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Camilla Battaglia: voce ed elettronica

Camilla Battaglia: voce ed elettronica

Courtesy Marco Floris

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Classe 1990 e figlia d'arte, dal 2010 in poi ha maturato svariate esperienze significative in Italia e in altri paesi, sempre impegnata nella ricerca e nella definizione di un proprio mondo musicale. Stiamo parlando di Camilla Battaglia, cantante, compositrice e leader che i primi stimoli musicali li ha ricevuti in famiglia, dal padre, il pianista Stefano Battaglia, e dalla madre, la cantante Tiziana Ghiglioni, entrambi protagonisti di primo piano nel panorama non solo italiano degli ultimi quarant'anni.

"Da entrambi i miei genitori—afferma Camilla -ho avuto la fortuna di imparare l'amore e il rispetto profondo per la musica e il lavoro legato a quest'arte e disciplina. Fin da bambina ho ascoltato moltissima musica diversa, che mi ha lasciato una curiosità costante per tutto quello che non conosco."

Laureatasi in filosofia all'Università Statale di Milano nel 2012, subito dopo intraprende gli studi musicali frequentando la Siena Jazz University, dalla quale esce nel 2016 con il massimo dei voti in canto jazz. Contemporaneamente, all'interno dell'EUJam—European Master Program, inizia un percorso di specializzazione che la porta a soggiornare in varie capitali europee, dove ha modo di approfondire aspetti della composizione e dell'improvvisazione assieme a tanti coetanei talentosi. La messa a punto di varie collaborazioni su progetti mirati trova l'edizione discografica dal 2015 ad oggi in una manciata di notevoli CD. Come tanti suoi colleghi ancora giovani, la cantante si dedica anche alla didattica: attualmente insegna improvvisazione e repertorio presso la Siena Jazz University. Anche il 2024, come vedremo nell'intervista che segue, si preannuncia molto proficuo sia per la pubblicazione su disco di altri lavori, sia per l'attività performativa tesa a perfezionare la sintonia di nuovi sodalizi con idonei compagni di strada.

All About Jazz: Com'è auspicabile per ogni giovane jazzista italiano, tu hai affrontato numerose esperienze di formazione all'estero. Ci puoi raccontare quando e dove, con che finalità e risultati?

Camilla Battaglia: Ho studiato dal 2015 a Rotterdam, Parigi, Copenhagen, Berlino e Amsterdam e trascorso qualche mese a New York. Ho concluso lo European Jazz Master in music performance and composition nel 2018 a Copenhagen. Il percorso intrapreso per vivere, studiare e lavorare in città europee diverse è stato enormemente formativo e lo consiglio sempre a tutti i miei studenti. Credo che la coscienza della diversità, il dinamismo e l'arte dell'adattamento siano un esercizio che influenza profondamente anche la creatività e personalmente mi hanno esposta ad un costante mutamento di panorami fisici, sociali ed estetici di cui tuttora mi nutro a livello progettuale e compositivo.

AAJ: Cominciamo dai tuoi primi approcci alla musica; quando eri teenager quali erano i tuoi ascolti musicali?

CB: Quando frequentavo il liceo non avevo alcuna intenzione di fare la musicista, le mie ambizioni dal punto di vista professionale erano legate alla letteratura, alla filosofia e pensavo che mi sarebbe piaciuto fare la giornalista. Avevo tuttavia un'enorme passione per la musica per lo più legata al linguaggio del jazz. Facevo ascoltare ai miei amici i dischi di Monk, Parker o dei Weather Report con un fervore tale da essere a un certo punto riuscita ad ascoltare la mia amica cantare l'assolo di Carmen McRae e Betty Carter su "Sometimes I'm Happy" dall'album dove cantano in duo! Il jazz era la musica che mi aveva sempre accompagnata e non era facile per me ascoltare con lo stesso entusiasmo nient'altro. Tra i miei brani preferiti c'era "Joyspring," di cui avevo imparato la versione dei The Manhattan Transfer con i vocalese degli assoli di Land, Brown e Powell e per un periodo in particolare mi ricordo che la canticchiavo piuttosto spesso.

