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Umbria Jazz Winter
Quest'anno a Orvieto la presenza di maggior prestigio è stata quella del quartetto di Jim Hall, Bill Frisell, Scott Colley e Joey Baron, che si è esibito ogni giorno per tutta la durata del festival. In pratica una formazione senza leader, ma piuttosto un incontro fra due maestri della chitarra di diverse generazioni, affiancati da due partner d'eccezione. Un quartetto che nella parte centrale di ogni concerto ha lasciato il posto al duo di chitarre.
Nella sostanza il repertorio, le intenzioni e i risultati non sono cambiati da un concerto all'altro; tuttavia, a conferma di quanto l'improvvisazione jazzistica risenta dell'ispirazione del momento e soprattutto delle condizioni ambientali contingenti, nelle varie esibizioni si sono riscontrati gradi non poco diversi di concentrazione, di implosione o esternazione emotiva. Il che ha influito sulla fluidità melodica, sull'andamento dinamico e ritmico, sulla più o meno vistosa esposizione dei singoli.
I quattro hanno filtrato un linguaggio parsimonioso, fatto più di vuoti che di pieni, più di sottrazione che di ridondanze. Si è così svolto un dialogo a basso (a volte bassissimo) volume, rispettoso e sussurrato, intessuto più di reticenze che di enfasi, più di sottintesi che di sottolineature e ripetizioni.
A ben vedere la qualità dell'interplay e la sostanza musicale sono state determinate prevalentemente dal mondo estetico del settantanovenne Hall: la varietà armonica da lui perseguita all'interno dello stesso brano ha raggiunto in alcuni casi una straniante astrazione; il suo singolare timing, basato su sospensioni e ritardi, ha creato un tipo di swing teso e un po' inquietante. Una concezione la sua in cui il controllo della ragione inibisce sia il ricorso a soluzioni stereotipate e plateali, sia l'esposizione troppo esplicita delle emozioni, elaborando una poetica personalissima, calibrata e intimista.
Hall è un caposcuola riconosciuto, tanto che Frisell, ma anche Colley e Baron, possono considerarsi suoi allievi ideali. Il loro adeguamento alle implicite direttive dell'anziano maestro è quindi risultato istantaneo e naturale. Frisell, che sembra aver ormai mutato definitivamente il suo stile chitarristico rispetto agli esordi, ha assecondato il collega con un fraseggio allusivo e tenue, a tratti più fluido e dolce. Il contrabbassista ha inserito note rotonde e smorzate, mentre il batterista ha intercalato un drumming impalpabile, sia pure reso spumeggiante dalla varietà delle accentazioni.
I concerti del quartetto/duetto hanno rappresentato dei veri e propri distillati di essenzialità!
Se la collaborazione fra i due chitarristi vantava dei precedenti, quella fra John Clayton e John Patitucci ha costituito la più stimolante produzione originale della diciassettesima edizione di Umbria Jazz Winter. Nonostante che i due contrabbassisti in gioventù abbiano avuto il medesimo insegnante di strumento, prima dell'esperienza orvietana si erano incontrati solo una volta in un college americano, dove avevano suonato in forma del tutto privata.
Clayton ha incarnato l'anima elegante e classica del contrabbasso, Patitucci quella più estrosa ed anche energica. Ma, per un flessibile gioco delle parti, i ruoli si sono intercambiati e compenetrati, dando luogo a vari set non solo briosi e godibilissimi, ma anche di alto valore jazzistico.
Com'era già accaduto due anni fa, John Clayton si è esibito più volte in duo anche con il figlio Gerald. Il giovane pianista si muove all'interno della tradizione del piano jazz con qualche reminiscenza classica, senza mai apparire derivativo. Il suo tocco ha acquisito una grande varietà e il suo senso ritmico un'evidente flessibilità e funzionalità, rendendo le sue interpretazioni intimamente personali, di un fascino discreto e intrigante.
Non è facile prevedere se nei prossimi anni, come alcuni sono pronti a scommettere, Gerald sarà in grado di inserirsi fra i numero uno del pianismo internazionale; sta di fatto che nel panorama attuale egli conferma di essere un sicuro talento, dotato di tecnica e buon gusto. A parte alcune sortite imperiose, in questo caso la presenza di John è stata quella dell'accompagnatore affidabilissimo, oltre che del padre visibilmente compiaciuto.
