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Umbria Jazz Winter
Che Stefano Bollani fosse un mattatore, quasi un camaleontico trasformista del pianoforte lo si sapeva. La definitiva conferma è venuta da Umbria Jazz Winter, dove la defezione di Joao Gilberto, bloccato a Bahia per un'ernia inguinale, ha spinto gli organizzatori a riempire due serate al Teatro Mancinelli rivolgendosi in extremis al pianista toscano, per altro già previsto in cartellone con tre duetti e con la formazione di Roberto Gatto. Dall’1 al 4 gennaio Bollani si è quindi trovato a esibirsi a Orvieto in sei contesti differenti, dando prova della sua duttile vena creativa, delle varie frecce di cui dispone al suo arco. Se in un paio di circostanze ha anche fatto ricorso alla sua verve umoristica, scanzonata e un po' surreale (non sempre indispensabile e funzionale), ciò non ha comunque svilito il percorso musicale, che si è articolato in varie direzioni con buon gusto, virtuosismo tecnico e convinzione.
In sostituzione di Joao Gilberto, Bollani ha concepito e diretto con grande equilibrio registico un omaggio sincero, senza eccessi, alle varie forme della musica brasiliana. Ne è sortita una carrellata di esecuzioni sia in solo, rigenerando con incessante creatività brani arcinoti, sia con vari ospiti che si sono alternati sul palco: l'affiatato abbinamento fra il tenore di Mirko Guerrini e il clarinetto di Nico Gori; la ruspante clarinettista Anat Cohen, israeliana ma residente negli States ed elemento di spicco, assieme a Claudio Roditi, del Duduka Da Fonseca Quintet; Nicola Stilo, flautista volatile e di lunga esperienza; Marcos Sacramento, astro nascente del canto brasiliano, dalla voce morbida e ben modulata, per la prima volta in Italia. Tutti si sono dimostrati all’altezza della situazione, affrontando la serata con grande partecipazione e professionalità, considerato anche l’esiguo tempo a disposizione per le prove.
Nel concerto dei Visionari, quintetto costituito da Bollani ormai cinque anni fa e dal repertorio ben collaudato, deviazioni su un terreno cabarettistico, del tutto preordinate, si sono innestate su impianti melodici accattivanti d’impronta tipicamente italica. Anche in questo caso hanno risaltato gli intrecci fra i sax di Guerrini e i clarinetti di Gori. Pertinente il sostegno di Stefano Senni al contrabbasso e insostituibile la presenza di Cristiano Calcagnile alla batteria
Il quintetto di Roberto Gatto, una all stars italiana che ha chiuso il festival anticipando di circa un mese l'uscita del CD The Music Next Door, ha visto Bollani al piano e al Fender Rhodes, ripreso per l’occasione dopo un decennio. Il gruppo era completato da Paolo Fresu, sempre carismatico alla tromba e flicorno, dall'esperto Rosario Bonaccorso al contrabbasso e dall'emergente Daniele Tittarelli al soprano e contralto. Dopo il primo brano alquanto scolastico, la gradevolezza dei temi (del leader, oltre che di Leoncavallo, Morricone, Elvis Costello...) e soprattutto gli arrangiamenti hanno avviato sviluppi fluenti e assoli significativi, concretizzando un'atmosfera rilassata e comunicativa.
Il pianista ha inoltre affrontato tre diversi duetti. Nel consolidato sodalizio con Enrico Rava il suo atteggiamento è risultato concentrato e misurato, relativamente rispettoso. In questo caso infatti più che la sorpresa o la dissacrazione si è trattato di materializzare una magia sottile, una poesia domestica e struggente, insita anche nei brani brasiliani prescelti, per la maggior parte del grande assente Joao, come in "Estate" di Bruno Martino. Semmai l'ironia è emersa in alcuni temi insinuanti del trombettista. In definitiva un set intenso, basato sull'equilibrio, sul passaggio sapiente da un umore ad un altro.
Nella performance totalmente improvvisata da Bollani e Antonello Salis la musica è stata invece sovrastata da una vena sarcastica e autodissacrante, quasi i due non volessero prendersi troppo sul serio. L'inventiva, l'indubbia sintonia d'intenti, l'imprevedibilità di tecniche eterodosse e una sovreccitazione di stampo espressionista hanno comunque prodotto momenti musicali d’indubbia intensità, come per esempio nella versione mozzafiato di "Caravan".
