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Metastasio Jazz 2020

Neri Pollastri By

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Metastasio Jazz 2020
Varie sedi
Prato
29.1-27.2.20

Metastasio Jazz ha quest'anno tagliato il traguardo delle venticinque edizioni e, nonostante il budget certo non da capogiro, ha ancora una volta proposto agli appassionati e al pubblico del teatro pratese un programma di tutto rispetto, che affiancava virtuosamente omaggi alla storia del jazz e proposte decisamente all'avanguardia.

Ne sono stati prova i due concerti che hanno segnato l'inizio e la fine del festival, entrambi svoltisi all'esterno degli spazi del Metastasio, che erano in netto (e ammirevole) contrasto stilistico tra loro: il primo, anteprima tenutasi il 29 gennaio presso il prestigioso Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci, ha proposto—come "festa danzante" invece che come concerto—l'inetichettabile Don Karate, progetto del batterista fiorentino Stefano Tamborrino che guarda oltre il jazz e si spinge su territori a esso anche lontani; il secondo, svoltosi al Teatro Politeama in collaborazione con la Camerata Strumentale Città di Prato, ha invece presentato un programma sinfonico che includeva un inedito di Paolo Silvestri e The River di Duke Ellington.

Tamborrino, affiancato da Pasquale Mirra al vibrafono e Francesco Ponticelli al basso elettrico, dal rapper e dj Francesco Morini, ma anche dalle proiezioni dell'artista visivo Paolo Pinaglia, ha per l'occasione presentato il primo album della formazione, appena uscito solo su vinile (lo scorso anno l'artista fiorentino aveva realizzato, sempre come Don Karate, I Dance to the Silence singolare lavoro in solitudine uscito solo su cassetta, nel quale non usa mai la batteria...). Musica in equilibrio tra molti generi, che richiamava il rock, l'ambient, l'hip hop, la musica elettronica—tutti e quattro i musicisti sul palco vi mettevano mano— con energia ma anche usando pause e ondeggiando tra suoni astratti, con gioia e malinconia, ora picchiando con forza tra la batteria e basso elettrico, ora invece giocando sui suoni cristallini del vibrafono o le screziature dell'elettronica. Il tutto con il valore aggiunto delle immagini, che mutavano foggia senza sosta alle spalle dei musicisti, coloratissime e suggestive. Di jazz sembrava essercene poco, o forse c'era, ma di una pasta diversa rispetto a quella a cui siamo abituati. Ottimo preludio a un festival che aveva per tema chiave "le cose cambiano."

La vera e propria serata inaugurale, al Teatro Metastasio lunedì 3 febbraio, è invece tornata alla tradizione del jazz, sebbene in quella sua fase contemporanea e infarcita di valenze sociali e politiche qual è stata la Liberation Music Orchestra di Charlie Haden, le cui musiche sono state riprese e rielaborate dalla Martini Big Band, formazione del Conservatorio Bolognese G.B. Martini con una prevalenza di giovani musicisti diretti da Michele Corcella (autore delle orchestrazioni), che per l'occasione ospitava come solista Gianluca Petrella. Il concerto è stato una delle sorprese del festival, risultando ben lungi dall'essere un semplice omaggio d'occasione: la oculata ricomposizione dei momenti più belli di ciascuno dei quattro album principali della Liberation in altrettante suite; la loro riproposizione in un organico diverso e con alcune suggestive originalità, su tutte la presenza di ben quattro voci; la bravura di tutto l'organico, con alcuni elementi di spicco; la presenza di un solista della qualità di Petrella, qui messosi eccellentemente al servizio di una musica dotata di maggiore lirismo e narratività di quella che è solito suonare; tutto questo ha esaltato la bellezza delle musiche originali, rievocandone al contempo il loro contenuto extramusicale e producendo una serata di incantata bellezza.

La domenica successiva, per i mattutini eventi off presso la Scuola di Musica Verdi, splendido concerto in piano solo di Alessandro Giachero, che ha sorpreso solo chi ancora non conoscesse le qualità di questo musicista, senza dubbio uno dei più interessanti (e meno valorizzati) del nostro paese. Il pianista alessandrino, da tempo residente in Toscana, si è prodotto in una lunga esplorazione della tastiera senza soluzione di continuità, nel corso della quale ha attraversato scenari contemporanei, jazzistici, classici, sperimentali—non sono infatti mancati interventi diretti sulle corde e piccole "preparazioni" dello strumento in corso d'opera per modificarne il suono. Ciò ha permesso a Giachero di alternare momenti astratti e spigolosi, altri quasi neoromantici, altri ancora jazzistici e finanche venati di blues, variando ritmi, velocità e dinamica e mettendo in atto un'ampia varietà di approcci alla tastiera. Il tutto con grande coerenza nelle transizioni e senza sfoggio di tecnica, bensì sempre con un preciso discorso narrativo in mente. Il risultato è stata quasi un'ora e mezza di musica intensissima, affascinante e coinvolgente, seguita dal pubblico con una palpabile attenzione e salutata alla fine con un'acclamazione entusiastica. Per chi scrive uno dei concerti più belli dell'intera rassegna.

Lo special pianistico del festival è proseguito il giorno successivo, Lunedì 10, al Teatro Fabbricone, con altri due concerti, il duo di Eve Risser e Kaja Draksler e il solo di Alexander Hawkins.

