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Anthony Braxton Sextet

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"Piacenza Jazz Fest" Teatro President - Piacenza - 17.02.2007

Il caso rimane tale fintanto che non gli si fa caso. Allora, a volte, gli eventi iniziano a collocarsi reciprocamente secondo un disegno che allude ad un senso, e la vita desta stupore e si strappa di dosso la banalità.

È questo il caso della (pertanto apparente) combinazione di assistere al concerto del sestetto di Anthony Braxton giusto giusto una settimana dopo la visione dell’ultimo trip cinematografico di David Lynch. Non appena la Composition No. 341 decolla con un sornione scivolone e piccoli guizzi repentini il legame tra le due esperienze si manifesta dapprima come timida eventualità - dettata dal profondo turbamento in cui ancora si versa per aver attraversato l’INLAND EMPIRE - per poi esplodere in tutta la sua evidenza alla prima perturbazione sonora. Si dà il caso, per la cronaca, che si trattasse della tuba.

INLAND EMPIRE è un film che secca gli occhi e scuote lo spettatore ad ogni livello, fino alla più infima irritazione cellulare. David Lynch compie un ulteriore passo avanti nel suo personalissimo cammino, portando a vertiginose e sublimi latitudini il concetto di perturbante.

La realtà filmica di Lynch si piega continuamente su se stessa, lasciando intravedere possibilità alternative sempre e comunque presenti, contemporaneità egualmente viabili che tracciano i contorni di un mondo osservato da un multi-angle di piani semantici.

Non è qui il caso di addentrarsi troppo nei meandri dell’impero lynchiano. Ma la suggestione innescata dalla visione del film e dall’ascolto della musica di Braxton è talmente vischiosa da trattenere al proprio interno, generando legami e significati arditi che vale la pena non abbandonare. Persino il sipario del Teatro President, con il suo pesante drappeggio rosso fuoco su cui le luci ambrate tagliano chirurgiche oscure drittissime ferite, richiama l’immaginario di Lynch: lecito attendersi cavalli bianchi e nani ballerini uscire dalle quinte e mescolarsi al tripudio sonoro.

“Caminante no hay camino / se hace camino al andar” scriveva Antonio Machado.

I mondi di Lynch e Braxton condividono la medesima struttura autoreferenziale, assoggettata e assoggettabile unicamente a regole interne che implicano se stesse; un mondo che ritaglia uno spazio sensato in sé e per sé pur accogliendo al proprio interno l’apertura e la versatilità del pluriverso. Il sentiero lo si traccia camminando: di fronte a sé l’infinita potenzialità del proprio passo, dietro di sé un percorso saldo e preciso ma sempre passibile di essere ri-percorso.

Così come nelle visioni di Lynch è sempre possibile percepire il momento esatto in cui la realtà s’increspa per rivelare pieghe nascoste invitando a visitarle, così l’esperienza della musica di Braxton sfida l’ascoltatore all’apprendimento nell’/dell’ascolto, a saper riconoscere i segni, a elaborare teorie, a collegare gli elementi.

Nel volgere di una manciata di minuti, allora, quando ancora la Ghost Trance Line è ancora in via di presentazione, un elemento apparentemente banale in realtà gravido di conseguenze latenti sancisce il momento esatto in cui la Composition No. 341 scivola via da se stessa, scivola via dalle consolidate aspettative del pubblico, scivola verso e fin dentro il complesso immaginifico braxtoniano. Di lì in poi nessuna bussola, nessun dizionario e nessun manuale tiene fede alla propria funzione. Di lì in poi tutto è in mano alla Musica di Braxton e dei suoi musicisti. Tutto ha senso se lo si lascia fare, se lo si lascia scorrere nel momento preciso in cui avviene, se lo si accoglie per com’è. Tutto ha inizio da quelle note della tuba, lente grasse e dilatate, che a stento distinguibili nell’ostinato marciare della tipica figura squadrata della Ghost Trance Line, introducono un sottile appena percepibile ma potente straniamento dell’ascolto.

Eccolo il perturbante di Lynch e Braxton: presentare la quotidianità - la cosiddetta ‘normalità’ - da una prospettiva scostata quel minimo sufficiente a renderla confusa se non irriconoscibile. Il genio sta in questo: nel portare il pubblico a non abbandonarsi alla percezione, che tutto ha meno che l’attributo dell’oggettività, ma a prendere in mano la responsabilità della propria percezione e dunque del senso di ciò che lo circonda.

El camino se hacie al andar. Vale anche - soprattutto - per lo spettatore.

