Home » Articoli » Live Review » Umbria Jazz Winter
Umbria Jazz Winter
La mannaia dei finanziamenti pubblici, a Orvieto come altrove, quest'anno ha messo in seria difficoltà l'organizzazione del festival, ma l'intervento di importanti sponsor ha fatto sì che il tutto potesse decollare, confortato poi dall'alta risposta del pubblico (intorno a 9000 ingressi per un totale di circa 200.000 euro di incassi).
Nel clima festoso di Capodanno, la diciottesima edizione di Umbria Jazz Winter ha proposto nel complesso dell'ottima musica. Come è ormai consuetudine, durante i cinque giorni del festival ogni gruppo ha replicato la propria performance, quasi sempre in orari differenti e in spazi diversi e prestigiosi del centro storico; gli spettatori hanno avuto così la possibilità di costruire un percorso ragionato per seguire anche più volte i concerti dei propri beniamini.
L'opportunità più invitante offerta da questa peculiare impostazione del programma è stata quella di assistere al confronto ravvicinato fra due agguerriti quartetti di ottoni: la Pocket Brass Band di Ray Anderson e la Brass Bang, in cui Paolo Fresu, Steven Bernstein, Gianluca Petrella sono stati affiancati da Oren Marshall alla tuba, che ha degnamente sostituito il titolare Markus Rojas, costituendo una delle sorprese del festival.
La formazione del trombonista americano è completata da Lew Soloff, ancora in grado di sortite di estrema efficacia, da Matt Perrine, virtuoso e irruente interprete jazzistico del sousafono, e dall'insostituibile, lucidissimo drive di Bobby Previte. Il gruppo, che vanta dieci anni di vita sempre con gli stessi membri, possiede una pronuncia tutta americana, affondando le radici nelle origini del jazz. Una comunicativa contagiosa, le improvvisazioni polifoniche di New Orleans, i ritmi delle Street Parade ed anche le atmosfere del Jungle Style rivivono così in una sfrenata e personale attualizzazione. Fra brani della tradizione ed original dello stesso Anderson, ad Orvieto è emersa una memorabile versione dell'ellingtoniano "The Mooche," la cui lenta introduzione era scandita dalle mazze feltrate di Previte, dagli emozionanti growl e dagli impasti dei tre fiati.
Va tuttavia precisato che mentre la prima delle quattro esibizioni della band è stata trascinante, di essenziale forza espressiva, l'ultima si è rivelata più monocorde e poco coinvolgente. Questo a conferma sia del fatto che le performance jazzistiche sono mutevoli, influenzate da contingenze insondabili, dalla motivazione dell'interplay e dall'urgenza comunicativa dei singoli e del gruppo, sia, di conseguenza, dell'opportunità di assistere, quando possibile, a più concerti della medesima formazione per verificarne il rendimento.
Nella paritaria e più giovane Brass Bang, nata nell'estate 2010, la gamma estetica è più ampia, conciliando Europa e America. Ognuno dei musicisti possiede una forte personalità e un suo passato, ma tramite i forbiti arrangiamenti e la disponibilità a un'istantanea intesa i quattro raggiungono una fusione perfetta, un equilibrio fra ruoli complementari. Da calibrati impasti dalla sensibilità quasi neo-cool si passa a momenti di marcato espressionismo, a carico soprattutto di Petrella e Marshall, alle evoluzioni di Bernstein, di lucida strutturazione jazzistica, o ad una narrazione melodica di poetico lirismo, dovuta prevalentemente a Fresu, responsabile anche di un moderato uso dell'elettronica.
Oltre ad includere original a firma dell'uno o dell'altro, ben caratterizzati e diversificati, il repertorio sconfina ad accogliere "As Tears Go By" dei Rolling Stones nell'emozionante arrangiamento di Bernstein, un languido "Guarda che Luna" di Buscaglione, arrangiato da Rojas, "No potho reposare," una toccante e fervida ninna nanna sarda. Rispetto a quello della Pocket Brass Band, il Duke Ellington della Brass Bang (un'elegante e vivace versione di "Black and Tan Fantasy") è risultato più "orchestrale," con intrecci più elaborati e sofisticati, che hanno incastonato suggestivi interventi solistici fra i quali quello di Marshall.
