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Roccella Jazz 2006
La critica che più di frequente viene mossa a molti festival estivi è che, pur di garantire lo spettacolo, essi propinano ormai di tutto fuorché del jazz. Rispetto alle edizioni degli ultimi anni, il programma di Roccella Jazz 2006 è andato meno in questa direzione, senza rinunciare a progetti multimediali e trasversali. Nelle serate concentrate a Roccella dal 23 al 26 agosto, dopo un prologo in altre località della Locride, si è verificato tuttavia che alcune delle presenze più “jazzistiche” non hanno convinto appieno.
C'era grande attesa, per esempio, per il quartetto britannico di Stan Tracey con Norma Winstone: il loro set, improntato ad un bop aggiornato, ha avuto momenti discreti, ma nel complesso non ha brillato, arenandosi spesso in una piatta routine. Il leader ha giganteggiato su tutti con quel suo pianismo obliquo, contrastato, dagli accordi eccentrici, mentre il tenore superclassico dell'esperto Bobby Wellins sembrava rievocare Stan Getz. Non più che professionale il contrabbassista Andrew Cleyndert, schematico e prevedibile il batterista Clark Tracey. Quanto alla cantante, ha dimostrato di non possedere più l'intonazione, l'agilità e la verve di un tempo.
Molto simile la prova del quartetto del contrabbassista californiano Morrie Louden, integrato dalla cantante Gretchen Parlato, vincitrice nel 2004 del premio Thelonious Monk. Anche in questo caso ha avuto modo di spiccare la figura del leader: il pizzicato fluidissimo, quasi mandolinistico, e la sonorità rotonda hanno affascinato, ma il suo virtuosismo ha finito per apparire sensazionalistico. La sofisticata civetteria della Parlato, la sua seduzione a fil di voce, assecondate da uno swing leggiadro, sono risultate un po' leziose ed artificiali. Quanto meno disomogenea è parsa l'organizzazione del quartetto: il tipo di interplay, le cadenze ritmiche, i temi, ora spagnoleggianti, ora di un incalzante neo-cool, hanno rimandato ad una concezione jazzistica un po' troppo generica e risaputa.
Great Black Music invece (ma oggi più di un tempo gli improvvisatori afroamericani accettano anche il termine jazz) quella profusa dal sestetto di William Parker, il cui linguaggio contrabbassistico, scuro, ossessivo, asciutto, è diametralmente opposto a quello di Louden. La sua musica, tribale e satura, si è retta su un fitto interplay, sulla partecipazione emotiva, su un sound denso, generatore di situazioni che sono cresciute lentamente. Al culmine della parabola narrativa i due fiati (Lewis Barnes e Rob Brown) si dispiegavano in assoli arcigni e Leena Conquest, particolarmente ispirata, interpretava i testi, suoi o di Parker, con voce declamatoria e vibrante o si lanciava in arditi passi di danza. Anche il contributo della pianista Eri Yamamoto e del batterista Gerald Cleaver è andato ben oltre una funzionale efficacia. Certo in questo tipo di musica improvvisata gli equilibrî sono delicati e possono verificarsi ridondanze e prolissità; a Roccella questo è capitato solo nei minuti introduttivi, giusto il tempo perché prendesse quota una compattezza coinvolgente. A conti fatti il loro concerto ha segnato il punto più elevato del festival.
Di quella Great Black Music si è risaliti all'origine con il quartetto di Archie Shepp e Roswell Rudd, completato da Reggie Workman ed Andrew Cyrille. Non che la loro musica attuale sia paragonabile al free del quale furono protagonisti negli anni Sessanta: quanto quello, frastagliato, spericolato, innovativo, era sperimentale, tanto la musica d’oggi, quadrata e consapevole, suona classica. Tuttavia è rimasto invariato il senso del blues che le intride entrambe, come non sono molto cambiate le pronunce strumentali, inimitabili ed ancora in grado di zampate da leone. Se il sassofonista è apparso in buona forma, come solitamente negli ultimi anni, straordinaria è stata la voce piena e stentorea del settantunenne trombonista, che, dinamico e motivato, sembra vivere una seconda giovinezza.
