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Umbria Jazz 2017

Libero Farnè By

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Umbria Jazz
Perugia
Varie sedi
7-16.7.2017

Mantenendosi fedele alla sua consolidata formula, Umbria Jazz si è protratta per dieci giorni su vari palcoscenici, con concerti gratuiti e a pagamento, cercando di adeguare stili e proposte differenti ai diversi contesti interessati e rivolgendosi quindi a diverse fasce di pubblico. In particolare, la programmazione all'Arena Santa Giuliana ha dimostrato una realtà prevedibile: con i soli esponenti del jazz, a meno che non si invitino quelle poche star ben note, l'Arena non solo non si riempie ma appare quasi vuota. In un contenitore di cinquemila posti a sedere e ancor più in piedi, duemila persone (che per il jazz è un traguardo difficilmente raggiungibile) sembrano perdersi. C'è da dire comunque che su altri palcoscenici italiani gli stessi nomi richiamerebbero di certo un pubblico inferiore.

L'appuntamento jazzistico più atteso, che ha registrato 2300 presenze, era il progetto sinfonico di Wayne Shorter, non nuovo a lavori di questa ampiezza. La serata è iniziata col quartetto, che il carismatico leader ha un modo tutto suo di condurre, astratto e perifrastico, lasciando ai colleghi la responsabilità d'intessere un tessuto aperto, dal senso dinamico molto mobile. Sono stati Perez e Patitucci fra l'altro a inserire qua e là le citazioni dei temi, anche storici degli anni Sessanta, mentre Blade ha creato gli irresistibili crescendo di tensione. Il tenore di Shorter è intervenuto in questo contesto con frasi isolate, frammentate e divaganti. Si tratta di musica improvvisata, ma alla fine si è compreso un disegno compositivo che sovrintende un interplay serratissimo, collaudato da oltre quindici anni di esperienza comune.
Senza frapporre un intervallo è entrata in scena l'Orchestra da camera di Perugia, che, sotto la direzione di Clark Rundell e assieme al quartetto, ha eseguito con piglio encomiabile "Emanon"; la composizione, già su disco Blue Note, è ispirata dalla passione di Shorter per la fantascienza e la mitologia. La partitura ha dato corpo a una musica ampia, epica, con una componente melodica netta ed enfatica; una musica tipicamente americana, a metà strada fra certi precedenti di Aaron Copland e di Leonard Bernstein. Con un'integrazione molto coerente si sono incastonate come gemme le parti per quartetto e sono stati questi i momenti più memorabili del concerto, esagitati e densi, con un Blade perentorio e il soprano tagliente del leader. È probabile che in questa complessa impresa Shorter sia stato coadiuvato da "ghost composers," ma ne è venuto un risultato organico e potente.

Insolita e intrigante la serata dedicata alle donne. Un settetto di jazziste di varie provenienze e venute alla ribalta soprattutto nell'ultimo decennio ha messo in evidenza l'autorevolezza del fraseggio pianistico di Renee Rosnes, le escursioni crepitanti e sdrucciolevoli della tromba di Ingrid Jensen, la pronuncia e la costruzione neo-cool della tenorista Melissa Aldana, l'impeccabile tecnica e inventiva batteristica di Allison Miller e la sicurezza del pizzicato rotondo della contrabbassista Noriko Ueda. Su tutte hanno spiccato Cecile McLorin Salvant e Anat Cohen: la cantante per le coraggiose deformazioni armoniche, la varietà delle inflessioni su tutti i registri e il sapiente timing, mentre la fantasia spiritata della clarinettista è emersa soprattutto in una immaginifica versione di "Jitterbug Waltz." Tutte bravissime, anche se rispetto agli arrangiamenti dei collettivi, piuttosto deboli e risaputi, ha prevalso la sfilata dimostrativa delle singole individualità.

Dopo l'intervallo è salita sul palco Dee Dee Bridgewater, che ventitreenne già nel 1973 partecipò alla prima edizione di Umbria Jazz come cantante dell'orchestra di Thad Jones e Mel Lewis. La cantante, che nella sua carriera ha affrontato i repertori più vari, è voluta tornare alla tradizione nero americana di cui fece bagaglio nella sua gioventù. Un excursus di successi del R&B degli anni Sessanta, oggetto di un CD di prossima uscita, è stato aggredito col suo piglio determinato di sempre e con una voce un po' inscurita, alternandolo con declamatori sermoni per ricordare le condizioni sociali dei neri nell'America di quegli anni.

I cubani Chucho Valdes e Gonzalo Rubalcaba sono stati protagonisti di un concerto suggestivo, in cui ognuno si è esibito in una madley solitaria. Il tocco leggero e incantatorio di Valdes ha inanellato una variazione continua senza soffermarsi su nessuna idea: sembrava di essere entrati in un sogno. Rubalcaba non è stato da meno con una diteggiatura forse più puntigliosa: concentrazione, delicata poesia, spostamenti dinamici, intimismo... Entrambi fra l'altro si sono misurati con "Brasil," banco di prova soggetto a mille invenzioni imprevedibili. In apertura di concerto e nel finale i due pianisti hanno incrociato le armi senza prevaricarsi e dimostrando di appartenere in fondo alla stessa scuola. In una versione fantasiosa e leggiadra di "A Night in Tunisia" hanno evitato le soluzioni troppo marcate e plateali che spesso accompagnano questo brano.

