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ContemporaneaMente 2007

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Lodi - 14-28.09.2007

Passi l’estate a lamentarti dei cartelloni omologati e vigliacchi dei festival italiani; te la prendi con le maxi-produzioni che non hanno la minima idea (ma nemmeno il minimo interesse) di che cosa stia accadendo nel panorama della musica creativa e si limitano a intossicare i palchi della Penisola con progetti improntati alla vacuità artistica e al facile richiamo (vecchie glorie ultraottantenni che non pubblicano un disco decente da almeno mezzo secolo, cantautori bolsi reinventatisi jazzofili, virtuosi fastidiosamente onnipresenti e inutilmente decantati, giullari di corte pronti ad inseguire la moneta sonante, giovanotti fin troppo furbi che hanno già fiutato con scaltrezza da che parte tira il vento, sbiadite icone jazz-rock che tanto piacciono ai liberi professionisti di mezza età, gli unici ancora in grado di sganciare cinquanta euro per rivivere i bei tempi in cui credevano ancora in qualcosa).

E, come se non bastasse, ti tocca pure sorbirti le commoventi geremiadi di chi si trincera dietro l’abusata e lacrimevole scusa del “Pure noi dobbiamo campare”, o peggio, “Qui non siamo a Roma o New York, il pubblico non verrebbe mai a vedere Pinco Pallino o Tizio Caio” (formule lava coscienza equivalenti all’italianissimo “Tengo famiglia”). Senza dimenticare che ci sono fondazioni, associazioni e circoli “culturali” che assemblano cartelloni disgustosi e sconfortanti, dilapidando il triplo dei soldi con i quali alcuni benemeriti festival sono costretti a vivacchiare. Ti arrabbi perchè, conti alla mano, sono mesi che ti tocca fare almeno 200 chilometri per vederti un buon concerto, mentre per un intero programma entusiasmante l’unica è emigrare in Austria, Saalfelden per l’esattezza.

E poi, nel bel mezzo di un settembre che già consideravi transitorio dal punto di vista live, spunta un piccolo-grande evento che ti restituisce il sorriso e ti porge una mano, sollevandoti dal mare di bile e livore nel quale rischiavi di affogare.

Lodi, 40 chilometri da casa, piena depressione padana. Ci voleva una coppia di impavidi musicisti come il pianista Alberto Braida e il clarinettista Giancarlo Locatelli, direttori artistici a tempo perso, per osare proporre al tanto bistrattato pubblico lombardo un cartellone scomodo e di primissimo livello, con tanto di workshop e master class. “ContemporaneaMente”: più che un nome, un’impegnativa dichiarazione d’intenti. Spiega tutto il sottotitolo: manifestazione di musica contemporanea e improvvisata.

Due le sezioni all’interno del corposo programma: “Il suono nell’istante”, ovviamente dedicata all’improvvisazione, e la classica “ContemporaneaMente”, quest’anno riservata a compositori della Repubblica Ceca, ma non solo. Primo appuntamento venerdì 14 settembre, con un concerto da brivido. Sul palco nientemeno che la gloriosa AMM, formazione inglese assolutamente sui generis, a cavallo tra suggestioni euro-colte e linguaggio improvvisato, ensemble in costante mutazione che da quarant’anni propone arte ancora in attesa di essere classificata. Dopo la recente uscita dal gruppo del chitarrista Keith Rowe, sono rimasti in due a proseguire il discorso avviato lavorando spalla a spalla con gente del calibro di Cornelius Cardew e Morton Feldman: Eddie Prévost alla batteria e John Tilbury al pianoforte. Il set proposto dalla coppia è stato meraviglioso per intensità e concentrazione. Più che di musica, si potrebbe parlare di una sorta di metafisica del suono. Inutilizzabili e non pertinenti le categorie jazzistiche di interplay, affiatamento e ascolto reciproco, sarebbe più appropriato definire le dinamiche con cui si muove l’AMM come frutto di una rigorosa comunione d’intenti; un processo di astrazione senza riserve, in cui l’esecutore tende ad estraniarsi e l’improvvisazione perde qualsiasi connotazione materica per avvicinarsi alla purezza assoluta delle forme.