AAJ: Come nacque la tua prima esperienza discografica con Renato Sellani? Che ricordo ti rimane di lui?

CB: Un giorno in cui Renato era venuto a casa nostra forse per delle prove o forse solo per prendere un caffè, mi sentì canticchiare appunto "joyspring" dall'altra stanza, si affacciò e mi disse: "noi due dobbiamo fare un disco!" Mi ricordo di aver pensato che fosse un'idea un po' impulsiva, ma così non la pensò Paolo Piangiarelli quando Renato lo contattò per proporgli la registrazione. Dopo qualche mese mi decisi che sarebbe potuta essere un'esperienza divertente o comunque un'avventura, soprattutto perché la registrazione sarebbe avvenuta nello studio milanese ex-Barigozzi dove ero stata così tante volte da bambina; così cominciai a preparare un repertorio. Incontrai Renato per una prova nel suo studio, provammo le canzoni e dopo qualche settimana ci trovammo in studio di registrazione con Luciano Milanese al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria.
Il mio ricordo di Renato è molto legato al suo temperamento estremamente mite, al suo approccio davvero privo di ego alla musica e al magistrale minimalismo del suo linguaggio che lo rendeva un vero 'saggio' della musica. Durante quella giornata di registrazione, che fu un'esperienza unica nel mio percorso di musicista, registrammo i brani senza decidere nulla sulla struttura e solo in due o tre casi registrando una seconda take. Alla fine uscii dallo studio con la convinzione di volermi dedicare alla musica per il resto della mia vita.

AAJ: Hai fatto parte dell'Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti diretta da Paolo Damiani. Quando e chi erano gli altri musicisti? Come valuti quell'esperienza?

CB: Ho partecipato a questo progetto a fasi alterne dal 2015 e ho incontrato nel percorso alcuni dei musicisti con cui collaboro tuttora e tra i più interessanti della scena nazionale e non solo: Federico Pierantoni, Anais Drago, Francesco Fratini, Francesca Remigi, Federica Michisanti, Michele Tino, Nicola Caminiti, Simone Alessandrini, Nazareno Caputo, Federico Calcagno, Costanza Alegiani e moltissimi altri. È stata ogni volta un'esperienza importante perché ha permesso alle nuove generazioni di fare esperienza in un ambito musicale così delicato come quello dell'orchestra, lavorando soprattutto su materiale originale anche di nostra composizione, e con l'annessa opportunità di calcare palchi importanti sia a livello nazionale che internazionale.

AAJ: Nel 2016 e 2018 hai realizzato due CD per la Dodicilune con formazioni in parte simili e con due ospiti americani: David Binney nel primo e Ambrose Akinmusire nel secondo. Cosa accomuna e cosa differenzia queste due incisioni?

CB: Tomorrow ed EMIT sono due album completamente diversi per sonorità e linee compositive. Per Tomorrow ho pensato di scrivere una serie di brani che cercassero una linea di congiunzione tra la forma canzone e il modern jazz di impianto più strumentale, molto influenzata dalla produzione di artisti come David Binney, che ha partecipato all'album e con cui ho condiviso un tour nel 2017. EMIT è stato invece un lavoro di ricerca su tecniche compositive ispirate al serialismo, che utilizzano una relazione tra lettere e numeri per la scrittura melodica, ritmica e armonica e attraverso le quali ho esaminato a fondo il contrappunto. L'album rappresentava per me anche una ricerca timbrica approfondita nella fusione tra strumenti acustici ed elettronici oltre che di bilanciamento tra composizione e improvvisazione, immaginando il solismo e il suono multiforme di Ambrose Akinmusire come il trait d'union di queste ispirazioni.

