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Billy Mohler Trio al Torrione di Ferrara
Courtesy Ludovico Granvassu
Torrione Jazz Club
Ferrara
24 aprile 2026
Il contrabbassista, compositore e leader statunitense Billy Mohler, all'interno del tour europeo del suo quartetto si è esibito anche in alcune date italiane ma privo della presenza del validissimo trombettista Hermon Mehari, ad eccezione del concerto tenuto a Cremona. Nella nuova formazione in trio quindi si è presentato, a distanza di un anno esatto, anche al Torrione Jazz Club. Ascoltando Live in Europe (Dox Records), l'ultimo lavoro discografico di Mohler appena uscito e presentato in concerto, resta il rimpianto di non aver potuto godere dell'intreccio fra le voci dei due fiati della front line. Tuttavia la prova del trio è apparsa del tutto coesa e convincente, sostenuta da un Francesco Bigoni imponente al tenore (un Conn del 1926), ormai perfettamente a suo agio con la visione musicale di Mohler, e dall'asciutta e propulsiva sezione ritmica, comprendente il coriaceo Jonathan Pinson alla batteria oltre all'autorevole contrabbassista.
Nel brano d'apertura dell'appuntamento il primo dei tre consecutivi organizzati dal festival Crossroads nel club ferrarese , "Those Who Know," il leader ha dettato subito le coordinate del suo approccio alla performance. Il suo pizzicato dal sound poderoso ha tracciato riff insistenti e scattanti, sempre validamente affiancati dal drumming di Pinson, altrettanto potente e determinato, ma condotto con un fraseggiare ben coordinato, più variato e dialogante. Appunto la stretta intesa fra basso e batteria ha prodotto un drive implacabile e trascinante, dando luogo a una stringente trama ritmica al di sopra della quale si è dipanata la linea melodica del tema, enunciato con un percorso sinuoso, articolato in uno sviluppo verticale da parte del sassofonista, la cui pronuncia si è rivelata forse più lirica e sensuale rispetto ad un tempo o ad altre esperienze collaborative.
Queste caratteristiche si sono ripetute anche negli altri original del leader, ora molto tonici ora più distesi, a volte più brevi e laconici pur includendo considerevoli spazi solistici da parte di ognuno. Dopo "Perseverance," una sorta di ballad più meditativa, un lungo prologo solitario del tenore, dalla consistenza allucinata e onirica, ha introdotto una rivisitazione del colemaniano "Round Trip," che, dopo robusti assoli di basso e batteria, è transitato con consequenziale naturalezza nel notevole "Destroyer," un tema vagamente malinconico esposto e approfondito da un Bigoni sempre favoloso, quasi conturbante. "Evolution," altro original di Mohler, su un tempo medio e dalla linea melodica ben scandita, ha concluso il concerto ferrarese.
Rispetto all'apparizione del 2025, che vedeva la presenza di Mehari e di Jeff Ballard alla batteria, si sono avvertite alcune differenze, la più sostanziale delle quali riguardava l'aspetto ritmico, ben più compatto e interagente quest'anno per via del drumming di Pinson, in perfetta sintonia con l'impostazione del leader, in sostituzione di quello più datato e formale di Ballard.
Il mondo musicale di Mohler, come viene testimoniato anche dalla sua produzione discografica, si basa su una concezione tanto semplice quanto efficace: su un contesto ritmico sostenuto, che costituisce il solidissimo asse portante, viene lasciato ampio spazio agli svettanti assoli di tutti i membri della formazione. Anche i temi compositivi, concisi, ben modulati e orecchiabili, favoriscono un interplay diretto e seducente, oltre a lanciare l'immediatezza comunicativa degli spunti solistici. Nel suo jazz non si scorge mai una pretesa "colta," una rarefazione di stampo intellettualistico o concettuale, un sofisticato ripiegamento in una dimensione privata e introversa, pur perlustrando a tratti angoli di intima poesia. Si può parlare quindi della personale visione di un mainstream avanzato e consapevole, di autentica vitalità, teso a coinvolgere il pubblico su un piano di immediata e dialogante comunicativa.
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