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Travis Sullivan & The Bjorkestra
Teatro Manzoni - Milano - 05.12.2010
Bjork, insieme a Radiohead e pochissimi altri, è tra gli artisti più "saccheggiati" dai musicisti jazz. Ma un orchestra che porta il suo nome ed esegue solo la sua musica è qualcosa di davvero insolito e speciale. Tutto ciò grazie a Travis Sullivan, compositore, pianista, contraltista originario del New Hampshire, da sempre ammiratore della rockstar islandese, che nel 2004 fece debuttare alla Knitting Factory, storico locale della sperimentazione downtown newyorchese, la sua Bjorkestra.
Che al Manzoni di Milano si esibisce nell'unica data italiana ed in prima europea assoluta. L'orchestra presenta un repertorio che copre sostanzialmente l'intera produzione di Bjork, rivisitando alcune delle pagine più note ma anche recuperando composizioni minori o poco eseguite, con risultati non sempre all'altezza. Alcuni brani si prestano particolarmente ad arrangiamenti e rielaborazioni ardite e movimentate nelle quali si conserva lo spirito originario delle composizioni per poi decollare verso orizzonti altri, ricchi di spunti e di idee. Altre volte l'ensemble sembra invece un po' implodere su se stesso, fatica a trovare sbocchi e, inevitabilmente, diventa ripetitivo.
A togliere le castagne dal fuoco ci pensa l'ospite speciale del concerto, il trombettista Dave Douglas. Il suo primo intervento è un capolavoro di creatività, nella pulizia del suono e nell'articolazione delle frasi sono racchiusi gli insegnamenti dei maestri e la ricerca di una nuova via, di una rinnovata estetica strumentale, connubio che è il marchio di fabbrica del musicista di Montclair.
Momento forte del concerto la "Vespertine Suite" nella quale un intenso e calibrato lirismo lascia lentamente spazio a momenti di grande effervescenza esecutiva. E, ancora una volta, Douglas mostra come si possa applicare un linguaggio libero e anticonvenzionale ad una struttura rigida e codificata. Momento divertente dell'esibizione quando l'intera sezione trombe si esibisce in una sorta di pirotecnica jam session su di un ossessivo ritmo funky.
Due piccole note a margine. La cantante di colore Shayna Steele, rimane a metà strada tra l'emulazione della vocalità inimitabile di Bjork e la naturale anima intrisa di blues, facendo fatica a marchiare con originalità il sound complessivo. Il laptop di Ian Cook, potenziale mina vagante a disposizione di Sullivan, resta decisamente defilato, in ombra, perdendo occasione per ricreare quelle tessiture elettroniche così care all'artista islandese.
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