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Dan Kinzelman: flusso di coscienza

Neri Pollastri By

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Dan Kinzelman, sassofonista e clarinettista statunitense da oltre un decennio residente in Italia, è ormai parte del panorama jazzistico nazionale ed è anche tra i suoi artisti più apprezzati, vuoi per le eclettiche e sorprendenti doti di strumentista, vuoi perché anima alcune delle più interessanti proposte del nostro jazz, dal trio collettivo Hobby Horse al suo quartetto Dan Kinzelman's Ghost, da Frontal di Simone Graziano fino al recente sestetto Ghost Horse.

All About Jazz: Sei americano, ma ormai a tal punto parte del panorama musicale nazionale che c'è chi se ne dimentica e ti considera italiano: come sei giunto nel nostro paese?

Dan Kinzelman: Premesso che tra non molto spero di diventare davvero italiano, perché mi sto organizzando per richiedere la doppia cittadinanza, in Italia sono arrivato per una serie di coincidenze. All'università mi ero appassionato allo studio delle lingue e avevo iniziato a studiare il tedesco (mia madre ha vissuto in Germania da giovane e ho anche remote origini tedesche per parte di padre). Contemporaneamente ho scoperto la produzione discografica della ECM, a quel tempo non facile da trovare negli USA se si escludono ovviamente Keith Jarrett e pochi altri artisti in catalogo. Avevo sentito qualcosa nella ricca discoteca che mio padre si era costruito da giovanissimo, che però non era aggiornatissima, perché dopo il matrimonio e con la mia nascita (io sono del 1982) mio padre aveva molto ridotto gli acquisti. Così, finita l'università, non avendo interesse a proseguire gli studi perché avevo bisogno di distanziarmi per un po' dall'accademia e non ritenendomi ancora pronto per iniziare qualcosa di mio, decisi di venire in Europa, scegliendo inizialmente la Germania per la lingua e perché l'ECM era diventata per me qualcosa di sacro. In Germania conobbi Emanuele Maniscalco, che più avanti mi invitò a suonare per la prima volta in Italia, presentandomi Giovanni Guidi. Con entrambi nacque subito un'amicizia molto profonda, cosicché mi chiamarono nei mesi successivi a fare alcuni concerti con loro in Italia. Giovanni in quel periodo stava mettendo in piedi il suo primo gruppo e avrebbe voluto che ne facessi parte, ma mi disse chiaramente che se rimanevo in Germania non sarebbe stato possibile. Così —era il 2005 —mi trasferii in Italia, inizialmente con un visto da studente, poi con uno da colf, infine con un visto regolare, per fare il musicista.

AAJ: Quindi anche la scelta di Foligno come luogo di residenza è legata ai tuoi rapporti con Guidi?

DK: Indubbiamente: ero stato a Foligno un paio di volte per fare delle prove con il suo gruppo, poi c'ero ritornato in occasione della prima edizione di Young Jazz, che mi era sembrato una specie di paradiso in terra con tutti quei gruppi di ragazzi di vent'anni, pieni di energia, accolti benissimo dalla città. Questo, assieme all'amicizia con Giovanni —che mi aiutò sia a svolgere le pratiche per il visto, sia a trovarmi una sistemazione —fece sì che scegliessi Foligno. In seguito il sodalizio artistico con lui è stato per me decisivo, tanto dal punto di vista della mia crescita come musicista, perché mi ha fatto scoprire tanta musica, quanto da quello più strettamente professionale. Grazie a lui ho infatti iniziato a suonare in giro in Italia, facendo anche le prime esperienze su veri palcoscenici e non, come ero abituato negli USA, in locali e caffè. Dal punto di vista della formazione la differenza è decisiva e ha contribuito a cambiare la maniera in cui percepivo il mio lavoro.

AAJ: Capisco benissimo: non solo molti giovani musicisti si lamentano della difficoltà di accedere a dei veri palcoscenici, perfino i direttori artistici più seri osservano con preoccupazione questo ostacolo che si pone ai giovani musicisti italiani.

DK: Io oramai non mi considero più un "giovane" e l'attività di insegnamento che faccio adesso mi fa riflettere sul mio percorso e su quelli che i veri giovani di oggi dovranno fare: vedo dei validissimi musicisti poco più che ventenni con grandi idee e sono davvero entusiasta di alcuni progetti che, ad esempio, stanno nascendo fra gli studenti a Siena Jazz dove insegno. Direi che il livello medio dei progetti emergenti si sta innalzando in maniera vertiginosa, ma purtroppo molti direttori artistici non si informano e non si aggiornano, oppure mancano di strumenti o del coraggio di rischiare. Perciò se non hai qualcuno di credibile che ti introduce, ti presenta, l'accesso al mercato concertistico per i giovani musicisti con i propri progetti è difficilissimo. Vedo un lume di speranza in alcuni festival e club che che si sbattono per dare spazio alle nuove proposte e agli artisti non ancora affermati: quando la proposta di musicisti sconosciuti viene curata bene, la risposta del pubblico (anche giovane) c'è, perché di cose interessanti ce ne sono in giro; ma è un lavoro lungo, che richiede coraggio e convinzione. Mi auguro che la cosa si diffonda maggiormente e che tutti i festival aprano spazi nei quali possano suonare ed emergere i giovani musicisti: è l'unica speranza che abbiamo anche per rinnovare il pubblico e rimanere collegati alla contemporaneità. A medio-lungo termine poi, mi auguro che si inizi anche a fare un lavoro più serio di promozione del jazz italiano all'estero. Ritengo che non abbiamo nulla da invidiare ad altri paesi sul piano qualitativo, anzi. Ma c'è un grosso lavoro da fare, non da parte nostra ma da parte di chi si occupa della promozione culturale, che deve mettere in campo anche un'opera di sviluppo del pubblico, di promozione dell'ascolto critico, altrimenti la bolla di innovazione che adesso sta gonfiando rischia di implodere.

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