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Javier Girotto: Armonia a tempo di Tango

Paolo Marra By

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Cerco di scrivere delle melodie che possano unificare tutti
Javier Girotto rappresenta il prototipo di artista nomade, portavoce di un messaggio artistico personale ma, allo stesso tempo, universale. Dopo le prime esperienze musicali a Cordoba, sua città natale, e poi nelle strade di Buenos Aires, il sassofonista argentino si trasferisce prima negli Stati Uniti, per studiare al Berklee College of Music, e poi in Italia, dove trova la sua definitiva affermazione.

Nonostante queste esperienze internazionali, Girotto resta sempre legato alle sue radici e, nel 1994, fonda gli Aires Tango, formazione con la quale propone una superba fusione di Tango e Jazz, sulle tracce rivoluzionarie di Astor Piazzolla. Ad accompagnarlo in questa avventura sono il pianista Alessandro Gwis, il bassista Marco Siniscalco e il batterista Michele Rabbia.

Con simile determinazione e autenticità Javier Girotto ha dato vita ad altre collaborazioni e formazioni di alto profilo accomunate dallo stesso spirito di avventura, e di una ricerca che insegue l'armonia come valore universale ed antidoto contro la "disarmonia" che vorrebbe allontanarci dall'essenza primaria della musica.

All About Jazz: In questo periodo di pausa forzata hai lavorato su qualcosa di nuovo da proporre al pubblico?

Javier Girotto : Questa fase mi ha dato l'opportunità di scrivere e mettere giù materiale da utilizzare sia con gli Aires Tango che con altre formazioni. Mi interessa creare sempre nuove formazioni per sperimentare e confrontarmi con altri, per crescere musicalmente e mantenere lo stimolo comunicativo. Ma spesso a spingermi è più un interesse personale che una proposta a un pubblico. Poi certo si scrive musica anche per il pubblico, però non di "intenditori" perché io penso che bisognerebbe scriverla pensando a un pubblico "non musicista." Se funziona vuole dire che ho raggiunto un risultato: fare qualcosa di complesso e articolato per trovare nuovi orizzonti ma che sia comunque semplice.

AAJ : Credi che questo approccio nel tempo si sia smarrito nell'ambito jazz?

JG: Nel jazz si pecca spesso di suonare solo per sé stessi. In Debussy o Ravel puoi trovare una complessità di scrittura che va di pari passo con un discorso melodico che coinvolgeva tutti quanti, a prescindere dall'essere "intenditori." Nel jazz c'erano degli standard con delle melodie struggenti che avvicinavano al jazz molta gente. Andando avanti nel tempo quelle melodie sono diventate la scusa per eseguire assoli chilometrici al solo scopo di mostrare l'aspetto tecnico posseduto da ogni musicista. Cerco di scrivere delle melodie che possano unificare tutti.

AAJ : Qual è l'elemento principale da cui è scaturita la nascita del progetto Aires Tango?

JG: Gli Aires Tango sono nati da un mio bisogno personale: essendo un appassionato della musica di Astor Piazzola, l'ultimo personaggio importante a compiere un'evoluzione nel Tango, sono voluto andare oltre abbinando la sua musica con le mie esperienze nel jazz. Abbiamo cercato, ispirandoci a lui, di rendere le nostre melodie riconoscibili mantenendo comunque la complessità dell'improvvisazione e della ricerca musicale. Per esempio non abbiamo inserito il Bandoneon, strumento caratteristico del Tango, per non copiare quello che aveva fatto Piazzola allo scopo di trovare nuove strade. Inoltre chiamai per formare gli Aires Tango tre musicisti italiani e non argentini per non creare un codice di lettura prevedibile e trovare una nuova chiave attraverso musicisti di diversa cultura.

AAJ : Non manca nel panorama espressivo degli Aires Tango un'attenzione particolare per i temi sociali riguardanti l'America Latina, e comunque affini alle istanze di libertà di tutti i popoli a Sud del mondo.

JG: Con la musica strumentale è difficile trasmettere un messaggio, però a volte basta un titolo che in due o tre parole racchiude un intero periodo storico, come per esempio "Madres De Plaza De Mayo," un modo per sensibilizzare e avere uno sguardo verso il sociale del passato e del presente. Se abbini la scrittura della bellezza musicale a un messaggio ottieni due risultati, come diceva d'altronde Picasso: "dipingere i quadri con un messaggio sociale è alla fine la missione dell'artista. In questo senso è compito degli artisti mantenere la sensibilità nei riguardi dei temi sociali ma anche la memoria di certi fatti storici."

AAJ : Vi siete avvalsi per i testi anche della collaborazione di Peppe Servillo cantante degli Avion Travel.

