzico di moderazione, francamente, non avrebbe guastato. Certo, machismo ed esibizionismo hanno sempre riguardato da vicino la storia del jazz, ma oggi, anno di grazia 2009, quasi 2010, non si può non sorridere a certe guasconate.

A contorno delle esibizioni transitate sul palco del teatro Comunale, il clou del festival, tre set dislocati, alle 11 del mattino, in luoghi suggestivi e insoliti: il duo di Kalus Paier (accordion) e Asja Valcic (violoncello), tango e suadenti melodie nella chiesa di San Giovanni, nel cuore antico di Cormòns; il trio del pianista norvegese Dag Arnesen, con grazia ed eleganza tra Edvard Grieg e Bille Evans nel Kulturni Dom di Nova Gorica, appena di là del confine; il solo del russo Arkady Shilkloper, specialista del corno francese e del corno alpino, per un'esibizione fresca e divertente, nel teatro "parrocchiale" di Medana, piccolo centro sloveno con vista mozzafiato sul Collio. Esibizioni di contorno all'insegna dell'intrattenimento, comunque non banali e sempre affollate, a completare un festival riuscitissimo, tra i più singolari in Italia per calore, originalità delle proposte e vocazione internazionale.

Foto di repertorio di Giorgio Alto (Frisell), Claudio Casanova (Iyer, Vandermark, Stanko), Dario Villa (Carter).

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