In occasione del centenario della nascita di Django Reinhardt, che cade il 23 gennaio 2010, il Rosemberg trio è stato invitato a dedicare un doveroso omaggio al capostipite del gipsy jazz. Su un repertorio composito, comprendente propri original, standard jazz e cavalli di battaglia di Django, il virtuosismo del chitarrista solista Stochelo Rosemberg ha unito una dinamica variata, a tratti frenetica, a un sound imprevedibilmente morbido e sfumato. L'atmosfera del trio è stata però caratterizzata anche dalla sonorità ronzante e avvolgente dell'implacabile sostegno fornito dai consanguinei Nous'che e Nonnie Rosemberg, rispettivamente chitarra e contrabbasso.
Persistenza e attualizzazione di una gloriosa tradizione europea!
La chitarra è stata dunque la protagonista del festival. Nelle mani di John Scofield essa ha assunto spesso quelle inflessioni desunte dal folk statunitense, che fanno parte integrante del background e dello stile di Frisell, ma che Frisell non ha esibito nel contesto sopra recensito. La comunicativa di Scofield è stata diretta, esplicita, il suo linguaggio marcato da ampi intervalli armonici e da note sgranate, dalle risonanze riverberanti. Una pronuncia omologa ha esposto Larry Goldings, che si è destreggiato con abilità al piano, all'organo Hammond ed altre tastiere. Nelle apparizioni del duo non sono mancati tesi classici del bop, languide ballad e momenti di concretezza bluesy.
Al Teatro Mancinelli, la sera del 3 gennaio, due gruppi italiani hanno siglato questa edizione di Umbria Jazz Winter, accompagnata in ogni occasione concertistica da un'enorme successo di pubblico.
Come già sul disco 33 il Trio di Roma (Danilo Rea, Enzo Pietropaoli e Roberto Gatto) ha rivisitato musiche da film, dandone un'interpretazione fluente, rapsodica, in cui la delicatezza descrittiva si è evoluta in dense accensioni dinamiche e la continuità narrativa è approdata talvolta a stop improvvisi. La frequentazione che lega i tre romani fin dai loro esordi e la classe acquisita con l'esperienza hanno conferito alla loro musica una coesione invidiabile, una granitica sicurezza. Per quanto si tratti di un trio eminentemente paritario, sarebbe ingiusto non riconoscere al superlativo Rea, anche per via dello strumento che suona, un peso preponderante nel tracciare le direzioni da prendere di volta in volta.
Si è chiuso in bellezza con l'Enrico Rava Parco della Musica Jazz Lab, l'unico progetto ad esibirsi una sola volta all'interno del festival. Temi gershwiniani sono stati rivisitati da una larga formazione che oltre al leader, a Gianluigi Trovesi e Gianluca Petrella in veste di ospiti, era completata da alcuni dei più agguerriti giovani talenti dell'attuale panorama jazzistico italiano: Francesco Fratini e Mauro Ottolini agli ottoni, Daniele Tittarelli e Dan Kinzelman alle ance, Giovanni Guidi al piano, Marcello Giannini alla chitarra, Stefano Senni al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria.
Di fondamentale importanza si sono rivelati gli arrangiamenti di Kinzelman, che con scrittura mai accademica ha distribuito colori e dinamiche, progressioni collettive e spunti individuali; soprattutto a interventi solitari di Guidi e Ottolini sono stati affidati incipit e passaggi di cerniera. Ognuno è stato chiamato a contribuire con precisione e partecipazione alle parti d'assieme, ma ha usufruito anche di spunti solistici: non è un caso se le voci più esposte e di maggiore peso specifico sono risultate quelle di Petrella e Trovesi, oltre ovviamente a quella del leader. Le famose pagine di Gershwin hanno così acquistato ora una sanguigna corposità, ora un brio ritmico insospettato, ora perfino sfumature quasi scanzonate.
Il concerto orvietano ha rappresentato la prima data di un progetto impegnativo che nei prossimi mesi circolerà per l'Italia, prevedibilmente acquisendo una consistenza sempre maggiore.
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