Una serata in buon a parte italiana all'Arena ha superato brillantemente le attese. Il quintetto di Enrico Rava e Tomasz Stanko, da poco costituito ma già rodato da cinque concerti precedenti, ha interpretato soprattutto brani di Rava. Quest'ultimo sempre al flicorno e il collega polacco alla tromba sono sembrati fratelli gemelli, non solo per l'assonanza della pronuncia strumentale, ma anche per la visione compositiva intrisa di toni mesti e ironici al tempo stesso. La pregevole diteggiatura di Giovanni Guidi ha somministrato preziosismi incantati, mentre il sostegno ritmico di Reuben Rogers e Gerald Cleaver ha fornito un ancoraggio rassicurante, morbido e avvolgente. Ne è risultato un jazz europeo d'annata, un po' sornione un po' scontroso, animato da una tipica e rilassata concezione ritmica.

Subito dopo, con l'omaggio a Dizzy Gillespie nel centenario della nascita da parte di Fabrizio Bosso e Paolo Silvestri Orchestra, ci si è calati in un atteggiamento mainstream aggiornato dal tonico vitalismo, per nulla scontato e di maniera. Gli arrangiamenti di Silvestri, elaborati e compatti, hanno ricordato le orchestre bianche più avanzate degli anni Cinquanta e Sessanta, mettendo fra l'altro in evidenza alcune ottime individualità della formazione. Quanto a Bosso, con il suo fraseggio netto, guizzante e affermativo, esaltato da un sound variegato, è stato l'interprete ideale per rivisitare lo spirito di Dizzy.

La serata finale intitolata "Brasilian Meeting" ha avuto due facce: la prima raffinatissima e di virtuosistica, concentrata, ricerca di un dialogo più colto che popolare, ha rappresentato "la fantasia al potere," la seconda si è svolta all'insegna dell'estroversa e danzabile festa conclusiva. Nella prima parte, in svariate formazioni da vari solo a duetti al quintetto, si sono succeduti sul palco Stefano Bollani, Hamilton de Holanda col suo trio e Egberto Gismonti. Nella seconda in un crescendo di tensione comunicativa ha tenuto banco la Baile di Almeidinha, larga formazione di Hamilton comprendente come ospite la cantante capoverdiana Mayra Andrade.

Assai interessante e seguita da un folto pubblico è stata la serie di concerti di mezzogiorno alla Sala Podiani presso la Galleria Nazionale dell'Umbria. Il duo Émile Parisien -Vincent Peirani (sax soprano e fisarmonica) ha profuso un gusto tipicamente francese. Fra lo spirito della canzone e spunti relativamente sperimentali, fra strepitosi momenti swinganti ed altri di solenne austerità, i due hanno dimostrato un'infallibile attenzione per le dinamiche e la forma. Peccato che l'acustica troppo riverberante della storica sala abbia danneggiato la percezione del loro equilibrio.

Nello stesso spazio si è svolto anche l'interessante dialogo fra Alessandro Lanzoni e Gabriele Evangelista, che si conoscono da anni ma che praticamente si sono trovati al loro primo appuntamento in duo. Gli original e la rivisitazione di standard o altro materiale si sono variamente intrecciati, unificati da un atteggiamento improvvisativo concentrato e antilezioso. Si sono succedute fasi sperimentali, meditative o insistite o turbolente, e brani più distesi dall'andamento di ballad, ma sempre innervati di concreta determinazione. Si potrebbe individuare il precedente più probabile del loro approccio nella musica e nel modo di procedere del dimenticato Paul Bley.

Fra i concerti al Teatro Morlacchi ha spiccato 5 By Monk By 5, in cui cinque pianisti si sono alternati o fronteggiati su due gran coda, dimostrando differenti approcci. Nei primi brani Cyrus Chestnut e Benny Green hanno tentato di avvicinarsi al sound e alle spigolosità del maestro, mentre Eric Reed ha esposto una diteggiatura ora elaborata e rapsodica su toni delicati ora più percussiva e bluesy. Ancor più giocate su raffinatezze ritmiche e armoniche le interpretazioni di Dado Moroni. L'equilibrio e la classicità swingante del tocco e delle invenzioni di Kenny Barron hanno portato alla giusta chiusura del cerchio. Tutti bravissimi senza riserve e comunque una carrellata degli intramontabili temi monkiani risulta sempre corroborante.

