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Umbria Jazz Winter #14
Umbria Jazz Winter, giunta alla quattordicesima edizione, è in tutto e per tutto la versione ridotta ed invernale del mastodontico festival estivo.
Inalterate e di successo sono le scelte artistiche ed organizzative che fanno sì che per una settimana Orvieto sia invasa dal jazz e dal suo pubblico, come Perugia lo è in luglio.
Vari e ben caratterizzati sono gli spazi coinvolti per i concerti, dal mattino a tarda notte, mentre un'aria festosa si propaga anche nelle strade. Il fatto che molti dei gruppi invitati si esibiscano per più giorni a rotazione, in luoghi e orari diversi, permette di costruire un proprio itinerario concertistico e di verificare, se ritenuto opportuno, il rendimento di una singola formazione.
Quest'anno la percentuale dei gruppi italiani in programma è stata molto elevata. Il successo di pubblico da loro ottenuto, forse superiore a quello tributato ai pochi nomi americani, conferma il fatto che oggi per gli organizzatori dei grandi festival non costituisce più un rischio concepire un cartellone incentrato sugli italiani, a patto che si tratti di personaggi ampiamente noti ed amati, anche per la loro colloquiale comunicativa. Ancor più significativo è il fatto che quei protagonisti sono in grado di convincere anche gli addetti ai lavori, in quanto dotati, e non scopro nulla di nuovo, di una precisa identità estetica, una pronuncia coerente e originale, indubbiamente jazzistica, ma nettamente distinta dalla matrice afro americana.
In particolare quel gusto per il pittoresco, per un mondo popolaresco, ma trasfigurato in un elegante ed arguto paradigma formale, che dai dipinti di Fortunato Depero e Gino Severini sembrava essersi trasferito nella musica di Gorni Kramer e Piero Umiliani, di Rota e Morricone, per poi passare nelle canzoni di alcuni cantautori degli anni Sessanta, nell'ultimo decennio è riemerso con rinnovata freschezza e ragione d'essere nelle note affabulatorie, sornione e smaliziate di quella schiera di jazzisti.
Il "Progetto per Sauro", in memoria di Sauro Peducci, uno dei fondatori di Umbria Jazz deceduto nello scorso maggio, ha proposto una serie di concerti mattutini al Museo Greco. Facendo perno sulla batteria di Roberto Gatto, prevalentemente misurata e all'occasione spumeggiante, si sono alternate varie formazioni, fra le quali il trio con Danilo Rea e Giovanni Tommaso, dalla pronuncia affermativa e ridondante, e quello formato da Renato Sellani e Enzo Pietropaoli, dotato di un approccio più morbido ed intimista. Appunto da quest'ultimo trio è venuto il gioiello del concerto con una versione di "My Funny Valentine" toccante e sospesa, intrisa di poetica mestizia.
La problematica formula del duo pianistico, che difficilmente dà esiti convincenti, è stata ripresa da Sellani e Rea dopo circa due anni dall'incontro precedente. La prova è stata affrontata in maniera per nulla competitiva, ben poco muscolare e virtuosistica, dando corso invece ad un dialogo amichevole e disincantato, con qualche impennata di enfasi e momenti di accorato abbandono. Su tutto sono prevalsi il cuore e un'intelligenza improvvisativa capace di generare una sorpresa dopo l'altra. Un paio di originals, standard americani e canzoni italiane hanno costituito il repertorio che ha favorito la sublime intesa di questo confronto paritario.
Di un'estroversione meno insinuante e poetica è stato il terzo ed ultimo appuntamento del "Progetto per Sauro", che ha visto il quartetto di Giovanni Tommaso, completato da Rea, Daniele Scannapieco e Massimo Manzi. La loro esibizione, dapprima un po' dispersiva, ha poi preso quota in brani di Rota, di Morricone e in originals dello stesso Tommaso, grazie soprattutto all'autorevole impostazione del leader ed alle eccentriche, ben marcate invenzioni del pianista.
