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Bergamo Jazz Festival 2024

Bergamo Jazz Festival 2024

Courtesy Luciano Rossetti

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Bergamo Jazz Festival
Bergamo
Varie sedi
21-24.3.2024

La quarantacinquesima edizione di Bergamo Jazz coincide con il passaggio di testimone nella direzione artistica da Maria Pia De Vito allo statunitense Joe Lovano, più volte ospite come musicista della rassegna orobica. La formula è quella consolidata da anni: tre serate con doppio concerto al Teatro Donizetti, l'utilizzo di una serie di location dislocate tra città alta e città bassa, che recuperano luoghi storici e suggestivi, e la suddivisione del programma in quattro sezioni tematiche: "Jazz al Donizetti," "Jazz al Sociale," Jazz in città" e "Scintille."

Impeccabile l'organizzazione e supervisione di Roberto Valentino, al solito impressionanti i numeri dell'affluenza con il tutto esaurito assicurato, non solo in location minori ma anche nei due teatri da seicento e milleduecento posti. Qui di seguito alcune impressioni rigorosamente a macchia di leopardo.

Ad aprire e chiudere la rassegna due giganti del pianoforte come Dave Burrell e Abdullah Ibrahim. Dave Burrell è pianista di difficile collocazione, tangenziale ai diversi filoni che hanno contraddistinto la storia della musica afroamericana, ma allo stesso tempo profondamente coinvolto in essi. Ecco che nella sua musica si avvertono Jelly Roll Morton e Duke Ellington, Thelonious Monk,Cecil Taylor e Charles Mingus. La performance solitaria offre improvvisi cambi di umore, note cristalline distillate in purezza, scorribande furiose che investono e stordiscono, fugaci citazioni e standard rivoltati come un calzino. Il lavoro della mano sinistra è formidabile funzionale alle illuminanti invenzioni disegnate con la mano destra e il modo con cui Burrell tratta le ballad è magia pura. Un gigante della tastiera ultraottantenne che suona una musica fresca e profonda come poche.

Alla soglia dei novant'anni Abdullah Ibrahim ci regala il concerto forse più emozionante dell'intero festival. Emozione che si coglie sin dal suo ingresso sul palco con il procedere lento e difficoltoso e un approccio alla tastiera complicato dalla gestione della pedaliera. Sono solo attimi perché poi inizia un viaggio musicale, senza soluzione di continuità, in un mondo che sembrava non esistere più. Il silenzio prevale sul grido, il tocco delicato e il pianoforte privo di amplificazione producono note di una delicatezza disarmante, la trama esecutiva viene spogliata di ogni possibile orpello, il sostegno ritmico—che tanto peso ha avuto nell'estetica del pianista sudafricano—è ridotto all'osso. Le composizioni formano una ideale suite che parla il linguaggio universale dell'amore, della bellezza, della memoria e il commovente canto/invocazione finale eseguito in piedi accanto al fidato pianoforte aggiunge ulteriore commozione ad un concerto da ricordare.

Sono sostanzialmente tre le proposte tangenziali al jazz. Partiamo da "Songs of Love and Exile" di Elina Duni e Rob Luft presentato all'Auditorium di Piazza della Libertà. Cittadina del mondo, come si autodefinisce (nasce in Albania, vive in Svizzera e conosce una decina di lingue), Elina Duni offre una esibizione di sicuro impatto e di pregevole fattura. Un mix di influenze che vanno dalla tradizione popolare albanese al folk del mediterraneo, dalla chanson francese, a sfumature jazz, vedi il riuscito omaggio a Frank Sinatra. Melodie e ritmi incalzanti si susseguono in modo armonioso, la voce assume colorazioni incredibili, sempre in grande controllo sia negli acuti estremi che nelle frasi sussurrate. Interlocutore stimolante è il chitarrista britannico Rob Luft, virtuoso dello strumento , discreto manipolatore di suoni, empatico accompagnatore. Il tutto supportato da Kiril Tufekcievski al contrabbasso e Viktor Filipovski alla batteria. Un concerto apprezzabile.

Piuttosto deludente invece un incontro che prometteva molto, quello tra la poetessa, compositrice, cantante, attivista e alchimista elettronica Moor Mother e il percussionista senegalese, da tempo residente a Bergamo, Dudu Kouate. Doveva essere un set ad alto impatto visivo e comunicativo ma in effetti la performance non è mai decollata pienamente. L'armamentario percussivo di Kouate ha occupato parecchio spazio sul palco ma non sulla scena, dove è mancato un dialogo veramente stimolante e propositivo con le parole di Moor Mother. Che tra declamazioni, sussurri e grida e un impalpabile supporto dell'elettronica non ha mai inciso profondamente in un set che ha riservato rari momenti di interesse.

