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Breakfast with Giuseppi Logan
"Breakfast with Giuseppi Logan": un titolo che può sembrare sibillino, ma che al contrario è programmatico ed esplicito se si pensa che si è trattato del 1° festival di Improvvisatore Involontario. Scelto da Francesco Cusa, presidente dell'associazione, fa ricorso ad uno dei personaggi più anomali ed inquietanti del jazz d'avanguardia. Scomparso dalla circolazione alla metà degli anni Sessanta, subito dopo la sua folgorante apparizione, Logan si è immediatamente trasformato in un mito. Riapparso saltuariamente sulle scene in questi ultimi tempi, non so con quanta convinzione, egli ha sempre rappresentato il più completo rifiuto di ogni rapporto con i meccanismi della distribuzione e del mercato in ambito jazzistico. Per la verità non è mai stato nemmeno un alfiere dell'autogestione, che invece è uno dei caratteri distintivi, anzi il più determinante, di tutto il jazz di ricerca degli ultimi sessant'anni. Quella laboriosa autogestione che è anche la modalità operativa di Improvvisatore Involontario da quando si costituì nel 2005.
Ma come si è arrivati ad organizzare un festival indipendente a Caltagirone? Semplicemente perché uno dei membri di Improvvisatore Involontario, il calatino Tommaso Vespo, è riuscito ad ottenere dall'amministrazione comunale un supporto logistico: un contributo minimo per l'ospitalità e la singolare e idonea sede dell'Ex Fornace Hoffman, recentemente restaurata e recuperata all'uso pubblico. Come sempre le cose nascono là dove ci sono idee, volontà e risorse umane, prima che finanziarie.
Più che un festival vero e proprio "Breakfast with Giuseppi Logan" è stata un'assemblea permanente, un laboratorio, un'occasione di scambio di idee, di sperimentazione, di crescita, anche di ricerca di conferme per gli aderenti all'associazione e dei simpatizzanti convenuti. In attesa dei concerti serali non sono mancati momenti di convivialità, in cui si è amabilmente parlato di cinema e storia, di politica e letteratura... o semplicemente si è cazzeggiato. L'incontro ha inoltre rappresentato una vetrina per Improvvisatore Involontario, un'orgogliosa autopresentazione, quasi un atto di fede, di vitale proclamazione di una prassi organizzativa e relazionale prima che estetica: la manifestazione si è infatti svolta con grande sacrificio finanziario da parte dei vari partecipanti, giunti da ogni parte d'Italia ed anche dall'estero, in polemica contrapposizione alle logiche che guidano i festival più o meno "ricchi".
Quanto alla musica, si può parlare di un'estetica di Improvvisatore Involontario? Sì e no. No da un punto di vista strettamente formale e stilistico, perché le proposte hanno alternato lo sberleffo cabarettistico e la più seriosa concentrazione, l'improvvisazione assoluta (ma non su superate coordinate radicali) e un tipo di composizione- strutturazione molto attuale. Sì, invece, se si pensa al rifiuto del déjà vu, del jazz più canonico e risaputo, alla propensione all'interferenza fra esperienze diverse, alla consapevolezza progettuale, che hanno accomunato tutte le formazioni esibitesi a Caltagirone in questa prima edizione del festival.
Nelle tre serate si è ascoltata tanta musica, fino a notte fonda, di fronte ad un pubblico ondivago e poco numeroso, ma curioso e sorprendentemente giovane. Musica prodotta da gruppi per lo più nati e cresciuti in seno all'associazione, comprendenti esponenti esperti e giovani talentosi, a volte con l'inserimento di ospiti che condividono gli ideali dell'associazione.