Di un altro trittico di concerti è stato protagonista Paolo Fresu. Dopo circa dodici anni di vita, il PAF Trio (Fresu, Salis e Di Castri) ha allestito il suo ennesimo happening musicale, definito dagli stessi musicisti "una sorta di viaggio ispirato alla De Agostini". Originale la formula e buono, come sempre, il livello tecnico, anche se qualche passaggio un po' meccanico ha fatto emergere l'ombra della routine; non si è raggiunta quindi quella trascinante, visionaria empatia che lo scorso luglio caratterizzò l'apparizione perugina, sempre all'interno di Umbria Jazz, recensita su queste pagine [clicca qui per leggere la recensione]. Dimostrazione di quanto nel jazz il medesimo materiale umano e tematico possa dare di volta in volta esiti qualitativi e comunicativi diversi.
Chiarezza d'idee, limpidezza di suono, gusto per una misura classica hanno guidato il disteso e compenetrato interplay del duo Fresu - Uri Caine. Su un variegato repertorio, che ha affiancato "Cheeck to Cheeck" a Monteverdi, si è replicato un sodalizio ormai ben consolidato, in cui ognuno dei due ha dato il meglio di sé nel rispetto del partner. Ha colpito soprattutto il controllo delle dinamiche e del sound da parte del trombettista, sia al flicorno che alla tromba sordinata.
Il ruolo di leader e di regista Fresu lo ha svolto pienamente alla guida del Devil Quartet: Bebo Ferra alla chitarra, Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria, da tempo subentrato a Morten Lund. Su originals di Fresu, Dalla Porta e Ferra si è costruito il percorso della performance: una pulsazione ritmica accattivante e temi di impatto melodico hanno fatto emergere anche situazioni aperte, in cui a tratti ha fatto capolino il riferimento a Davis. Nonostante la varietà delle situazioni e l'innegabile valore dei singoli, probabilmente non avrebbero guastato sortite più coraggiose e vivaci.
C'era grande attesa anche per Stefano Bollani, altro beniamino di Umbria Jazz. Il pianista ha sostenuto tre concerti in trio con i danesi Jesper Bodilsen, contrabbassista dal sound rotondo e rassicurante, e Morten Lund, fantasioso batterista dal tocco delicato. Nelle ballad e nei brani assimilabili, come "Se non avessi più te", Bollani ha riproposto il proprio versante più intimista, divenendo più percussivo, swingante e spericolato nei brani veloci, compresa la curiosa versione di "Mi ritorni in mente".
È tuttavia nella solo performance che il pianista ha raggiunto una dimensione altamente personale e poetica, come ha dimostrato appunto a Orvieto, offrendo una prova da grande concertista. Nel trittico iniziale di temi di compositori brasiliani, su toni smorzati, è apparso estremamente concentrato e lirico, esente da quelle sortite istrionesche, che ormai ci si aspetta da lui ad ogni apparizione. Per tutto il concerto ha proceduto su questo binario rigoroso, senza escludere momenti di brillante esuberanza. La sua tecnica pianistica si è confermata eccelsa per la pulizia del tocco e per la verve ritmica, per la capacità di improvvisare, combinando soluzioni sempre diverse e imprevedibili, e per la grande ricchezza armonica, esaltata da una mano sinistra capace di condurre un controcanto autonomo.
Mi astengo dal giudicare le parole e le melodie delle canzoni di Sergio Cammariere, alla sua terza apparizione al festival umbro, ma sotto il profilo jazzistico non si può negare che il suo disinvolto pianismo jarrettiano possa avere qualche qualità e soprattutto che egli sappia contornarsi di strumentisti di vaglia, fra i quali da un paio d'anni spicca il focoso Fabrizio Bosso.