AAJ: Nel 2023 invece sono usciti due dischi importanti, un po' la sintesi fino ad oggi della tua vena compositiva, leaderistica e interpretativa. Come hai conosciuto e reclutato i tre ottimi partner stranieri che ti affiancano in Càlór, edito dall'etichetta Parco della Musica?

CB: Càlór è stato per me un vero atto d'amore. Per la prima volta da quando ho cominciato a comporre musica ho scritto non pensando puramente alla musica attraverso i suoi parametri, ma pensando specificatamente ai musicisti con cui avrei condiviso la performance. Ho concepito la musica come corpo in tutte le possibili variabili di questa prospettiva, dedicando i brani a parti del corpo, pensando ai diversi atti fisici che i musicisti applicano nell'approcciare parametri differenti, ma soprattutto pensando ai performer con cui ho condiviso questo lavoro: Julius Windisch, Nick Dunston e Lukas Akintaya. Li ho conosciuti tutti a Berlino (a parte Julius che avevo incontrato prima a Copenhagen), città che mi ha profondamente ispirata e che tuttora per me simboleggia un porto sicuro per la musica di ricerca. Sono tutti leader di progetti estremamente interessanti e di primo piano nel panorama contemporaneo europeo e dopo averli ascoltati non ho potuto immaginare nessun altro per condividere questo progetto.

AAJ: A Song Has a Thousand Years, edito da Record Y, documenta invece la tua collaborazione con Rosa Brunello. Cosa caratterizza questo duo, le sue performance e questo CD?

CB: Il progetto è nato quasi per gioco nell'inverno del 2017 a Berlino, quando sia io che Rosa studiavamo al Jazz Institute. Passavamo molto tempo insieme e spesso ci trovavamo a cantare e suonare canzoni che facevano parte dei nostri rispettivi background, spaziando tra generi e tradizioni diverse. Il gestore di un piccolo club di Neukölln ci chiese poi di fare un paio di set acustici e alla fine di quella serata ci sembrò impossibile non continuare a lavorare a questo set di musica. Nell'estate del 2020 abbiamo cominciato a focalizzarci sul repertorio, che è poi quello che si ascolta nell'album, e a creare una sintesi timbrica rispetto alle reciproche influenze legate alla musica elettronica, costruendo il suono che abbiamo presentato in molti festival negli ultimi tre anni. Come si può intuire dal titolo il progetto è una dedica spudorata alla forma canzone, attraverso un repertorio che unisce la scrittura di Maurizio Fabrizio a quella di Dido e Fiona Apple secondo un'estetica minimale che vuole tirare fuori dalla canzone il succo, il nucleo nudo e crudo, le viscere. Speriamo di averlo comunicato bene durante le nostre performance!

AAJ: Mi sembra molto riuscito anche il lavoro solitario Perpetual Possibility per voce ed elettronica, edito per Hout Records nel 2022. Fra l'altro di questo brano si possono trovare alcune versioni diverse su YouTube [N.d.R.—In calce all'articolo una versione consigliata dall'autrice). Quale la sua fonte d'ispirazione? Con quali esigenze e preparazione ti sei accostata all'elettronica?

CB: Ho cominciato a riflettere alla costruzione di una performance in solo studiando con Jen Shyu, conosciuta nel 2017 ai Seminari estivi di Siena Jazz. L'idea si concretizzò quando nel 2019 ripescai dalla libreria i "Quattro Quartetti" di T.S. Eliot che avevo studiato come opera in un corso di letteratura inglese, senza però leggerla per intero. Ripresi la lettura in treno, non ricordo verso quale destinazione, e dentro di me si cristallizzò la volontà di lavorare su questo testo che coniugava le mie più grandi passioni: poesia, musica e filosofia. Durante la prima fase decisi di isolare delle cellule di testo, per me particolarmente risonanti, e creare una struttura in forma di suite senza soluzione di continuità. Una volta creato lo scheletro della forma, considerai diversi parametri che caratterizzassero i vari aspetti: ritmo, melodia, armonia, timbro.

