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Bergamo Jazz 2007

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Poco prima del concerto d'apertura di Bergamo Jazz 2007, ho chiesto a Uri Caine se l'edizione del 2008 vedrà per la terza volta la sua direzione artistica. Schernendosi e per scaramanzia il pianista americano mi ha risposto: "Vedremo; preferiamo procedere di anno in anno!". A conti fatti, il bilancio è risultato ottimo sotto ogni punto di vista: elevato il livello artistico della musica, con almeno quattro appuntamenti superlativi, grande l'interesse dimostrato dai media e dagli addetti ai lavori ed estremamente incoraggiante l'affluenza del pubblico, che ha gremito il capiente Teatro Donizetti per tre serate ed anche gli spazi dei concerti pomeridiani. Non vedo quindi per quale ragione non si dovrebbe dare continuità all'impostazione artistica di Caine, che quest'anno ha dato la netta prevalenza a esponenti dell'attualità jazzistica statunitense.

Il tempo sembra non passare mai per Roscoe Mitchell, forse anche per il fatto che nei decenni il polistrumentista non è stato danneggiato da un'eccessiva esposizione. Il suo linguaggio è rimasto unico e inimitabile, con quel suo modo radicale di concepire i brani: ora sono flebili e formicolanti trame timbriche, che via via si ispessiscono fino a diventare una marea tumultuosa, ora sono temi infantili, quasi banali, ma resi obliqui dall'esposizione dissonante da parte di tromba e sax. A Bergamo si è confermata estremamente personale anche la sua pronuncia solistica, caratterizzata da una sonorità pigolante e un po' afona e dall'uso intelligente della respirazione circolare, in grado di sostenere un fraseggio continuo e panico, ma anche spaziato da modulanti variazioni.

Spalla affidabile si è dimostrato il trombettista Corey Wilkes, dal linguaggio frammentato e antilezioso. Fondamentale il lavoro svolto da Jaribu Shahid (contrabbasso), Harrison Bankhead (contrabbasso e violoncello) e Tani Tabbal (batteria), intenti a tessere un fondale ruvido e consistente. Insomma, il free di Mitchell è apparso ancora rigoroso, vitale e autenticamente sperimentale, un'espressione afro-americana classica, ma tuttora sconvolgente, che non concede il minimo spazio al facile ascolto e che concepisce l'improvvisazione come generatrice di una composizione istantanea.

L'esibizione del quintetto di Roscoe Mitchell può essere assunta come pietra di paragone per le altre proposte del festival. Ad essa può essere assimilato il concerto del quartetto di William Parker, dedicato alla memoria di Leroy Jenkins, morto una decina di giorni prima. Anche la musica del massiccio contrabbassista rappresenta infatti una testimonianza attuale di un approccio estetico tipicamente nero-americano.

Come in altre occasioni, la sua performance ha avuto bisogno di un certo tempo per carburare, o meglio per permettere all'ascoltatore di entrarvi dentro e farsi coinvolgere: un tempo fisiologico perché l'esposizione dei temi, pur ben stagliati, non risulti schematica, perché la pulsazione del leader, costante, satura, scura ma con ricorrenti riverberi nel registro acuto, possa trasformarsi da presenza ingombrante a magia incantatoria. Superata la fase di avvio, ha preso corpo una musica tribale, in cui il riferimento ancestrale ed esotico è stato accentuato dal drumming nodoso e poliritmico di Hamid Drake e dall'uso occasionale di uno strumento ad ancia indiano da parte di Parker. La tromba di Lewis Barnes ed il contralto di Rob Brown hanno costituito una front line affiatata ed interattiva. Al contrario, il quartetto Sex Mob è stato il portabandiera del più avanzato schieramento jazzistico bianco-americano (può sembrare anacronistico parlare ancora in termini di bianco e nero, eppure le differenze estetiche fra alcune delle proposte statunitensi più qualificate sono evidenti, eccome!). La loro musica, erede di svariate esperienze del passato, ha portato una ventata di aria frizzante. Sotto l'imprevedibile regia di Steven Bernstein ha preso il volo una performance briosa e caustica, estrosa e coinvolgente, con momenti marcatamente swinganti ed altri ironicamente minimal-rumoristici.