Altro piatto forte del festival è stata la reunion di Stefano Bollani e Chick Corea, che dopo l'esordio nell'edizione estiva del 2009 si sono incontrati in duo ormai una dozzina di volte. Il loro sodalizio, indubbiamente congeniale, ha compendiato vari periodi del pianismo jazz (particolarmente singolare e riuscita la versione di "Jitterbug Waltz"), ma anche musica brasiliana ed original, declinando il tutto con fluida naturalezza, arguto interplay e tecnica prodigiosa. Un Corea in grande forma, dimagrito di una quarantina chili, ha profuso eleganza e solida esperienza, mentre Bollani ha introdotto una maggiore verve, una fantasia più imprevedibile, confermando lo spessore della sua sensibilità musicale. La serie di tre concerti al Teatro Mancinelli ha rappresentato un'occasione particolarmente importante perché dalla loro registrazione verrà tratto un CD per la ECM.
Altra presenza pianistica di rilievo a Umbria Jazz Winter è stata quella di Danilo Rea. Come già su disco Act, nel solitario percorso di Tributo a Fabrizio De Andrè il pianista romano ha confermato il suo fascino di interprete e di comunicatore. Fra incantamenti melodici e melodrammatiche sottolineature, sussulti e ripensamenti, insinuazioni e perentorie affermazioni, il suo pianismo ha agito come un filo d'Arianna di matrice jazzistica, andando a rintracciare una insospettata continuità fra Puccini e De Andrè, oltre che fra i vari temi del cantautore genovese.
Se i concerti fin qui recensiti hanno costituito delle gradite conferme di nomi e progetti già noti, la vera rivelazione del festival è stato l'Evolution Ensemble, emanazione dell'AACM di Chicago, pilotato dalla cantante Dee Alexander. Il repertorio, in parte variato nei vari appuntamenti, ha compreso anche original dei componenti del gruppo e perfino temi di Jimi Hendrix, ma si è basato soprattutto su composizioni di Henry "Light" Huff, sassofonista aderente all'AACM e deceduto nel 1993. A produrre il sound peculiare della formazione ha contribuito non solo l'impasto dei tre archi (il violinista James Sanders, la violoncellista Tomeka Reid ed il contrabbassista Junius Paul, tutti bravi e fortemente motivati), ma anche il misurato lavoro del percussionista Ernie Adams, dai timbri ora legnosi, ora crepitanti, ora risonanti.
Le variate modulazioni della voce della Alexander, fra declamazioni e sussurrati intimismi, scat e vibranti impennate, ma con inflessioni del tutto personali, di una morbidezza "materna," hanno perpetrato una tradizione tipicamente nero-americana, ricordando a tratti le indimenticate Dinah Washington o Abbey Lincoln. Il successo della cantante e del suo anomalo gruppo è andato talmente oltre le aspettative, da spingere gli organizzatori a prevedere la loro presenza anche alla prossima edizione estiva di Umbria Jazz.
Come in passato la Sala del Carmine ha ospitato uno spettacolo multimediale appositamente ideato, che quest'anno ha toccato le corde un po' patetiche ed edificanti del racconto di Stefano Benni "Onehand Jack, una musica da Dio": una sorta di allegoria sul potere taumaturgico della musica, che permette di superare le menomazioni personali, sconfiggere il Male e raggiungere il Cielo. L'essenziale testo, recitato in modo lineare da Elisabetta Spallaccia e Daniele Barcaroli, era affiancato dal delicato e pertinente commento sonoro di Julian Mazzariello ed Enzo Pietropaoli (piano e contrabbasso), mentre sullo schermo si susseguivano le convincenti elaborazioni visive di Massimo Achilli, basate sulle tavole disegnate per l'occasione da Alessandro Marini.