Di tutt'altro segno l'amichevole colloquio fra Andy Sheppard e Rita Marcotulli (la presenza femminile ha costituito uno dei leitmotiv del festival), che si è mantenuto sui suoi livelli abituali e pertanto elevati. Un'esperienza d'ascolto non certo nuova, ma che ti riconcilia alla vita: temi deliziosi, spunti avventurosi, delicatezza di toni, un tocco di malinconia ed un altro d’ironia, complice partecipazione e concentrata rilassatezza...
Per venire ai progetti interdisciplinari, da sempre di casa a Roccella Jazz, particolarmente convincente è stata la riproposizione del repertorio di "Escenas Argentinas" (inciso nel 2004 per la Cam) da parte di Aires Tango, mentre venivano proiettate le crude immagini del reportage fotografico di Giancarlo Cerando sul paese d’origine di Girotto. Quest’ultimo, che sempre più spesso appare nei programmi di sala come leader del quartetto, ha forgiato il percorso musicale su tale documento visivo, creando una sorta di musica a programma. Ne è scaturita una musica in cui il senso di appartenenza ad una cultura complessa e contraddittoria si è espresso attraverso una nostalgia tenera e rabbiosa, nonché con tematiche di esplicito impegno socio-politico. La compattezza del gruppo è emersa nel contributo che ognuno ha dato alla definizione di una precisa, plastica immagine sonora, compenetrata col lavoro di Ceraudo, sapientemente montato per la performance. In poche altre occasioni la fusione fra l'espressione visiva e quella musicale è risultata altrettanto riuscita e motivata.
Ancora una musica a programma si è verificata con "I cosmonauti russi", un progetto formalmente strutturato, anch'esso già su disco. In questo caso la larga formazione diretta da Battista Lena, con le voci dell’attore Rocco Papaleo e della cantante Alda Caiello, ha dato forma musicale al testo di Marco Lodoli, oscillante fra onirismo, evocazione celebrativa ed ironia. Nonostante lo spunto tematico e la puntigliosa scrittura di Lena, che riesce a conciliare Stravinskij e la banda di ottoni, la polifonia rinacimentale e l'avanspettacolo, il progetto è sembrato voler racchiudere piuttosto una variegata idea della italianità: un'idea arguta, visionaria, paesana, scanzonata, pittoresca, felliniana, satirica, tutt'insieme romana, romagnola e siciliana. Giampaolo Casati, Luciano Biondini e Gabriele Mirabassi, come sempre strepitoso, sono stati i solisti in maggiore evidenza.
Scarsa, e comunque a senso unico, è stata l'interazione fra Paola Turci e Giorgio Rossi, ideatore del connubio artistico. È stato cioè l'inventivo danzatore, con le sue movenze di una quotidianità nevrotica, ad adeguarsi alle canzoni della cantante, preferibile come interprete che come autrice. Una certa sintonia si è verificata fra il basso insinuante, anche se schematico, di Camilla Missio e la voce matura, con cadenze emiliane, di Stefano Benni, impegnato a leggere il toccante "Pompeo" di Andrea Pazienza; alle loro spalle venivano proiettate tavole del fumettista stesso, scomparso nel 1988.
Il festival si è concluso con Sergio Cammariere, buon pianista, ma cantante non particolarmente significativo. Il quarantaquattrenne crotonese si è avvalso del sostegno dei superlativi Fabrizio Bosso, Luca Bulgarelli, Amedeo Ariano, dell’ospite Gabriele Mirabassi e, nel finale, perfino di Roswell Rudd. Il successo era scontato. A tale proposito, ricollegandoci al discorso iniziale, è amaro constatare, ancora una volta, come la canzone d'autore richiami un pubblico sterminato, anche quando per le sue modalità espressive (testi, canto, accompagnamento...) si rivela nel suo genere supercanonica, mentre il jazz, "canonico” o sperimentale che sia, non può contare su un’affluenza quantitativamente paragonabile. Ci sono evidentemente le sue ragioni: la musica leggera, pop, rock si basa su codici più accessibili e quindi popolari, ed inoltre ha sempre usufruito di investimenti economici e mediatici tali che il jazz non ha mai potuto nemmeno sognarsi. Fa poi ulteriormente riflettere il fatto, paradossale (ma non più di tanto), che i cantautori, oggi come ieri (ricordate Gato Barbieri in Sapore di sale?), si contornino proprio di ottimi jazzisti, costruendo anche grazie a loro il proprio successo.
Foto di Claudio Casanova
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