Il drumming di Kenny Wollesen ha preso movenze più astruse ed effervescenti che in altri contesti; la tromba a coulisse di Bernstein ed il contralto di Briggan Krauss hanno somministrato sonorità acide e frasi ribalde, mentre Tony Scherr, che come sempre col suo contrabbasso ha intrapreso una sorta di amplesso dondolante, ha giocato il ruolo dell'ancora di salvezza con i suoi riff implacabili e con la sua sonorità morbida e rassicurante. La loro musica è transitata velocemente da un tema all'altro, assegnando spazi abbastanza circoscritti agli assoli, intesi come esternazioni essenziali e lancinanti. A metà concerto si è verificato l'inaspettato inserimento di Gianluca Petrella, che ha introdotto un colore aggiuntivo e ha saputo adeguarsi alla situazione, pur prediligendo in genere una più lenta e melodica costruzione degli assoli.

A confronto del peso specifico delle tre presenze fin qui recensite, di tutt'altro tenore è risultata la serata centrale del festival al Teatro Donizetti, decisamente la più debole a parere unanime degli addetti ai lavori. Branford Marsalis, attorniato dalla solida ritmica fornita da Joey Calderazzo, Eric Revis ed il tonitruante Jaff "Tain" Watts, ha proposto un jazz rotondo e pomposo, giocato su potenti scansioni ritmiche e sull'alternanza fra tese progressioni e distensioni romantiche. Per quanto tecnicamente ineccepibile la sua prova non ha saputo fugare l'impressione di un'alta professionalità estetizzante.

Il trentaduenne Dafnis Prieto, cubano approdato a New York nel 1999, abile batterista di derivazione fusion, ha costituito "la novità" del festival. Il suo concerto però non ha del tutto convinto, anche se gli accattivanti arrangiamenti ed i cangianti colori del suo quintetto (completato da sax, violino, violoncello e tastiere) hanno rivelato l'appartenenza ad una tendenza jazzistica aggiornata, di disinvolta estroversione, a tratti esotizzante.

Dedico solo poche parole alle presenze italiane, non perché non lo meritino in assoluto o abbiano sfigurato nel caso specifico, ma semplicemente per il fatto che si tratta di nomi assai noti ai jazzfans, oggetto di numerose recensioni da parte mia in passato, anche su All About Jazz. Antonello Salis ha animato una sua tipica, avvincente solo performance, con quel suo stile percussivo e rapsodico, fortemente contrastato, che a tratti si addolcisce in frasi di melodico candore.

Subito dopo si è assistito ad un concerto altrettanto tipico del PAF Trio, al quale avrebbe forse giovato un livello di amplificazione un po' più basso. Fra i brani ritmicamente tesi di Salis e quelli più delicati di Fresu si è collocato il grottesco ed esilarante Dialogo fra una botte di vino e una botte di birra tratto da Hoffenbach.

Una sala della Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, contenitore stretto, alto e di un bianco abbacinante, ha ospitato due dei tre concerti pomeridiani. Nella solo performance di DJ Olive, le quattro casse poste negli angoli della sala hanno diffuso interessanti effetti di riverberante e incantatoria stereofonia; più spesso però il percorso non si è retto su un fluire continuo, ma piuttosto sull'alternanza fra fonti sonore manipolate, ricorrenti e stratificate.

Col duo Mark Feldman - Silvie Courvoisier le cose hanno funzionato a meraviglia sotto ogni aspetto, a cominciare dall'imprevista, straripante affluenza di pubblico. Il repertorio era basato per lo più su brani tratti dalla raccolta "The Book of Angels" di John Zorn, ai quali sono stati accostate un paio di composizioni della Courvoisier: temi scritti, dinamici e perfettamente strutturati, ora evocativi, ora frammentati e ricchi di citazioni. Quanto agli interpreti, se è scontato ribadire che il violino di Feldman è divino (o diabolico), va invece sottolineata l'autorevolezza della pianista svizzera, che difficilmente in passato ha aggredito la tastiera con tanta decisione e chiarezza d'idee. È stata poi strepitosa la sintonia fra i due, che, aiutati anche da un'adeguata amplificazione, hanno firmato uno dei momenti più alti del festival lombardo.

Nell'appuntamento organizzato in collaborazione con il Bergamo Film Meeting all'Auditorium di Piazza della Libertà, gremito oltre ogni limite, per l'ennesima volta Gary Lucas, con le sue chitarre, ha sonorizzato dal vivo il film muto "Der Golem" (1920), capolavoro anomalo dell'espressionismo tedesco. Singolare e consonante è risultato il connubio fra la musica elettronica di Lucas, estremamente attuale, e questa versione della leggenda del Golem, in cui il dramma del popolo ebraico viene calato in una ridondante, ipergotica ambientazione neo-medievale.

Foto di Roberto Cifarelli [ulteriori immagini tratte da questo festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Mark Feldman e Sylvie Courvoisier e del Branford Marsalis Quartet.


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