Il festival si è concluso al Teatro Mancinelli col "Top Jazz 2010," un evento in collaborazione col mensile Musica Jazz per presentare i vincitori del consolidato referendum annuale, indetto fra esperti del settore. I primi a salire sul palco sono stati Silvia Bolognesi (migliore nuovo talento) e Stefano Pastor (primo della categoria "voci e miscellanea"). La loro improvvisazione, sperimentale ma legata a una densa pronuncia jazzistica, ha palesato il personale sound dei due: pieno e potente quello della contrabbassista senese, più insinuante, anche se esasperato dall'elettronica, quello del violinista genovese.
È poi subentrato il Francesco Bearzatti Tinissima Quartet, vincitore fra le formazioni, titolare del miglior disco edito nell'anno, X (Suite for Malcolm), e comprendente Danilo Gallo, il bassista più votato. Anziché riproporre movimenti della suite, che avrebbe significato frammentarne l'unitarietà, i quattro hanno optato per l'interpretazione di tre brani di Monk, resi tellurici e trasgressivi dall'alto volume e da cadenze rock di forte impatto.
Subito dopo, il quintetto formato da Fabrizio Bosso, Rosario Giuliani, Danilo Rea, Paolo Damiani (al violoncello) e Roberto Gatto, rispettivamente vincitori delle categorie ottoni, ance, piano, composizione-arrangiamento e batteria, ha proposto brani a firma dei rispettivi membri, ora lenti e cantabili ora più mossi, mettendo in evidenza le qualità dei singoli strumentisti, fra i quali sono emersi soprattutto i due fiati.
Per finire, il palco è stato gremito da una sorta di eterogenea all stars dell'attuale jazz italiano: una larga formazione comprendente tutti gli undici premiati (va detto però che alla serata non hanno potuto partecipare Stefano Bollani e Roberto Cecchetto, risultati musicista dell'anno e miglior chitarrista). L'esecuzione di due noti brani di Damiani, negli arrangiamenti di Cristiano Arcelli e Luigi Masciari, ha proposto intrecci abbastanza arditi, con esiti a tratti apprezzabili.
Si possono sintetizzare in poche parole alcune delle rimanenti proposte di Umbria jazz Winter #18: anacronistica e pedissequa, quindi inutile, la rivisitazione dei Four Brothers da parte dei Four Others (i sassofonisti Harry Allen, Eric Alexander, Grant Stewart e Gary Smulyan più sezione ritmica); avvincente invece l'autentica caratura jazzistica del trio Dado Moroni - Rosario Giuliani - Joe Locke, sodalizio propiziato nel 2009 dal festival umbro; professionale, ma pomposo e con poca anima, l'omaggio alla musica (e all'autobiografia) di Mingus da parte di Quintorigo con ospite Maria Pia De Vito; più debole infine, rispetto alle voci tonanti di altri anni, la compagine Gospel delle Selvy Singers.
Foto di Riccardo Crimi.
Ulteriori immagini di questa rassegna sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti del Brass Bang e del Roberto Gatto Quintet.
Tags
PREVIOUS / NEXT
Become a Sustaining Member
Since 1995, All About Jazz has championed jazz as an art form and supported the musicians who create it. Over three decades, it has grown into one of the world's leading jazz resources, serving hundreds of thousands of readers, musicians, presenters and industry professionals each month.
Help Build the Future of All About Jazz
Your support helps us continue building All About Jazz for the next generation—expanding our editorial coverage, preserving jazz history, developing new community features and creating better ways to discover the music and the people behind it.
Become a sustaining member for as little as $20 per year and you'll immediately enjoy an ad-free experience along with access to subscriber features and future articles for a full year.
Together, we're not simply sustaining All About Jazz—we're building its future. Thank you for being part of the journey.