La solo performance di Claudio Comandini ha esposto storie di basso impero e un chiacchiericcio di parole, frasi di tromba ed elettronica, uniti in una narrazione surreale che ha reclamato (ed ottenuto) attenzione. Molto diverso il solo del trombettista Angelo Olivieri, che, nell'esigenza di rinnovare l'impegno socio-politico del musicista, è risalito allo storico discorso di Martin Luther King "I have e dream," sovrapponendogli liriche interpretazioni di brani di Ellington, Mingus, Monk e Roach. All'estremo opposto e decisamente esilaranti (ma tutt'altro che disimpegnate) si sono rivelate le scalcagnate parodie cabarettistiche del quartetto L.A.B.: i vari strumenti, i passi di danza e le voci di Francesca Sorrentino, Vincenzo Gangi e del madrileno Alberto Santos, affiancati dall'ospite Frank U.S.A. (alias Francesco Cusa).
Come già su disco, nella musica del duo Soni Sfardati (il chitarrista Enrico Cassia e il batterista Antonio Quinci) è stata soprattutto la coriacea chitarra di Cassia a guidare un percorso di sussulti e insistenze, mentre nell'apparizione del recente trio The Assassins, le intersezioni e stratificazioni fra la chitarra di Paolo Sorge, la tromba di Flavio Zanuttini e la batteria di Cusa hanno prodotto una musica collettiva di scabra compattezza.
Brevi e in buona parte scritti erano invece i brani del giovane e notevole quartetto Urban Killas (Yuri Argentino, Andrea Vedovato, Riccardo DiVinci e Simone Sferruzza, rispettivamente sax, chitarra, basso e batteria), in cui si sono coniugati momenti di suadente melodismo ed altri di bruciante essenzialità.
Ancor più attentamente organizzata, con parti modulari totalmente scritte, è risultata la proposta del quartetto di chitarre Tetraktys di Paolo Sorge, con Enrico Cassia, Fabrizio Licciardello e Giancarlo Mazzù; i quattro strumentisti, con ruoli di volta in volta diversi, hanno scandito e intrecciato affascinanti linee geometriche.
Accomunabili i concerti di tre gruppi pilotati da giovani pianisti. La Suite del sestetto Aurora Curcio D'Onde (oltre alla leader, Zanuttini alla tromba, Alberto Popolla al clarinetto basso, Ivo Barbieri al contrabbasso, Sorge e Cusa) è transitata da un tema lento ed evocativo a un denso collettivo free, ad accenti bluesy. Abbastanza analoga l'impostazione del trio Forthcoming di Tommaso Vespo, con Salvo Barbagallo al soprano e Antonio Longo alla batteria; temi incalzanti o ballad minimal-neo-romantiche hanno avviato atmosfere ora pensose ora jazzisticamente corpose, senza escludere esiti quasi free. L'improvvisazione del trio Tan T'len, guidato da Luca Dell'Anna e completato da Barbieri e Cusa, è andata alla ricerca di una telepatica comunione d'intenti, sviluppando un'ipnosi sonora a tratti memore del Don Cherry anni Settanta.
L'improvvisazione superenergica, concreta, quasi frastornante dell'Ipertrio è scaturita dall'esperienza e dalla personalità del vibrafonista Francesco Lo Cascio e dei percussionisti Pasquale Augello e Mario Paliano (debordante quest'ultimo, il più anziano partecipante al festival); ottimo anche l'inserimento di Angelo Olivieri alla pocket trumpet.
Relativamente più astratti e minimali, ma sempre movimentati e a tratti innervati dallo spirito del blues sono risultati i percorsi improvvisativi del quartetto Heimweh (letteralmente "nostalgia di casa"), composto ancora dai determinanti "veterani" Lo Cascio e Paliano, da Popolla al clarinetto basso e dalla chitarra acustica baritono del giovane Alessandro Salerno.
L'atto finale del festival è stato affidato all'immancabile Naked Musicians Orchestra sotto la gestuale e autorevole conduction di Cusa. Si sono succedute due versioni: quella con gli aderenti "storici," con esiti marcatamente stagliati, e quella inedita, con nuovi partecipanti, che ha arrancato con approssimazione fino a sfociare in una farsesca gara canora, sfuggita al controllo del direttore. La scanzonata e divertita conclusione è suonata come un benaugurale arrivederci al 2012.
Foto di Pier Raffaele Platania
Ulteriori immagini di questa rassegna sono disponibili nel foto-racconto ad essa dedicato.
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