Vicenza Jazz 2021

Courtesy Roberto De Biasio

Libero Farnè BY

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Vicenza
Varie sedi
1—10.07.2021

Spostato da maggio alla prima decade di luglio, Vicenza Jazz 2021 ha imbastito un programma variegato, che ha accolto una vasta gamma di proposte della scena internazionale, concentrando nella sua parte centrale tre maestri del pianoforte americano: Gonzalo Rubalcaba, Brad Mehldau e Fred Hersch. Inoltre ha invaso la città, disegnando una mappa di molteplici soluzioni ambientali, sia al chiuso che all'aperto. Nelle ultime tre serate del festival veneto, come anche per la maggior parte delle precedenti, i concerti principali erano previsti nel verde del vasto Parco Querini, location inedita e capiente. A causa del maltempo però il concerto della Mark Lettieri Band è stato costretto a ripiegare nella sala grande del Teatro Comunale.

La matrice stilistica del jazz di questo quartetto statunitense, alla sua prima apparizione europea dopo la ripresa dei tour, si è rivelata in modo esplicito e non è mai stata smentita nel corso del concerto. Si è trattato infatti di un'attualizzazione del Rock Jazz più narrativo, professionale, inventivo, ammaliante nel suo sontuoso impianto dinamico e melodico-ritmico. L'elemento maggiormente caratterizzante nel complesso è stata la continuità: ogni brano si è sviluppato gradualmente con crescendo che hanno raggiunto un'elevata temperie, per poi concludersi con stop perentori e secchi, senza sbavature. Erano bandite le più estreme esasperazioni elettroniche, la contrastata e problematica concretezza del free, la cantabilità troppo sdolcinata e carezzevole del Pop. Continuo e costante, senza incertezze e digressioni è risultato anche il contesto tramato dai tre bravi e affiatati partner: Daniel Porter alle tastiere, Wes Stephenson al basso elettrico e il batterista Taron Lockett. Apprezzabile il sound mutevole che il trentaseienne leader e membro degli Snarky Puppy ha prodotto sulle sue chitarre, soprattutto quando il fraseggio si è fatto più lento e sgranato. È evidente che alle spalle della sua pronuncia si affolla e preme l'esempio di una folta schiera di chitarristi del Rock Jazz, ma si palesa anche lo spirito più autentico del blues, così come si è andato addensando dal periodo del R&B in poi.

La sera successiva si è tornati all'aperto al Parco Querini: di scena era il progetto "Heroes" (già su disco TUK) di Paolo Fresu, Petra Magoni e compagni, nel suo secondo concerto dopo la ripartenza dei concerti dal vivo. Tutti, in fase di preparazione di questa idea nel periodo pre-Covid, hanno partecipato all'approfondimento della musica di Bowie, contribuendo alla scelta del repertorio e agli arrangiamenti. A Vicenza il protagonismo della Magoni ha costituito non tanto la struttura portante del progetto, che è invece il risultato di tutto il collettivo, bensì il punto di riferimento costante per il lavoro di tutto il contesto strumentale. La sua presenza è risultata più impetuosa ed esasperata che mai, in ogni sua manifestazione: nel timing esagitato, nella pronuncia marcata e quasi coriacea, nella gestualità scenica, soprattutto nella variazione delle modulazioni vocali, sfociate in strozzature, sospiri e ruggiti. Sulla conduzione ritmica infallibile del binomio basso e batteria, rispettivamente Francesco Ponticelli e Christian Meyer, si sono intrecciate le voci della front line: oltre a Fresu, Filippo Vignato al trombone e sintetizzatore, in sostituzione di Gianluca Petrella, e Francesco Diodati alla chitarra e loop. Le loro funzioni e figurazioni si sono alternate sempre diverse: distendendosi a volte in lente, quasi solenni esposizioni all'unisono, imbastendo frenetici scambi di battute fra flicorno elettrificato e chitarra, o sostenendo più pacate enunciazioni melodiche da parte dei due ottoni a sostegno della cantante... Quando poi Fresu ha imboccato la tromba sordinata il pensiero è andato automaticamente a Miles.

