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Vicenza Jazz New Conversation 2007
La serata di martedì 15, all'Auditorium Canneti, ha visto dapprima il progetto su Curtis Mayfield di William Parker: già applaudito a Roma in occasione del festival "New York Is Now!", The Inside Songs of Curtis Mayfield è, tra le "creature" di Parker, quella che con maggiore immediatezza rende la vivacità dell'universo "black" cui il contrabbassista fa riferimento.
Sul palco dell'Auditorium sono così saliti insieme a Parker e alla batteria di Hamid Drake, Dave Burrell al piano, Sabir Mateen a sax alto e tenore, Darryl Foster al tenore, Lewis "Flip" Barnes alla tromba e le voci di Leena Conquest e Amiri Baraka, yin e yang [tra canto e parola] del messaggio di Mayfield, una formazione cui sono bastati pochi minuti per entrare a pieno regime e travolgere il pubblico con un'energia a tratti sopraffacente.
Dopo una lunga introduzione, il gruppo ha accompagnato Baraka nella lettura di uno dei suoi lavori più controversi, quel "Somebody Blew Up America" scritto subito dopo l'11 settembre: la voce tagliente del poeta ha scagliato una volta ancora la sua serie di "who" e gli scomodi interrogativi, confermandosi un elemento ancora imprescindibile della cultura afroamericana contemporanea.
Mayfield è giunto dopo, sulle note di "Don't Worry if There's a Hell Below", su quelle delle "Inside Songs" scritte da Parker, e con l'immortale "People Get Ready", in un crescendo emozionale di intrecci tra la voce della Conquest e i fiati. Il breve bis ha visto la Conquest e Drake in una splendida versione di uno dei brani più celebri degli Impressions, "I'm So Proud".
Davvero difficile trovare le parole giuste per riassumere il concerto: rispetto alla serata di Roma la band è sembrata per alcuni aspetti più sfilacciata, con diversi cambi effettuati un po' "a vista" e qualche sbavatura, ma l'intensità della musica che si è ascoltata è stata tale da annullare qualsiasi imprecisione. I fiati hanno trovato uno straordinario bilanciamento espressivo, lasciando a Mateen il ruolo di guastatore [ma anche Foster si è ritagliato un paio di assoli notevolissimi] e unendosi in riff sempre frementi.
L'equilibrio non facile tra il canto della Conquest [ancora una volta bravissima, pur se penalizzata dal microfono un po' basso] e l'imprevedibile irruenza delle parole di Baraka, ha trovato via via una sua armonia, sorretto dalla spinta incessante di Parker e Drake. Il pubblico ha risposto con grandissimo calore a quello che, in definitiva, è stato un concerto da non dimenticare.
Dopo una breve pausa Parker è tornato sul palcoscenico per l'atteso duo con Anthony Braxton, nuova tappa di questi "pezzi unici" che vedono il polistrumentista dialogare o triangolare con diversi artisti. Rispetto ai concerti con la presenza della batteria, il vis a vis ha portato il "gioco" più dalla parte di Parker, che è parso dettare diversi momenti, ma l'ottimo esito dell'incontro è da ascrivere alla grande sensibilità di entrambi gli improvvisatori, che si sono molto ascoltati.
Se sul walking del contrabbassista Braxton ha lavorato al contralto con un suono graffiante e una costruzione melodica che affiancava momenti più distesi a altri di veemente concitazione, sono stati emozionanti anche le parentesi in cui entrambi hanno lavorato con gli strumenti a fiato, spostando il peso specifico dell'improvvisazione su tessiture di tipo folklorico e spirituale. Un'occasione davvero speciale.
Il mercoledì ci si è spostati al Teatro Astra per una serata interamente dedicata al jazz tedesco. Se la scelta di trasformare il Teatro Astra in un Jazz Club nel quale si sono esibiti in settimana anche molti musicisti italiani con tanto di bar in sala poteva essere simpatica, si è purtroppo rivelata un bel boomerang nel momento in cui la musica proposta richiedeva come nel caso dei tre gruppi "tedeschi" condizioni di ascolto ben più silenziose e rispettose.
Tutta la serata è stata infatti infastidita dagli insistenti rumori del bar [tritaghiaccio, bottiglie, bicchieri, sgabelli, risate, chiacchiere ad alta voce], costringendo più volte il pubblico a tentare di zittire l'inevitabile sound dell'ambiente.
Venendo alla musica, si è dapprima ascoltato un quartetto con Joachim Kuhn al pianoforte, Gerd Dudek e Claudio Fasoli al sax e il giovane batterista Christian Lillinger, gruppo in cui l'ottimo pianismo di Kuhn si è ben sposato con due concezioni sassofonistiche complementari [più dionisiaca quella di Dudek, a tratti noiosetto, più apollinea a e astratta quella di Fasoli] e con l'irruenza a tratti incontenibile del giovane talento della batteria. Interessante, forse un po' lungo.
Estremamente concisi e tremendamente efficaci sono stati, come prevedibile, Evan Parker, Alex Von Schlippenbach e Paul Lovens, da oltre trentacinque anni una delle formazioni "chiave" dell'improvvisazione europea. Anche sul palco vicentino i tre non si sono risparmiati, con una tirata lunga oltre quaranta minuti in cui sono emerse energia, fantasia, capacità di sorprendere.
Se Parker [al tenore] si è concentrato in dense volute, Schlippenbach ha trovato modalità progressivamente spiazzanti di dialogo con i compagni e Lovens si è confermato come uno dei batteristi più originali e travolgenti del jazz europeo. Splendido set.
A notte alta sono saliti sul palco i quattro del Zentralquartett, gruppo di punta del jazz di quella che allora era la Germania dell'Est: riprendendo alcuni temi del loro recente disco dedicato alla musica popolare tedesca, i quattro hanno proposto un set godibilissimo, in cui è emersa la disumana bravura di Conrad "Connie" Bauer al trombone e la pungente comunicativa delle percussioni di Gunther Baby Sommer. Con melodie danzanti e accensioni free, il Zentalquartett ha concluso felicemente la lunga notte del jazz tedesco.
Foto di Angelo Leonardi, Pino Ninfa e Claudio Casanova (dall'alto in basso)
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