Home » Articoli » Live Review » Andando per Jazz Club a Bologna: Fabrizio Puglisi - Wil...

Andando per Jazz Club a Bologna: Fabrizio Puglisi - William Parker / Dave Burrell / Tinissima Quartet

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

View read count
"La città del jazz": così Nardo Giardina ha definito Bologna nel suo libro omonimo, edito da Grafis nel 1992, poi aggiornato e riedito da Clueb nel 2002. L'autore si riferiva soprattutto all'atmosfera che si respirava nel capoluogo felsineo negli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche dopo il 1975, anno dell'ultima edizione del glorioso Festival del Jazz, la città ha vissuto altre stagioni di vivacità jazzistica.

Indimenticabili per esempio le esperienze degli anni Ottanta: il Music Inn, in zona aeroporto, il Q.BO' in San Donato, e, in pieno centro storico, l'Osteria dell'Orsa, prototipo per certi versi insuperato degli attuali jazz club bolognesi.

Oggi la scena di questi locali privati, che propongono una continuativa programmazione jazzistica, è piuttosto affollata: agli ormai storici Chez Baker (ex Chet Baker) e Cantina Bentivoglio se ne sono aggiunti altri, fra i quali spiccano il Take Five e il Bravo Caffè.

Personalmente non sono un assiduo frequentatore dei jazz club perché spesso le condizioni d'ascolto sono dispersive e in genere si predilige un tipo di jazz risaputo e d'intrattenimento, appunto una musica da club. Ma devo riconoscere che oggi la gamma delle proposte si è fatta molto più varia e di qualità più elevata; si ha spesso la possibilità di ascoltare ottimi gruppi, usufruendo di una vicinanza fisica ed emotiva, di un'atmosfera partecipativa che riescono a coinvolgere sia i musicisti che il pubblico. Insomma si possono verificare situazioni peculiari e particolarmente appaganti, del tutto diverse da quelle dei concerti in teatro o in altri contesti.

Particolarmente nutrito a questo proposito è stato il calendario di questo novembre bolognese, che fra l'altro ha visto svolgersi appunto nei jazz club cittadini (oltre che a Modena e Ferrara) parte degli appuntamenti della quinta edizione del rinato Jazz Festival. Poco prima del Festival, e al di fuori di esso, si sono tenuti tre notevoli concerti che meritano una segnalazione.

Al Take Five (dove ogni gruppo invitato si esibisce in due set, alle 19,30 e alle 22) il 2 novembre Fabrizio Puglisi e William Parker hanno suonato per la prima volta in duo, manifestando una congeniale affinità e grande potenza espressiva. Le tre lunghissime improvvisazioni del secondo set si sono basate su poche tracce tematiche ben delineate: "Blackground," un blues di Puglisi, "Criss Cross" di Monk...

Si sono lentamente sviluppate situazioni ora dense e percussive, ora più rarefatte, ma sempre saldamente concatenate. "Suonare con gli afroamericani - ha affermato il pianista siciliano, bolognese d'adozione - significa scavare a fondo nel materiale sonoro, senza fretta, facendo dilatare le situazioni, e sviscerando tutte le possibilità fino ad un naturale esaurimento. Molto diverso è suonare con gli olandesi, propensi ad un ironico e stridente accostamento di idee diverse; con loro bisogna essere molto ricettivi per cogliere i repentini cambiamenti di umore e direzione". Sappiamo bene come egli sappia inserirsi ed esprimersi perfettamente in entrambi i contesti, racchiudendo in sé queste due diverse anime della musica improvvisata.

Al Take Five il pianismo di Puglisi ha esplicitato tutto il suo radicamento nella tradizione afroamericana: soprattutto gli echi di Herbie Nichols, Thelonious Monk e Cecil Taylor sono balzati evidenti in una ricerca inesausta sulla tastiera e sulla cordiera. È stata soprattutto la prioritaria tensione verso una speciale qualità del sound, greve, aggrovigliato e ridondante, a fungere da fonte generatrice delle strutture e del percorso melodico, del tocco pecussivo e del fraseggio rapsodico.

All'altro polo di un interplay istantaneo e senza cedimenti c'era William Parker, che, ricorrendo sia ad uno scabro pizzicato sia ad un più agile e avvolgente archettato, ha confermato il suo tipico mondo espressivo, immaginifico ma tutt'altro che virtuosistico o particolarmente spericolato. Una visione estetica, la sua, che si basa sull'insopprimibile appartenenza a una lunga tradizione culturale e a una scuola contrabbassistica che, includendo Wilbur Ware e Malachi Favors, predilige un procedere statico e pensoso, note scure e pesanti come pietre laviche.

Pochi giorni dopo, sempre il Take Five ha ospitato due set solitari di Dave Burrell: il primo ha privilegiato suoi original, fra i quali il rappresentativo "Margy Pargy," il secondo è stato tutto dedicato all'interpretazione di standard.