Di tutt'altro spessore "Quest of the Invisible" proposta presentata tra i preziosi dipinti dell'Accademia Carrara dal duo Naïssam Jalal (flauto, nay) e Claude Tchamitchian (contrabbasso). Nata a Parigi da genitori siriani, lei, padre armeno e madre francese, lui, profondi conoscitori delle musiche del mondo entrambi, danno vita ad uno dei concerti più suggestivi del festival per intensità emotiva, per forza evocativa, per la capacità di elevare a messaggio universale il coacervo di culture musicali che costellano il loro universo estetico. La costipazione e la conseguente afonia di Jalal, da una parte ci privano della possibilità di apprezzare la sua vocalità in purezza o applicata al flauto, dall'altra indirizzano l'esibizione verso una delicatezza e ad una attenzione alle sfumature ancora più accentuata. Fondamentale il ruolo Tchamitchian, sia in fase di interazione con i flauti di Jalal, sia nei momenti solistici dove è formidabile nell'uso dell' archetto, con il quale offre una gamma sonora che passa dal pieno orchestrale al soffio evocativo, confermando le riconosciute qualità di grande improvvisatore.

Si potrebbe definire l'evento/celebrazione mancato. Correva l'anno 1974 quando l'Art Ensemble Of Chicago tenne al Teatro Donizetti uno dei suoi primi concerti italiani. A distanza di cinquant'anni il batterista Famoudou Don Moye celebra la musica dello storico gruppo con una formazione allestita appositamente per l'occasione. Vi è da dire che la messa a fuoco del progetto è stata deficitaria, vuoi per una certa difficoltà nel coordinare le dinamiche di gruppo apparsa a tratti troppo palese, vuoi per uno sbilanciamento eccessivo verso le percussioni (per carità elemento portante nell'estetica dell'AEOC), che ha decisamente ingabbiato l'estro creativo dei musicisti. Solo a tratti si sono potuti apprezzare gli apporti di Simon Sieger al trombone e al pianoforte, del violinista e vocalist Eddy Kwon, delle liriche di Moor Mother, del contrabbasso di Junius Paul e delle percussioni di Dudu Kouate. Certo il rituale sciamanico e ancestrale non è mancato così come qualche momento di un certo impatto emotivo, ma alla fine la sensazione è quella di un mosaico scombinato, e solo sulle note leggendarie di «Odwalla» prende forma a vividi colori il ricordo dell'Art Ensemble of Chicago.

La presenza italiana nel cartellone principale è assicurata da tre formazioni. La prima ad esibirsi è il Fabrizio Bosso Quartet (oltre al leader impegnato alla tromba, troviamo al pianoforte Julian Oliver Mazzariello, Jacopo Ferrazza al contrabbasso, Nicola Angelucci alla batteria ) con la sua proposta musicale saldamente ancorata al mainstream, genere del quale sono una delle formazioni più rappresentative a livello italiano ed europeo. L'esibizione è al solito solida e ben organizzata: brani dalla struttura ben definita, esposizione del tema a cui segue la sequenza di assoli, ritmi indiavolati che si alternano a ballad, la riconosciuta maestria tecnica dei musicisti e... poche sorprese. A parte un brano funky che ha riscaldato il pubblico e l'apparizione tra le poltrone della platea di Bosso in un dialogo a distanza con il resto del gruppo sul palco a chiudere il concerto.

La Sala Piatti è un gioiello architettonico e acustico adibita a concerti di musica classica e da camera, e non poteva esserci luogo più adatto ad ospitare il "French Quartet" di Federica Michisanti, pluripremiata contrabbassista nel recente Top Jazz 2023. Rispetto al disco Afternoons (Parco della Musica) Salvatore Maiore rimpiazza al violoncello Vincent Courtois ma il risultato finale non cambia. È musica scritta che attinge alla musica colta europea e all'avanguardia di stampo jazzistico ma che lascia ampi spazi all'improvvisazione. Michisanti ha una sonorità scura, potente, agile, si ritaglia pregevoli momenti improvvisativi e conduce con piglio sicuro le evoluzioni del quartetto. Il percussionista Michele Rabbia è il solito creatore di sonorità anticonvenzionali che ben si sposano con l'apparente severità della musica, Louis Sclavis funge da battitore libero della formazione con le sue fulminanti improvvisazioni ai clarinetti, mentre Maiore si inserisce egregiamente sia in termini contrappuntistici che di collante. Musica densa, complessa ma ordinata, fortemente organizzata ma dal grande senso di libertà, insomma uno dei picchi assoluti dell'intero festival.

Nel delizioso Teatro Sant'Andrea un duo italiano di gran classe inaugura al meglio la giornata conclusiva della rassegna. Salvatore Bonafede al pianoforte ed Emanuele Cisi al sax tenore regalano al pubblico un'ora di meraviglie, di preziosità e di eleganza interpretativa. Il sax di Cisi ha un suono caldo e avvolgente, si muove sornione per poi graffiare al momento opportuno, Bonafede ricama arabeschi delicati, varia l'intensità del fraseggio e produce accelerazioni che aprono nuove direzioni ai brani. È un linguaggio assai personale, che nasconde dietro l'understatement di fondo un enciclopedico bagaglio di conoscenze offerte quasi con pudore. Grande intensità emotiva nel trittico di brani dedicato all'amore filiale dove spicca una commovente versione di «My One and Only Love" dalla strepitosa coda finale in respirazione circolare da parte di Cisi, carica di sensibilità e inventiva improvvisativa.