Decisamente non convenzionale l’uso degli strumenti, con Prévost ossessivamente impegnato a “suonare” i piatti con un archetto per cavarne inquietanti lamentazioni, urticanti sovracuti, improbabili vibrazioni metalliche e riverberi astrali. Originalissimo, come sempre, il kit sfoggiato dal batterista, completo di una gran cassa da banda militare e dell’immancabile gong, per l’occasione tormentato sistematicamente da un motorino elettrico al quale era agganciato un filamento di rame. Al cospetto di un tale armamentario sonoro, il pianoforte di Tilbury ha sfoggiato la consueta sobrietà e parsimonia, evocando paesaggi sbiaditi ed evanescenti (il termine inglese “landscape” rende perfettamente l’idea), piccoli incantesimi di eleganza mutuati da Cage e Satie. Diceva Cardew dell’AMM: «La ricerca è condotta al centro del suono e il musicista stesso è al cuore dell’esperimento». Che altro aggiungere?

Serata successiva interamente dedicata alla musica di Morton Feldman. Al pianoforte l’immenso John Tilbury, per un’ora di interpretazioni al confine del silenzio, tra sussulti inattesi e palpiti distanti. Sono spazi immensi quelli che separano le note scritte da Feldman su pagine in cui manca qualsiasi notazione ritmica o indicazione interpretativa (l’abbiamo verificato di persona grazie alla disponibilità del pianista), pentagrammi disabitati dove la tinta predominante è il bianco della carta (in questo caso il giallo, vista l’era preistorica a cui risalgono le copie esibite da Tilbury). Le composizioni sono state restituite in tutto il loro commovente raccoglimento grazie alla devozione assoluta con la quale Tilbury si applica da più di trent’anni all’arte raminga di Feldman. Da segnalare una struggente rilettura di “Extensions 3” (1952) e una dinamica interpretazione della meravigliosa “Two Intermissions” (1950). In programma anche un inedito assoluto: una trascrizione per pianoforte di “Madame Press Died Last Night at Ninety”, breve componimento del ’71 carico di pungenti dissonanze.

Un altro appuntamento molto atteso era quello di venerdì 21 con il duo della pianista Satoko Fujii (recentemente apprezzata nello splendido In Krakow in November) e della violinista Carla Kihlstedt (membro fondatore del Tin Hat Trio e spalla fidata di quel genialoide di Tom Waits). Il set proposto dalle due amazzoni ha rapito e conquistato fin dalle primissime battute, con la Fujii straordinaria nel lavoro sulle corde “vive” del pianoforte (con un paio di stecchetti di ferro e un vasetto di vetro usato a mo’ di slide) e la Kihlstedt romantica evocatrice di suggestioni folk. Tra impressioni d’oriente ed echi lontani di terre gitane, rabbiose accelerazioni e fluide dilatazioni, improvvise derive dissonanti e irresistibili crescendo, il concerto ha vissuto momenti di autentico incanto, regalando un’ora e mezza d’improvvisazione ai massimi livelli. Particolarmente ispirata la pianista giapponese, singolare combinazione tra il lirismo disincantato di Paul Bley e l’indiavolata mano sinistra di Irène Schweizer. Per chi non conoscesse ancora la Fujii, il consiglio è quello di procurarsi un disco al più presto, magari proprio il duo con la violinista americana, che dovrebbe vedere la luce a breve per la piccola etichetta californiana Henceforth Records.