Come Lynch, anche Braxton ha esteso ed esplorato ulteriormente il proprio cammino, e rispetto all’ultima occasione in cui si era potuto ascoltarlo con il medesimo ensemble l’ascolto richiede un ulteriore affinamento e affiatamento con i principi del compositore.

Conclusa la lunga sequenza compostiva della Ghost Trance Music iniziamo finalmente a intravedere ciò che Braxton ha in serbo per l’avvenire, nella forma - azzardiamo - dell’annunciata Falling River Music.

La composizione si snoda per oltre un’ora ininterrottamente, senza un attimo di cedimento senza alcuna concessione. Proprio come INLAND EMPIRE apparentemente non offre alcun appiglio per penetrarne l’incedere, che non venga dalla semplice esperienza. Mano a mano che cresce la familiarità con l’Opera di Braxton, tuttavia, qualcosa nell’ascolto si muove, l’attenzione inizia ad intuire su quali gangli occorra concentrarsi per poter seguire l’evoluzione di una musica che oramai tende fermamente a riprodurre, seppur nel piccolo organico, l’ideale braxtoniano dell’esecuzione simultanea di tutte le sue composizioni. Dopo il cinema oggi definitivamente esplode anche la musica.

Ciò cui si è assistito a Piacenza difficilmente può lasciar traccia su una pagina.

L’esecuzione di una composizione di Braxton è ormai esperienza da ‘farsi’. Molteplici i livelli semantici condensati in questi ottanta minuti. Molteplici i piani sonori. Infinite le possibilità di combinazione del materiale musicale. La musica di Braxton è un organismo vivo che evolve sotto i nostri occhi e attraverso le nostre orecchie; un colossale amalgama che include e si nutre di un’efferata complessità, s’ammanta di un’aura di profondo mistero, ma allo stesso tempo appare come definitivamente auto-esplicantesi.

In essa nulla cambia e tutto è ogni volta profondamente nuovo. L’improvvisazione si basa sulle stesse dieci forme di linguaggio codificate negli anni ’60, ma la loro combinazione simultanea ad opera del singolo musicista e insieme dell’intero ensemble fa emergere soluzioni espressive originali, nemmeno lontanamente riconducibili alla semplice fusione delle parti.

La possibilità di accedere ad un repertorio esterno alla composizione che si sta eseguendo consente innesti dalle conseguenze imprevedibili al momento, ma egualmente coerentemente integrate nel complesso flusso che in tempo reale evolve su più e più piani paralleli, procedenti secondo diverse inclinazioni.

Come la trama musicale si compone di molteplici fili esecutivi, così il gruppo, per quanto ristretto, si scompone, partimenta e riassembla secondo il gusto e l’ispirazione dei musicisti. La musica vive parimenti dell’estro individuale e di un organico condizionamento sociale: capita quindi che si bisticci su quale parte di quale composizione inserire, che Jessica Pavone - visibilmente provata da una serrata schermaglia appena conclusa con Rozen - si veda trascinata, un poco controvoglia, in un nuovo ingaggio con Taylor Ho Bynum, o che poco dopo la stessa Pavone si veda costretta a rifiutare un’allettante proposta del trombettista perché già impegnatasi con Dahlgren e Siegel.

Braxton frantuma gli schemi con cui si è entrati in sala. Una volta usciti non saremo più gli stessi.

Improvvisazione, musica contemporanea, scrittura creativa, jazz... la stella polare è smarrita. Si brancola nel firmamento accecante di una complessa pluralità di stimoli, cui il filtro del pensiero braxtoniano polarizza la luce esigendo un adattamento della visione.

Mano a mano che il collo della clessidra si restringe e la sabbia scorre più rapidamente, i musicisti moltiplicano gli sforzi, le combinazioni, le espressioni e la composizione si avvita verso la conclusione. Una Ascension che lascia intravedere quale può essere il dopo-la-modernità: una musica che domanda, ma non attende risposta. Una musica che modifica l’ascolto e le persone. Che ammalia anche se/proprio perché estremamente complessa. Una musica rischiosa. Che ripaga.

È ancora un caso assai raro poter vivere esperienze simili: trasformazione, messa in discussione, riorganizzazione. Un segno, tra tutti i segni evocati e occultati da Braxton, rimane comunque.

Braxton tornerà presto per scuoterci nuovamente. Intanto sarà il caso di tornare a vedere INLAND EMPIRE.

Foto di Roberto Cifarelli / Phocus Agency [ulteriori immagini tratte da questo concerto sono disponibili nella galleria immagini]

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