Il duo femminile franco-sloveno era molto atteso, poiché entrambe le pianiste sono considerate dalla critica tra i più interessanti talenti europei emergenti; inoltre, il loro non era un incontro d'occasione, avendo alle spalle una collaborazione collaudata e un album, To Pianos, uscito nel 2018. E il loro concerto si infatti mosso sulla falsariga del disco, avendo in programma un brano della Risser, due improvvisazioni, una composizione minimalista della Draksler e un omaggio a Carla Bley, "Walking Batterie Woman." Gli esiti sono tuttavia stati oltremodo deludenti: apprezzabili ma privi di momenti memorabili i brani della Risser e della Bley, tutto sommato noioso e anacronistico quello della Draksler, il fondo si è toccato con le improvvisazioni, apparse slegate e prive di un'idea guida, a tratti davvero imbarazzanti. Ascoltando e guardando le due veniva in mente il celebre motto "l'improvvisazione non s'improvvisa," che qui sembrava francamente essere smentito.

Decisamente diverso il concerto successivo, nonostante tra Hawkins e le artiste che lo avevano preceduto ci siano non poche affinità, tanto che il pianista inglese è autore delle note di copertina del loro disco. Qui l'intensità e la coerenza narrativa non sono mai venute meno a un artista che ha sfoggiato grandi capacità tecniche e l'abilità di passare da fraseggi articolati e complessi—sebbene perlopiù d'estrazione contemporanea più che propriamente jazzistica—a tambureggiamenti percussivi e cascate di clusters cristallini. Spettacolo sempre ammirevole e a momenti davvero entusiasmante, che ha forse peccato di una certa ridondanza, quasi che la tecnica avesse il sopravvento sulla poetica. Ma qui, probabilmente, nella valutazione entrano in gioco i gusti personali.

Lunedì 17, preceduta la domenica mattina dalla conferenza—come al solito gustosissima—del direttore artistico Stefano Zenni dedicata all'Art Ensemble of Chicago, Silvia Bolognesi—che dell'Ensemble è ormai membro stabile—ha diretto al Teatro Fabbricone la sua Fonterossa Open Orchestra, formazione di oltre trenta elementi della quale abbiamo parlato altre volte e che per l'occasione presentava il primo album. Come noto si tratta di un organico che la Bolognesi dirige con una sorta di conduction del tipo di quella da lei appresa da Lawrence D. “Butch” Morris, così da improvvisare un concerto a partire da materiali messi a punto provando, ma ricomposti e variati all'istante attraverso indicazioni gestuali, cartelli, etichette esposte ai musicisti. Ne scaturisce qualcosa di abbastanza indescrivibile, caratterizzato da continui cambi di scena, grande intensità dinamica, palpabile gioia di suonare, nel quale la componente scenico-teatrale ha un'importanza non secondaria, nonostante non vi si calchi la mano tanto da farla prevalere sulla musica. Rispetto ad altre performance alle quali avevamo avuto modo di assistere, tutte molto belle, l'orchestra è parsa cresciuta dal punto di vista dei meccanismi interni, comprensibilmente non facili da rodare visto il numero dei componenti e il fatto che alcuni di essi vivono anche molto lontano dalla sede delle prove, che è Pisa. Da sottolineare come, pur trattandosi di una musica certo un po' particolare e atipica—perlopiù priva di una chiara componente melodica, costantemente mutevole, spesso apparentemente caotica—la risposta del pubblico sia stata entusiastica: i ritmi, l'energia, la felicità di chi suonava hanno contagiato la platea, lasciando un segno forte. E questa è una bella notizia per la musica creativa.

Come detto, il festival si è concluso Giovedì 27 febbraio al Teatro Politeama all'insegna della tradizione, con un preambolo la domenica mattina, quando Luca Bragalini ha parlato di Ellington in una dotta conferenza sulla sua ultima opera sinfonica, Three Black Kings, ottima introduzione ai due lavori proposti dalla Camerata Città di Prato diretta da Paolo Silvestri, alla quale si aggiungevano Antonino Siringo al pianoforte, Andrea Tofanelli alla tromba e Walter Paoli alla batteria, che l'anno scorso proprio a Metastasio Jazz avevano proposto in trio un lavoro su Sun Ra. Il programma prevedeva in prima assoluta la composizione dello stesso Silvestri Anima verde speranza. Fuga di cuori e cervelli per grande orchestra e, a seguire, The River di Ellington. Due pezzi per certi versi vicini, perché quello di Silvestri, realizzato pensando al dramma delle migrazioni contemporanee, era una suite in dieci parti, ciascuna delle quali dedicata a un grande jazzista, da Coltrane a Ellington, passando per Ornette, Carla Bley e Wayne Shorter. Dunque, qui la tradizione sinfonica si volgeva verso il jazz, così come in Ellington il jazz si volge verso la tradizione sinfonica. Aldilà dei dettagli, la differenza era forse in una diversa intensità ritmica e in uno spazio leggermente più ampio per i solisti a vantaggio del brano di Ellington, di fronte al quale comunque quello di Silvestri era ben lungi dallo sfigurare. Tradizione, certo, e per giunta congiunta a quella "classica" della quale la Camerata (e il suo pubblico) sono parte; ma l'innovazione passa anche dal confronto con la tradizione, a condizione che non si transiga sulla qualità, che in questo caso era innegabilmente alta.

Degna conclusione, quindi, di un festival come sempre all'altezza: le cose cambiano, ma la qualità resta immutata.

Foto: Marco Benvenuti.

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