Altrettanto non preordinato il duetto fra Bollani e Martial Solal, il quarto in assoluto fra i due pianisti in alcuni anni. In questo caso è prevalso un approccio meno irruento, più raffinato, più citazionista, maggiormente giocato sullo swing e sull'improvvisazione tematica (fra gli standard rivisitati "Cheek to Cheek", "Take the A Train", "Lover Man"). Insomma si sono sviluppati un interplay e un set più tradizionalmente jazzistici.
Sempre in questa direzione, ma più ancorato alle armonie di base e ad una canonica alternanza fra i ruoli di solista e accompagnatore, si è svolto l'incontro fra Martial Solal e il vibrafonista americano Joe Locke, dando vita a un concerto corretto, elegante, ma senza sussulti. Il pianista francese ha sostenuto anche una solo performance inappuntabile, confermando la verve e la fantasia armonica del suo personale pianismo. Si è inoltre simpaticamente sottoposto ad un Blinfold Test preparato dal critico Ted Panken di Down Beat, incentrato su una dozzina di pianisti americani ed europei.
Sul pianoforte si è dunque basata buona parte del cartellone della sedicesima edizione di Umbria Jazz Winter. Come già sul disco CAM, le "fantasie" di Enrico Pieranunzi sulle composizioni di Domenico Scarlatti hanno alternato con gusto e fluidità interpretazioni testuali e variazioni improvvisate, quasi a sottolineare le analogie e la continuità esistenti fra l'approccio, il metodo compositivo e performativo di alcuni maestri della musica classica e quello prettamente jazzistico. Il caldo timbro del Fazioli gran coda ha esaltato l'espressività del tocco del pianista romano, che in un paio di concerti si è anche misurato in duo con Rosario Giuliani. Un sound corposo, un eloquio esplicito e solare hanno caratterizzato il loro interplay, con risultati avvincenti nei brani veloci, un po' leziosi in quelli lenti.
Per cinque pomeriggi consecutivi la Sala del Carmine ha ospitato il singolare progetto multimediale "Belle Epoque Suite", in cui la musica, tramata da Danilo Rea al piano e da Martux-M alle elaborazioni elettroniche, si è sovrapposta alla proiezione degli interventi visivi di Massimo Achilli. Quel particolare periodo storico è stato rivisitato con uno sguardo tutt'altro che nostalgico, anzi attraverso il filtro della disillusione, del distacco critico dei posteri, fino a raggiungere deformazioni espressioniste e materiche per interpretare il clima dell’incombente Grande Guerra.
Fra le novità straniere del festival va segnalato il chitarrista Lionel Loueke, originario del Benin ma da tempo trasferitosi negli Stati Uniti e recentemente approdato alla scuderia Blue Note. La sua tecnica strumentale unisce uno spirito e un fraseggio genuinamente jazzistici a spunti melodici e ritmici di derivazione africana; la sonorità in particolare sembra mutuata dalla cora. Loueke ha dimostrato quindi potenzialità che si auspica crescano in autenticità e consistenza. Bravi anche i suoi partner: il contrabbassista torinese Massimo Biolcati e il batterista ungherese Ferenc Nemeth.
Come sempre Umbria Jazz Winter ha significato anche Gospel. Quest'anno, dal primo all'ultimo giorno, si è esibita la compagine particolarmente compatta degli Harlem Jubilee Singers, sotto la direzione di Gregory Hopkins. Fra l'altro essi hanno animato la Messa della Pace nello splendido Duomo di Orvieto, come ogni anno gremitissimo: buone voci, alcune strepitose (soprattutto femminili), ma quello che più conta è l'autenticità dell’ispirazione e della partecipazione che muove questi cantori neri e che ha contagiato gli astanti.
Foto di Roberto Cifarelli (la prima, terza, quarta, quinta, ottava) e di Giorgio Alto (la seconda, sesta).
Ulteriori immagini di questo festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Stefano Bollani & i Visionari, Roberto Gatto, Enrico Pieranunzi e Rosario Giuliani e Antonello Salis e Stefano Bollani.
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