Sempre al Teatro Sant'Andrea di scena un trio di fuoriclasse. Adam Cruz è batterista tra i più apprezzati e richiesti della scena attuale, Danilo Pérez e John Patitucci sono stati membri stabili dell'ultimo grande quartetto di Wayne Shorter, la cui figura di compositore e organizzatore di suoni aleggia sul trio per tutta la durata dell'esibizione, che presenta composizioni armonicamente complesse dotate un'eleganza naturale, così come naturale risulta l'intrecciarsi di acustico ed elettrico. Qui la parte del leone la fa Patitucci: il suo basso a sei corde è una scatola magica che occupa spesso la scena determinando il groove generale, mentre la batteria di Cruz, in versione principalmente colorista, completa egregiamente l'interplay del trio. Chiusura del concerto con una notevole versione di "'Round Midnight" che il pianismo poco latino di Perez prosciuga ulteriormente, portando in superficie umori nascosti e una vena melodica inaspettata.

John Scofield è un gigante riconosciuto della chitarra elettrica con la quale ha esplorato la musica tout court degli ultimi cinquant'anni. Tra le innumerevoli formazioni che ha portato in giro per il mondo presenta a Bergamo Jazz il quartetto denominato "Yankee Go Home"—Jon Cowherd al piano, Vicente Archer al contrabbasso e Josh Dion alla batteria—con il quale omaggia la musica a stelle e strisce della propria adolescenza. Il miscuglio di rock, funky, country e jazz poteva risultare esplosivo, ma l'esibizione—tecnicamente ineccepibile—si risolve in una lunga serie di assoli del chitarrista che a lungo andare intasano eccessivamente lo spazio sonoro. Il siparietto a sorpresa con il sax soprano di Joe Lovano crea un diversivo non pienamente riuscito, mentre il brano finale, con una misurata sortita solitaria di Scofield e una sofisticata gestione armonica, risulta la cosa migliore dell'esibizione. Bis sulle note di "Mr. Tambourine Man" e pubblico in visibilio.

Si presenta come una delle formazioni di punta del Latin jazz e l'esibizione al Donizetti lo conferma appieno. La definizione sta un po' stretta al quartetto di Miguel Zenon perché l'approccio dei primi due brani, il modo con cui combina gli elementi ritmici e armonici, travalica i limiti codificati del genere. Anche se i tempi sostenuti, gli assoli strabordanti di energia, la cantabilità delle melodie rimangono i punti fermi del mondo musicale di Zenon. Il quale esibisce un fraseggio fluente sia sui tempi veloci che nella forma ballad. Ruolo importante lo gioca il pianista venezuelano Luis Perdomo, tecnica scintillante, esuberanza da vendere ma anche attento e propositivo accompagnatore. Elemento equilibratore delle dinamiche risulta il contrabbasso "europeo" di Hans Glawischnig mentre la batteria di Henry Cole completa l'apporto propulsivo.

L'energia di New York incontra la tradizione di Kansas City e sono subito fuochi d'artificio, con lo spettatore virtualmente trasportato in un qualche jazz club della grande mela. È questo l'impatto con il Bobby Watson Quintet, formazione che unisce esperti musicisti come il contrabbassista Curtis Lundy e il batterista Victor Jones a giovani emergenti come il trombettista, figlio d'arte, Wallace Roney Jr e il pianista Jordan Williams. È bop moderno allo stato puro, suonato come Dio comanda, con un'energia e una credibilità che solo chi è cresciuto e ha vissuto in prima persona l'evoluzione di questo stile è in grado di offrire. Il sax contralto di Watson possiede ancora quel suono aspro, acidulo che ne fa un marchio di fabbrica, le sue esposizioni hanno perso inevitabilmente in potenza ma brillano ancora per una costruzione degli assoli creativa e borderline. Grande esibizione.

Il concerto di chiusura del Bergamo Jazz è all'insegna del divertimento grazie a una musica che fa battere i piedi, attinge a stili differenti, presenta brani iconici dell'ambito pop, rock, funky e jazz ed entra in immediata empatia con il pubblico. Una proposta del genere risulta credibile grazie alla personalità dei protagonisti riuniti sotto l'intestazione un poco altisonante di Modern Standards Supergroup. Ernie Watts ai sassofoni possiede ancora una verve invidiabile, Harvey Mason alla batteria è una macchina ritmica implacabile, Niels Lan Doky a pianoforte e tastiere, dallo stile talvolta ridondante e ripetitivo, dirige il gruppo con sicurezza. E poi c'è Felix Pastorius, un cognome da far tremare i polsi, che non tremano affatto perché il figlio del grande Jaco ha personalità, talento e buon gusto come dimostra nella bella versione dell'iconica "Teen Town."

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