Di nuovo improvvisazione al femminile in programma per la serata di domenica 23, nella splendida cornice dell’archivio storico di Lodi (nel frattempo il festival aveva molto altro da offrire, ma il sottoscritto, purtroppo, ha dovuto operare dolorosi tagli): protagonista in solitario Joëlle Léandre. «L’improvvisazione è un gesto naturale, un impulso - ha spiegato la contrabbassista nel bel mezzo del concerto, arrabattandosi tra francese, inglese e italiano -, è un qualcosa che sta prima della musica e non è semplicemente un’evoluzione del linguaggio musicale. L’improvvisazione non è nemmeno il jazz, quello è un’altra cosa. L’improvvisazione è la pura espressione dell’essere, che va al di là dei linguaggi e delle epoche». Lungi dal voler attribuire a quanto sopra esposto alcun valore teoretico e dogmatico (non mi prenderò certo la briga di spiegarvi il perché sono, o non sono, d’accordo con una teoria tanto idealista e intransigente), ho riportato il pensiero della Léandre solo perchè alcuni concetti assumono una rilevanza estetica nell’illustrare l’essenza di una sua esibizione. Musica primitiva quella offerta dall’artista, e non in senso storico, ma in senso puramente metafisico. Musica che sembra venire da un tempo prima del tempo, musica ancestrale, che evoca danze rituali, spiriti antichi e forze primigenie. Improvvisazione in perfetto equilibrio tra ricerca timbrica, sempre funzionale all’espressione, e gustoso senso della melodia, soluzioni non convenzionali e delicate carezze. E il canto, costantemente presente, assume valenze liturgiche, sciamaniche, estatiche. Insomma, un’esperienza unica nel panorama dell’improvvisazione contemporanea e, a mio parere, la miglior performance vista in quel di Lodi.

Dopo un volo a così vertiginose altezze, è stata dura ritornare alla realtà nella seconda parte della serata. Non certo per demerito del Quartetto “Fragmente” che ha proposto con intelligenza e appropriata sobrietà la “Sonata a Kreutzer” del compositore ceco Leós Janácek (decisamente il miglior brano della scaletta), lo “String Quartet” di Petr Kofron e “Mushrooms and Heaven” di Martin Smolka, per quartetto d’archi e voce non impostata. Non ce ne vogliamo gli ottimi esecutori (menzione di merito per il violinista Jacopo Bigi), ma il confronto diretto con la sublime leggerezza della Léandre ha accentuato a dismisura la verbosità di certi passaggi e la cervellotica ricercatezza di alcune soluzioni armoniche. Sarà pur vero che i confini di genere non hanno più alcun senso d’esistere, ma certi accostamenti si rivelano spesso poco azzeccati e per nulla indulgenti.

Ha destato qualche perplessità anche l’evento di chiusura della rassegna, tenutosi nel magnifico Tempio dell’incoronata venerdì 28. Non tanto nella prima parte del concerto, che ha visto l’esecuzione di “Das Atmende Klarsein” (“Il respiro della chiarezza” da un verso di Rilke) di Luigi Nono, opera dal carattere fortemente evocativo per coro di otto voci (gli svedesi del Vokalharmonium), flauto basso (Manuel Zurria) e live electronic (il guru Alvise Vidolin). Apprezzabile e assolutamente riuscita, infatti, la rilettura del brano, con Vidolin magistrale nel gestire l’impatto sonoro e nel far fluttuare, esplodere e deformare in tempo reale quanto eseguito dai musicisti. Meno convincente, invece, la seconda parte del programma, con Zurria e Vidolin impegnati in duo su un repertorio di brani per flauti vari (traverso, basso, ottavino) ed elettronica: francamente noiose (sarà pure un termine prosaico, ma rende l’idea) e ridondanti le due composizioni di Alvin Lucier (“947” e “Still and Moving Lines of Silence in Families of Hyperbolas”), mentre è apparso piuttosto arido il brano di Phill Niblock (“Winterbloom Too”). Magnificamente urticante, al contrario, “...until...” di Clarence Barlow, in un ispido e assordante arrangiamento per ottavino e drone.

Un’ultima considerazione prima di concludere il racconto di un evento riuscitissimo; permettetemi una sorta di preghiera agli organizzatori: vi scongiuro, per l’anno prossimo scegliete una location con sedili meno scricchiolanti!

Visita il sito di ContemporaneaMente

Foto di Alessandro Carpentieri Visita anche la galleria immagini di Dario Villa dedicata al concerto di Joelle Leandre


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