Ancora la canzone italiana (quella d'annata) è stata al centro della scena con "gli Uomini in frac" (Javier Girotto, Gianluca Petrella, Danilo Rea, Fausto Mesolella alla chitarra, Furio Di Castri e Cristiano Calcagnile, con le voci di Giovanni Lindo Ferretti e soprattutto di Peppe Servillo), che hanno tributato un omaggio a Domenico Modugno. L'esasperata interpretazione di Servillo e compagni ha cercato di toccare le corde della gioia, della leggiadra spensieratezza, del sentimento e perfino del dolore, ma nel complesso è prevalso l'artificio stereotipato e un po' sensazionalistico proprio degli spettacoli preconfezionati. Da salvare, per la pronuncia densa e umorale, gli spazi solistici riservati a Girotto, Petrella e Calcagnile. Entusiastica comunque l'accoglienza da parte del pubblico.
La torinese Roberta Gambarini dal 1998 risiede negli Stati Uniti, dove sta ottenendo un lusinghiero successo: il che ha probabilmente influenzato le sue scelte artistiche. Nei concerti orvietani la cantante è stata attorniata dalla ritmica di Roy Hargrove (Gerald
Clayton al piano, Joe Sanders al contrabbasso e Montez Coleman alla batteria) e da una serie di ospiti fra i quali lo stesso trombettista. Un repertorio vasto e tutt'altro che risaputo le ha permesso di esporre l'ampia gamma delle sue possibilità vocali, dimostrando un freddo controllo dell'intonazione e delle agili modulazioni, anche nei pianissimi, preferibilmente su tempi lenti e meditabondi, ma anche in brillanti scat. Si aggiunga la sua bella presenza scenica, anzi un look vagamente anni Cinquanta. Si presume che questa immagine vocale e visiva superclassica sia del tutto autentica e introiettata da parte della Gambarini, che ai suoi esordi italiani prediligeva lavori più sperimentali. Tuttavia si ha anche l'impressione che si tratti di una scelta obbligata (da perseguire con grande coerenza e convinzione) per chi intende sfondare nel mercato discografico americano, nell'agguerritissimo campo delle cantanti jazz.
Per venire infine alle due più importanti presenze americane, è il caso di sottolineare l'incedere solido e rilassato del quintetto di Hargrove, il cui jazz, conchiuso in una propria correttezza formale, è stato delineato dal rispetto dei ruoli dei singoli strumentisti, dall'alternanza fra ballad e brani sostenuti, da un sound saturo e da assoli crepitanti.
Jazz canonico, autenticamente americano, anche quello del quartetto di Lew Soloff, ma ben più vivo e originale perché basato su un interplay dialogico, in cui nessuno dei quattro ha risparmiato interventi eccentrici, di estrema incisività; il timing, come il volume, si addensava o diradava con elasticità, aumentando la tensione dinamica. Evidentemente ciò è stato possibile per la levatura dei singoli musicisti, tutti bravissimi: oltre all'autorevole leader, lo sfrenato vibrafonista Joe Locke, il trascinante veterano Billy Hart alla batteria ed il notevole contrabbassista francese Francois Moutin, attualmente residente negli States.
Le esibizioni del quartetto di Soloff, assieme al solo di Bollani, al duo Rea - Sellani ed al duo Fresu - Caine, hanno rappresentato i vertici artistici di un festival che prevedeva molti altri gruppi, prevalentemente tesi a regalare spensieratezza tramite una spettacolarità contagiosa e ben ritmata.
Va per contro segnalata l'onesta ricerca, del tutto a sé stante, del lavoro multimediale "Suite for Lennie", che, replicato tutti i pomeriggi alla Sala del Carmine, ha disegnato un ritratto sincero e plausibile di Lennie Tristano. Il solido pianismo tristaniano di Gerardo Iacoucci, affiancato dal contrabbasso di Stefano Cantarano, ha costituito un ideale commento sonoro alle incalzanti elaborazioni visive di Massimo Achilli. Per l'occasione è stato presentato il volume di Franco Fayenz e Riccardo Brazzale "Lennie Tristano, il profeta incompreso", edito da Stampa Alternativa e comprendente un Cd con una selezione di incisioni del periodo 1945-1955.
Foto di Giorgio Alto [ulteriori immagini tratte da questo festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Mirko Guerrini e Lew Soloff].
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