JG: Abbiamo spesso avuto Peppe Servillo come ospite degli Aires Tango. In quelle occasioni ha cantati i nostri brani. In seguito, ho sentito il bisogno di comporre brani con uno stile prettamente argentino con testi in italiano, un crossover tra l'Argentina e l'Italia con un trio formato da Peppe Servillo e Natalio Mangalavite, un pianista argentino che vive da molti anni in Italia. Con questo trio ho realizzato tre dischi L'Amico di Cordoba, Futbol e Parientes. Stiamo lavorando su un nuovo disco, che abbiamo da poco finito di arrangiare, in cui rivisitiamo il repertorio di Lucio Dalla. Una scelta scaturita dal fatto che lo abbiamo conosciuto tutti e tre, in particolare Peppe Servillo avendoci collaborato per lungo tempo. È stata una sfida interessante e divertente, una sorta di rivoluzione all'interno di un capitolo chiave della storia della musica leggera italiana. Abbiamo stravolto i brani, portandoli verso il panorama latino, in particolare argentino, rispettando sempre la forma canzone. Un lavoro del genere l'ho realizzato qualche anno fa con un ensemble più allargato dove erano presenti Fabrizio Bosso, Rita Marcotulli, Furio Di Castri e Peppe Servillo rivisitando i brani di Lucio Battisti.

AAJ : Per l'etichetta tedesca ACT nel 2019 hai realizzato un lavoro simile rivisitando uno dei dischi più importanti di Astor Piazzola Tango Nuevo.

JG: Tango Nuevo Revisited non è partito da una mia idea. Già da un po'di tempo il produttore della ACT, Siggi Loch, voleva collaborare con me. Io stavo appena uscendo da alcuni problemi di salute. Una volta guarito ci siamo scritti e lui mi ha proposto di iniziare con una rivisitazione di Tango Nuevo, l'album del 1974 che documenta l'incontro tra Astor Piazzola e Gerry Mulligan, che Siggi Loch aveva avuto modo di promuovere all'epoca della sua pubblicazione. Era un disco che ovviamente conoscevo benissimo, però il progetto mi sembrava rischioso perché spesso è difficile fare qualcosa che sia migliore dell'originale, soprattutto quando si tratta di un capolavoro. Per questo ho cercato di fare qualcosa di diverso, rivisitando il materiale originale, che era stato realizzato con un'orchestra in cui erano presenti anche gli archi, in un modo più cameristico, con una formazione in trio con pianoforte, bandoneon e sax baritono, con un'apertura più jazzistica. Alla fine, per me è stata una scoperta perché, anche conoscendoli, non avevo mai suonato i brani del disco. Oltre a questo, è stato stimolante portare in concerto quel repertorio di Piazzola, anche per il fatto di essere costretto a suonare il sax baritono e non il sax soprano, come faccio di solito con gli Aires Tango.

AAJ : Gerry Mulligan è stato uno dei tuoi punti di riferimento nell'ambito jazzistico: quali altre influenze sono stati importanti per te?

JG: Ho iniziato ad apprezzare Gerry Mulligan negli ultimi anni: in Argentina veniamo da un periodo di dittatura durante il quale, negli 'anni 70, era difficile avere accesso all'informazione e reperire dischi. Un giorno mi capitò tra le mani un disco di Bill Evans che mi fece innamorare del Jazz spingendomi a seguire il mio percorso musicale. Lui è uno dei quei musicisti ipermelodici che può essere ascoltato da chiunque. Questa sua caratteristica mi è stata utile per sviluppare la mia ricerca musicale. E poi c'è stato anche molto rock, in particolar modo quello nazionale argentino, oltre al folklore che ho ascoltato fino ad averne la nausea.

AAJ: Torniamo ad Astor Piazzola, che ha modernizzato il Tango, cambiando radicalmente i connotati di un genere musicale legato strettamente alla tradizione. Questa sua ricerca continua ad influenzare il movimento jazzistico in Argentina?

JG: Il Tango è argentino, ma appartiene a Buenos Aires. Esiste poi tutto il mondo musicale sconosciuto del repertorio Folkloristico che è ancora più ricco a livello ritmico. Come diceva un mio amico "il Tango fa parte del cemento della metropoli. Tutto il resto, il folklore, è la terra." In questo momento i musicisti argentini più interessanti sono quelli che stanno investigando il mondo del Folklore, mischiando le ritmiche di questo genere con il jazz.

AAJ: Sei cresciuto musicalmente in Argentina, poi ti sei formato nell'ambito jazz negli Stati Uniti e infine ti sei spostato in Italia dove hai trovato la tua definitiva affermazione: come ha influito tutto questo sul tuo concetto di jazz come espressione artistica?

JG: Per me il jazz è ciò che ti permette di improvvisare all'interno di un brano qualsiasi, anche di musica classica, piuttosto che "genere musicale," come si intendeva nel periodo Be-Bop o Swing. Puoi trovare lo swing, quella improvvisazione che ti trasporta facendoti battere il piede, anche in un brano del Folklore, nel Tango o in una tarantella. In Spagna puoi trovare jazzisti che mischiano l'improvvisazione con sonorità flamenche, in Italia jazzisti che improvvisano melodicamente, tutto questo sempre rimanendo sinceri e veri

AAJ: Riusciremo secondo te a superare l'impasse artistico scaturito all'indomani della diffusione dell'epidemia da Covid-19?

JG: Il periodo che abbiamo passato è stato fondamentale per la musica, la letteratura, il cinema come forma di distrazione dallo stare chiusi dentro casa. Speriamo che la gente abbia capito il valore di tutte le attività culturali per poi seguirle e sostenerle in futuro. Speriamo che questo induca anche le istituzioni a fare altrettanto, modificando provvedimenti previdenziali ormai legati al passato, per poter aiutare gli artisti.

Foto: Emanuele Vergari.

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