Nella drammaturgia della performance m'impegnai anche ad utilizzare il mio strumento con tecniche sempre diverse e facendo riferimento a tradizioni musicali differenti. Volevo che la performance avesse tante voci, quante le possibili interpretazioni dei versi dell'opera di Eliot. Dopo quattro anni di performance su territorio nazionale e internazionale e la registrazione dell'album, posso dire che soprattutto l'utilizzo dell'elettronica si è evoluto insieme al mio approccio a questo sconfinato spazio di ricerca musicale. Ho iniziato con tre pedali analogici e ora mi trovo coinvolta nel lungo percorso della composizione algoritmica, attraverso l'ausilio di Supercollider, un sistema di programmazione interattiva. Per quanto riguarda la ricerca nel campo dell'elettronica, le ispirazioni sono molteplici e legate ad estetiche eterogenee: Arca, Delia Derbyshire, Alva Noto, Laurie Spiegel, Björk, Gianluca Elia, Riccardo Mazza...

AAJ: Per te l'aspetto compositivo, assieme alla scelta/scrittura dei testi, è molto importante. Da dove trai le fonti tematiche e le influenze ricorrenti? Segui un metodo per dare forma alle strutture?

CB: Quando lavoro ad un progetto mi piace l'idea di riuscire a collegare le diverse passioni che mi animano e quindi molto spesso ho usato la poesia come fonte d'ispirazione per la metrica e la forma di brani che ho scritto, oltre che ovviamente per il testo stesso. Sono da sempre affascinata dalla dimensione del "tempo" in tutte le sue possibili accezioni, dalla fisica teorica alla percezione emotiva di ciascuno di noi e sono stata ispirata da testi pertinenti come "Essere e Tempo" di Heidegger, "L'ordine del Tempo" di Rovelli e ovviamente i "Quattro Quartetti" di Eliot.

Chiaramente mi sento anche fortemente influenzata dalle circostanze che caratterizzano il periodo storico in cui viviamo e la mia vita privata; perciò spesso utilizzo nomi propri, nomi di città per imbastire una melodia o una sequenza di accordi per poi inserirli in una forma che mi pare possa sottolineare al meglio l'immagine che voglio rappresentare. Scrivo per lo più brani "orizzontali," ovvero dove lo svolgimento avviene senza ritornare mai su una parte precedente della struttura, sempre in divenire, ma allo stesso tempo amo la forza della ripetizione. Soprattutto la mia performance in solo è stata pensata e formata anche secondo la pratica mantrica della ripetizione.

AAJ: Nelle proposte in gruppo, quanto è importante la scelta dei collaboratori e lo scambio d'idee con loro?

CB: Il lavoro per la creazione di una band è un compito completamente diverso e assai arduo. Costituire una band significa costituire un team secondo regole sempre diverse, legate alle personalità specifiche dei musicisti, alla musica che si suona e alla modalità secondo la quale la si approccia, ma anche alle contingenze in cui questo microcosmo artistico si muoverà a livello professionale. Con gli anni ho imparato, non senza sofferenza, che la cosa migliore che si può ottenere è lavorare con chi condivide la tua passione con la stessa intensità e dedizione, chi non smette mai di ispirarti e ti chiede di fare sempre un passo al di là della tua zona di comfort. Quindi per rispondere alla domanda, sì la scelta dei collaboratori è fondamentale non solo per la riuscita di un progetto o una performance, ma per la crescita dell'identità artistica di ciascuno di noi e di conseguenza di un'intera comunità o almeno così mi piace pensare!

AAJ: Rispetto alle incisioni, quanto sono importanti gli ingaggi dal vivo—soprattutto per te che fai musica di ricerca—per elaborare e rodare gli ingranaggi e avere il giusto feed back dal pubblico?