In due diverse apparizioni al Morlacchi Ryan Truesdell ha diretto la Umbria Jazz Orchestra, di recente istituzione, in un repertorio tratto da tre dischi di Gil Evans: Quiet Nights, Sketches of Spain e The Individualism of Gil Evans. L'anomalo organico dell'orchestra ha rispettato la tessitura timbrica originaria, con l'arpa all'estremità sinistra, i fagotti a quella destra e al centro oboe e corni francesi. Purtroppo il numero limitato di prove ha fatto sì che il rendimento orchestrale, soprattutto nel primo dei due concerti, fosse un po' spento, senza quella precisione e freschezza indispensabili per rendere il tipico, rilassato swing voluto da Evans (e da Truesdell). Comunque la ricchezza dinamica, melodica e timbrica dei brani è stata salvaguardata anche dall'apporto degli ospiti: soprattutto Steve Wilson al contralto, autore di assoli nitidi in alcuni brani, mentre Lewis Nash e Jay Anderson erano più costretti nei ruoli orchestrali.
Un discorso a parte merita l'ospite speciale Paolo Fresu, che, come già in altre due passate collaborazioni con il direttore americano, ha sostenuto il ruolo che fu di Miles Davis. Le sue interpretazioni sono state di brano in brano sempre più convincenti, esponendo una pronuncia determinata alla tromba, un lirismo cristallino e malinconico alla tromba sordinata, un sound levigato e rotondo al flicorno.

Una settimana prima, tornando ai concerti all'Arena Santa Giuliana, Fresu era stato uno dei protagonisti della serata dedicata ai cantautori italiani, interminabile ma registicamente ben congegnata. È stato a tale proposito che un collega americano mi ha detto: "Fresu s'inserisce in qualsiasi contesto, aggiungendo sempre una nota opportuna e un carattere personale." Partito con il duo Danilo Rea e il carismatico "sopravvissuto" Gino Paoli, continuato con varie formazioni a sostegno dei cantanti Giuliano Sangiorgi, Gaetano Curreri, Kento e Vanessa Tagliabue Yorke, conclusosi con la sfilata finale degli stessi e la Mauro Ottolini Band nell'originale omaggio a Luigi Tenco, il concertone ha rappresentato un bagno di nostalgia.

Sempre all'Arena, l'incontro nel segno del jazz fra il piano della giapponese Hiromi e l'arpa colombiana di Edmar Castaneda, che hanno esordito in duo al Blue Note di New York, ha prodotto certo momenti godibili, sia su tempi frenetici che su delicati intimismi, senza riuscire a trascendere tuttavia un esibizionismo dimostrativo. In questa serata dedicata ai confronti interculturali è risultata più genuina e motivata, oltre che più ricca nella messa in scena, la rivisitazione delle atmosfere cubane di Celia Cruz da parte della cantante del Benin Angelique Kidjo, coadiuvata da un ensemble non esaltante ma rinforzato dal formidabile Pedrito Martinez alle percussioni.

Ma in fondo non si potrebbe parlare di incontro interculturale anche nel caso in cui dei musicisti italiani si misurano con il tango o con la musica brasiliana? Nel venticinquesimo anniversario della morte di Piazzolla, Daniele di Bonaventura, alla testa dell'Orchestra da camera di Perugia, ha dato una sua personale sintesi della storia del tango, esaltandone la dimensione colta e cameristica. Se i suoi arrangiamenti per il complesso d'archi hanno raggiunto risultati evocativi e sofisticati, la sua mirata parsimonia nell'uso del bandoneon ha curato le sfumature armoniche e dinamiche con esiti suggestivi.
Altrettanto soggettivo e motivato, altrettanto inteso come approdo classicheggiante, è risultato il distillato di musica brasiliana da parte del consolidato sodalizio fra Gabriele Mirabassi, perugino DOC, e Roberto Taufic, brasiliano residente in Italia da molti anni (ma i genitori erano originari di Betlemme). Sul procedere costantemente compassato, morbido e affascinante del chitarrista si è inserito l'eloquio più variato del clarinettista, ora veloce e acuminato ora di suadente melodismo. Il loro virtuosismo, mai gratuito ma sempre finalizzato a un messaggio essenziale, ha portato la filtrata memoria di una cultura in una dimensione visionaria e sublime.

Questo il resoconto di alcuni degli appuntamenti più significativi del festival, ma Umbria Jazz non si limita alla programmazione concertistica. Non sono mancate infatti altre iniziative collaterali: presentazioni di libri e CD, i seminari della Berklee Summer School per i giovani talenti... Al di là del valore dei singoli scatti, due ampie mostre fotografiche (al Museo della Penna e alla Galleria Nazionale dell'Umbria) di autori italiani e stranieri hanno messo in evidenza soprattutto l'autoreferenzialità della foto jazz. Imperdibile poi il film "I Called Him Morgan" del regista svedese Kasper Collin, un documentario il cui innovativo montaggio narra la carriera e la tragica fine di Lee Morgan, partendo da un'intervista esclusiva alla moglie Helen che la notte del 19 febbraio 1972 freddò il trombettista allo Slug's Saloon di New York.

Foto: Roberto Cifarelli
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