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A Venezia Fatima Miranda ha chiuso la Biennale Musica 2008
In Piazza San Marco, fulcro cittadino riservato abitualmente ai turisti, al carnevale e ad appuntamenti pubblici di ogni genere, nel pomeriggio dell'ultimo giorno si è svolto "Fresco", un progetto di Luca Francesconi, direttore artistico di Biennale Musica, che vedeva come protagoniste cinque orchestre a fiati. Un tentativo quindi di uscire dai luoghi deputati per immergere la musica in uno spazio polivalente, a contatto con un pubblico più vasto e ignaro. Presupposto della performance, quasi un Happening, era il confronto/alternanza/convivenza, abbastanza stridente, fra la tradizione e la contemporaneità del fare musica.
Alla prima hanno dato corpo, a livello espressivo e simbolico, le stesse formazioni musicali utilizzate, le tipiche bande di paese (nello specifico quelle di Mira, Santa Maria di Sala, Eraclea, Spinea e Montebelluna) che intonavano ognuna un inno nazionale in rappresentanza di Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Finlandia. La contemporaneità, per quanto semplificata e altrettanto simbolica, scaturiva dalle parti scritte da Francesconi (lunghi accordi tenuti, più o meno dissonanti e dalle accentuate dinamiche, inframmezzati da accenti percussivi). Le cinque bande sono partite da punti diversi ai bordi della piazza per convergere gradualmente al suo centro; qui sono sfociate in un’ecumenica, formicolante improvvisazione collettiva, prima di regredire lentamente alle rispettive posizioni di partenza, suonando tutte l'inno nazionale italiano. Oltre ai musicofili convenuti, al tutto hanno assistito i turisti di passaggio, moderatamente incuriositi e partecipi.
L'evento serale di chiusura della Biennale Musica 2008, negli spazi suggestivi dell'Arsenale, prevedeva una serie itinerante di performance, volutamente dispersiva, favorendo una moderata interazione del pubblico. In questa mobilità fisica e sonora, solo la forza della musica ha potuto calamitare momenti di concentrazione. Si sono distinti brani di vari autori eseguiti in prima assoluta dall'ensemble romano Alter ego, in cui l'uso dell'elettronica e delle fonti multifoniche è riuscito a creare una situazione d'ascolto fluida, a tratti suggestiva per la ciclicità incantatoria, con fasi di più contrastata densità sonora. A questo tipo di aleatorietà, attuale e un po' modaiola, ha fatto riscontro l'interpretazione da parte del Quartetto Arditti, nitidissima e partecipata al tempo stesso, di composizioni di Xenakis, Helmut Lachenmann e Pascal Dusapin.
Al centro di questo percorso si è incastonato, anch'esso in prima esecuzione italiana, il concerto-performance "Cantos Robados" di Fatima Miranda, intorno al quale si era creata molta aspettativa. La cantante, dall'alto di un costume-tenda-impalcatura e ornata da un eccentrico copricapo, ha esordito con l'emissione di note lunghe e sapienti armonici, accompagnando le melodie con ritmate movenze delle braccia ed estraendo, come un prestigiatore, vari oggetti sonori dalla cintola della lunghissima gonna. Le cadenze, le modulazioni vocali, l'atteggiamento, intrisi di un'evidente ritualità, si riferivano a culture lontane ed ancestrali. Nella seconda parte del concerto la cantante, scesa a terra dalla struttura, scalza e priva di copricapo, ha affrontato situazioni più quotidiane e discorsive, muovendosi sul palco e ricorrendo anche ad alcuni strumenti a percussione appartenenti a diverse tradizioni etniche.
L'abile uso delle luci e degli effetti scenici hanno garantito il buon impatto visivo dello spettacolo; l'amplificazione, calibratissima, a volte ha sovrapposto suggestivi flussi elettronici alle parti vocali. Tutto ha funzionato alla perfezione, eppure la complessa
costruzione ha rischiato di non superare la dimensione dell'esercizio sofisticato, del collage dimostrativo. La duttile voce della Miranda non ha nascosto i vari modelli culturali, li ha contaminati e stravolti facendoli propri, ma non sempre è riuscita a trascenderli, né tecnicamente né emotivamente. Il suo trasformismo ha sorpreso, ma non incantato.
Tuttavia, se un'impronta teatrale, prevalentemente Kitsch e narcisista, ha pervaso tutto lo spettacolo, man mano che esso si dipanava ne è emersa un'ulteriore componente: quella dell'(auto)ironia, del sarcasmo grottesco e parodistico, ed anche di una certa concretezza. Appunto quest'approccio, in grado di stemperare la seriosità di una ritualità compiaciuta, ha reso la lunga performance più umana e apprezzabile, incontrando l'approvazione del pubblico.
Foto di G.Zucchiati (le prime due) e J.Delgato (le seconde due)
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