CB: La performance è per me vitale. Adoro il lavoro di scrittura, di preparazione, il tempo nello studio di registrazione, la post-produzione, ma lo spazio della performance è per me un momento quasi sacro, sia da performer che da ascoltatrice. La performance crea uno spazio dentro lo spazio, in cui è possibile mettersi in contatto con una dimensione diversa da quella in cui ritorniamo al suo termine ed è per me un momento in cui cercare l'inaspettato o riceverlo, se sto dalla parte del pubblico. Quello di cui abbiamo maggiormente bisogno credo sia la comunicazione al pubblico di questa opportunità, che nel nostro paese ancora purtroppo non esiste, soprattutto nel campo dei jazz festival affermati.

La musica di ricerca viene sempre etichettata come un'esperienza per pochi e un messaggio difficile a cui rispondere da spettatore, come se i musicisti presentassero una tesi da confutare ad una conferenza. Una performance invece non richiede necessariamente competenze specifiche per essere compresa, ma nella maggior parte dei casi solo la curiosità di essere trasportati nella dimensione sacra di chi ha lavorato alla creazione di uno spazio nello spazio da condividere con chiunque ne abbia voglia. Adoro Patti Smith che durante un'intervista dice: «l'artista è al servizio delle persone e crea il suo lavoro, per quanto di ricerca, per le persone e quindi più ne coinvolge e più ha raggiunto il proprio scopo. Non si scrive un libro di poesie pensando ˝voglio che soltanto le persone 'giuste' lo leggano˝»!

AAJ: Cosa ci puoi anticipare sulla tua attività musicale nell'anno appena iniziato, cominciando dalle uscite discografiche?

CB: Malgrado non sia facile pensare in continuazione alla produzione artistica per tutta una serie di ragioni molto molto pressanti: il sistema con cui si organizzano i concerti; la crisi della discografia; gli stream sulle piattaforme; i ricorsi della storia e le catastrofi che non rendono sempre facile sentirsi a proprio agio nell'occuparsi di uno spazio privilegiato come la musica... Nonostante tutto ciò, rimane sempre una necessità quella di comunicare attraverso il linguaggio che abbiamo e ci ha scelto. Nell'anno in corso uscirà finalmente per l'etichetta americana Ropeadope ELEkTRA, il mio progetto dedicato a figure femminili archetipe, per large ensemble con Francesco Fratini, Francesco Bigoni, Michele Tino, Federico Pierantoni, Giulia Barba, Filippo Vignato, Francesco Fiorenzani, Simone Graziano, Andrea Lombardini, Francesco Ponticelli, Stefano Tamborrino, Francesca Remigi e Anais Drago. A metà anno vedrà la pubblicazione anche il progetto in duo con Matt Mitchell, La Libellula-per Amelia Rosselli, una produzione Parco della Musica Records.

AAJ: E a livello concertistico e performativo, quali sono gli appuntamenti più importanti, i progetti nuovi o quelli da approfondire?

CB: Lavorerò a due nuove produzioni, che non vedo l'ora di presentare, con il pianista Simone Graziano: un trio (aumentato) che esordirà al Südtirol Jazzfestival Alto Adige, e una collaborazione con la danzatrice Claudia Caldarano, con cui lui già condivide una meravigliosa performance. Continuerà pure l'esecuzione dal vivo di "Public Speaking-A Love Letter," legata al mondo del melodramma, in duo con il chitarrista e sound-designer Luca Perciballi, con cui ho iniziato a lavorare un paio di anni fa. Presenterò poi la nuova veste della mia solo-performance, sulla quale ho cominciato a lavorare l'autunno scorso; essa prevede uno spazio cospicuo legato al suono del pianoforte e sarà presentata al Torino Jazz Festival alla fine di aprile. Sono anche molto emozionata infine per la nascita di un nuovo trio, con Alma Napolitano al violino e Giulia Barba al clarinetto basso, che ha debuttato in un concerto a Pisa lo scorso primo dicembre. Adoro il suono di questa formazione e le possibilità di assi dialogiche che metteremo a frutto nel corso dell'anno tra residenze e attività concertistica.

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