Il Burrell di oggi, settantenne, ha poco in comune con quello che negli anni Sessanta e Settanta avevamo conosciuto al fianco di Archie Shepp e di altri esponenti del free. Nel corso dei decenni egli ha raggiunto una sorta di classica compostezza, esponendo un incedere prudente e parsimonioso, quasi con passo circospetto, senza sciupare una nota e senza lasciarsi andare a facili automatismi. La sua diteggiatura nodosa, solo all'occorrenza percussiva, è diventata più elegante e l'impianto armonico si è fatto più complesso e sapiente con l'età: negli ultimi trent'anni il pianista ha infatti approfondito aspetti teorici e tecnici, che nella prima parte della sua carriera aveva accantonato.

Il repertorio scelto per il secondo set è stato quasi banale, ma tutt'altro che tali si sono rivelate le sue interpretazioni: un sognante "Blue Moon," un "My Funny Valentine" scontroso e drammatizzato da accordi ben marcati, intense versioni di "Lush Life" e "You Don't Know What Love Is"... Solo nel finale, affrontando "My Foolish Heart," il pianista si è lanciato in un vorticoso groviglio free di poderoso impatto sonoro, ma anche in questo caso di suprema accortezza armonica.

Il Tinissima Quartet di Francesco Bearzatti, nel tour imperniato sul nuovo progetto dedicato a Malcolm X, ha fatto tappa a Bologna esibendosi il 10 novembre al Bravo Caffè. I movimenti della suite, ben caratterizzati, si sono concatenati con fluidità, rivelando l'efficace compattezza della formazione e la ricca personalità strumentale dei singoli.

Come in altre occasioni recenti, non ho potuto fare a meno di notare che, per la nettezza degli attacchi, per la potenza della sonorità, per la affermativa e declamatoria determinazione del fraseggio, la tromba di Giovanni Falzone evoca quella di Louis Armstrong, tanto da attenuare il raffinato dinamismo del bop o del cool e le esasperazioni del free.

Più o meno la stessa cosa si può dire del sax tenore del leader, la cui variegata pronuncia e la debordante esuberanza ricordano Paul Gonsalves, gli honkers e gli esponenti del funky. Ma nel suo linguaggio riverbera anche il lirismo di Gato Barbieri ed altro ancora.

In questo contesto, come a ben vedere in altri, anche l'approccio di Danilo Gallo, al basso elettrico, e di Zeno De Rossi, alla batteria, sembra rifarsi in primo luogo alle temperie del funky. Sta di fatto che a Bologna il loro contributo è stato granitico e perentorio, tutt'altro che frastagliato e possibilista.

Oltre a quelli già individuati, nel "Malcolm X" del Tinissima Quartet si potrebbero rintracciare tanti altri padri putativi: dal Max Roach più impegnato della fine anni Cinquanta alle rigorose strutture di Steve Coleman, dal canto strozzato di Janis Joplin a quello uniforme e cadenzato dei rappers... È infatti la voce di Napoleon Maddox a comparire sul CD nell'epilogo della suite, che nei concerti del gruppo viene riproposto integralmente dal mixer, mentre i quattro musicisti si allineano in piedi, simbolicamente in silenzio.

Ovviamente le analogie con precisi precedenti storici, sopra intraviste nelle pronunce individuali come nell'impronta del gruppo, piuttosto che a pedisseque derivazioni stilistiche si riferiscono a una filiazione ideologico-spirituale, a un'affinità nell'atteggiamento mentale e nelle motivazioni che stanno alla base del fare musica improvvisata. Per questo "Suite for Malcolm" rappresenta una valida, ineludibile testimonianza dell'attualità italiana, che riesce a rinnovare e perpetuare la vitalità di una determinata tradizione nero-americana.

Foto di Barbara Rigon (le prime due), Claudio Casanova (la terza) e Luca D'Agostino (la quarta).

Tags

Comments


PREVIOUS / NEXT




Become a Sustaining Member

Get the Jazz Near You newsletter

Since 1995, All About Jazz has championed jazz as an art form and supported the musicians who create it. Over three decades, it has grown into one of the world's leading jazz resources, serving hundreds of thousands of readers, musicians, presenters and industry professionals each month.

Help Build the Future of All About Jazz

Your support helps us continue building All About Jazz for the next generation—expanding our editorial coverage, preserving jazz history, developing new community features and creating better ways to discover the music and the people behind it.

Become a sustaining member for as little as $20 per year and you'll immediately enjoy an ad-free experience along with access to subscriber features and future articles for a full year.

Together, we're not simply sustaining All About Jazz—we're building its future. Thank you for being part of the journey.

More

Jazz article: Marcus Miller At Miner Auditorium
Jazz article: Adam O'Farrill's ELEPHANT at BOP STOP
Jazz article: Punkt Festival 2026
Live Review
Punkt Festival 2026
Jazz article: Den Andre Festivalen #9

Popular

Chicche dall'archivio

Jazz article: Due serate al Brussels Jazz Festival 2020
Jazz article: María Grand
My Favourite Things
María Grand

Get more of a good thing!

Our weekly newsletters highlight our top stories, top album reviews, website news, free songs, radio & podcast shows, news, and upcoming jazz events near you.