Vicenza Jazz 2021 si è concluso, sempre al Parco Querini, nel segno del jazz newyorchese più attuale, ma nello stesso tempo più classico. Con un'amplificazione forse un po' troppo bassa rispetto all'ampiezza dello spazio, l'Antonio Sanchez Special Quartet ha presentato un approccio che potremmo definire senza timore mainstream. I brani, tutti tratti dagli album del leader, si sono aperti con l'esposizione all'unisono dei temi da parte dei due superlativi sassofonisti, Miguel Zenon e Donny McCaslin, che via via si sono alternati sviluppando i rispettivi assoli, secondo un arco dinamico in crescendo. Il loro linguaggio al sax contralto e al tenore è parso omologo, nel senso che la loro virtuosistica e forbita velocità di fraseggio non ha mai derogato da una costruzione logica e concatenata. Ineccepibile, come prevedibile, la funzione di ancoraggio ritmico sostenuta dal solido Scott Colley al contrabbasso e dal drumming del leader, che ha impreziosito la sua magistrale conduzione con una raffinatissima varietà di accenti. Nulla di particolarmente audace quindi sotto il profilo strutturale, nulla di emotivamente inebriante; eppure il controllo, l'eleganza, la naturalezza con cui l'interplay del quartetto e le sortite dei singoli hanno affrontato passaggi tecnicamente tutt'altro che semplici e scontati hanno prodotto momenti sublimi di comunione d'intenti, di intreccio delle voci, di scambio di ruoli, di spunti improvvisativi. La scelta di un simile atteggiamento mentale ha dimostrato anche quanto la ricerca di una perfetta rifinitura formale costituisca un valore importante per il jazz di qualsiasi epoca; quasi per proclamare orgogliosamente la propria appartenenza culturale, per sottolineare l'autonomia e l'unicità di uno specifico linguaggio musicale di sintesi.

Alcuni dei concerti pomeridiani sono stati ospitati in sedi prestigiose. Nel Salone nobile del Palazzo Chiericati, sede della Pinacoteca civica, si è tenuta l'esibizione del settetto in cui si uniscono le forze del trio Quai des brimes (clarinetto, chitarra e contrabbasso) e del quartetto d'archi AMF String Quartet. Ne è sortita una proposta decisamente colta e cameristica, non solo per il singolare repertorio affrontato, teso a rivisitare composizioni della musica francese a cavallo fra Ottocento e Novecento, ma anche per le dotte introduzioni dei singoli brani da parte del clarinettista Federico Benedetti, che ha interpretato le parti affidate al canto nelle composizioni originali. Salvo qualche accensione dinamica ravvivante, le interpretazioni si sono susseguite in modo elegante ed equilibrato, con una pacatezza forse un po' troppo accademica. Peccato che l'acustica troppo rimbombante della sala non abbia giovato alla pulizia del suono, anche a scapito della percezione da parte del pubblico.

L'acustica risonante, ampia e coinvolgente, della chiesa gotica di San Lorenzo non ha invece penalizzato uno degli appuntamenti multimediali più anomali e intriganti del festival, dedicato al concetto di spiritualità nel senso più ampio del termine. Il repertorio musicale approntato dal duo Gavino MurgiaFabio Giachino ha compreso composizioni dello stesso Murgia, connesse in qualche modo alla sua tradizione sarda, e temi di John Coltrane: immancabile "A Love Supreme," che ha dato il titolo al progetto e che è stato rivisitato a conclusione del percorso. All'eloquio pastoso, evocativo, avvolgente del sassofonista, al soprano e al tenore, ha fatto riscontro la sensibilità liturgica, solenne, imponente con cui Giachino ha suonato l'organo della chiesa con piglio sicuro, senza timori reverenziali e con notevolissime invenzioni melodiche e dinamiche. Parallelamente all'esecuzione di ogni brano, sono state proiettate su uno schermo a lato dei musicisti suggestive foto tematiche, scattate da Pino Ninfa in varie parti del mondo: dall'Amazzonia al Nepal, dall'India all'Etiopia, ma anche in Sardegna e Sicilia. Nelle immagini la spiritualità era rappresentata di volta in volta da aspetti della quotidianità, dalla convivenza di un'umanità tenace con una natura liquefatta e incontrastata, soprattutto dalla ritualità collettiva incrollabile delle varie tradizioni popolari esplorate.

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