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Volapük

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Area Sismica - Forlì - 12.04.2008

Volapük è il progetto principale (anche se non certo l'unico) del vulcanico Guigou Chenevier, il quale, in qualità di batterista degli Etron Fou Leloublan, fu negli anni '70 uno dei fondatori del movimento musical-politico europeo di Rock in Opposition. Chenevier è uno degli amici di lunga data dell'Area Sismica e si può dire che non passi stagione senza che uno dei suoi progetti faccia tappa in quella che in qualche modo è un po' anche casa sua, dal momento che esiste fra l'artista francese e il locale romagnolo anche una collaborazione nell'organizzazione di eventi musicali internazionali.

Con un organico elettro-acustico (i fiati di Michel Mandel, il violoncello elettrico di Guillaume Saurel, il violino di Takumi Fukushima e la batteria, l'elettronica e gli oggetti del leader) la musica dei Volapük è un'amalgama di rock evoluto, sonorità cameristiche e atmosfere etniche e minimaliste, quasi miracolosa per la naturalezza e l'equilibrio che riesce a raggiungere.

Il merito va cercato nella musicalità e nella grande intensità di tutti e quattro i musicisti, artefici di una musica che non rinuncia mai all'espressività, che sembra sempre voler raccontare qualcosa o dar forma a un qualche stato d'animo; la padronanza tecnica e strumentale non è mai esibita, ma sempre messa al servizio dell'espressione di un'emozione o di un pensiero. E soprattutto, quello che accomuna i quattro è una vena lirica che non li abbandona mai e che scorre sempre - in superficie o sotterraneamente - nella loro musica, sia nei momenti più delicati e languidi, sia in quelli più aggressivi e sferzanti.

Queste doti vengono valorizzate al massimo e condensate soprattutto nel talento compositivo del gruppo, e di Chenevier in particolare; la bellezza, la coerenza e l'equilibrio dei suoi brani, concepiti con una visione d'insieme capace d'imprimere loro uno sviluppo fluido e mai forzato, sono forse quello che più conquista ascoltandoli.

Questo importante aspetto è stato assente nel concerto di sabato scorso, perché il gruppo ha deciso di non proporre brani esistenti e di dedicare tutto il concerto all'improvvisazione. Ma quello che poteva essere il punto debole della serata (e che in effetti, in qualche breve momento, può aver causato alcuni cali di tensione) è stato invece l'occasione per confermare ancora una volta le doti del gruppo e dei singoli di cui si è detto. Il lirismo, la visione d'insieme, la capacità di concepire un discorso musicale ampio e coerente, in grado di svilupparsi senza perdersi in digressioni, ha fatto sì che, più che improvvisazioni, quello che si è potuto ascoltare in buona parte del concerto sono state vere e proprie composizioni istantanee, con tutta l'aria e lo spessore di veri brani e non di invenzioni estemporanee. Merito appunto di quella sensibilità e di quella visione complessiva del discorso musicale del gruppo di cui si è detto.

Dell'estro e dell'inventiva percussiva di Chenevier ormai c'è poco da dire; sono cose risapute e non destano sorprese. Eppure ogni volta si rimane ammirati di fronte all'esuberanza della sua creatività, alla musicalità che riesce a esprimere dietro ai tamburi, ma anche percuotendo e manipolando i vari oggetti che si porta sul palco, all'eleganza e al lirismo del suo tocco e del suo stile, che sono sempre presenti, anche nei passaggi più energici e aggressivi.

Il lirismo, come già detto, è comunque la dote che forse più di tutte accomuna tutti e quattro i musicisti. Michel Mandel al clarino è elegante, intenso e suggestivo. Tecnicamente impeccabile, è capace di dispiegare ampi fraseggi, ma la sua specialità è soprattutto l'iterazione di cellule e frasi melodiche, sulla scorta della lezione minimalista, ma anche della musica etnica e orientale, con un effetto potente e incantatore.

Altrettanto suggestivo è il violoncello di Guillaume Saurel, anch'esso intriso di lirismo in ogni sua nota, fortemente emotivo e comunicativo. Oltre allo stile, spicca la bellezza, la pulizia e la rotondità del suo suono, tanto più degno di nota in quanto proveniente da un violoncello elettrico, che di solito manca della pienezza e del calore del suono dello strumento acustico. Non è comunque mancata anche qualche impennata di aggressività, con alcune aspre sferzate di distorsione.

Infine, Takumi Fukushima come al solito, oltre il suo strumento, ha accarezzato le orecchie e il cuore con la sua voce, fragile e un po' infantile, e per questo bella e ammaliante. Strumentalmente anche lei impeccabile e dotata di grande intensità e lirismo, è però sembrata stavolta più defilata e meno in forma rispetto a precedenti occasioni in cui si è potuto ascoltarla dal vivo.

Nel bis il gruppo ha eseguito l'unico brano scritto della serata: “Coca-Cola”, una vecchia canzone composta da Chenevier insieme a Tom Cora, riproposta per ricordare il decennale della morte del compianto violoncellista americano.

Un'ennesima conferma del valore di un gruppo e di musicisti che non hanno peraltro bisogno di confermare alcunchè.

Foto di Claudio Casanova

Altre immagini di questo concerto sono disponibili nella galleria immagini.

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